mercoledì 12 giugno 2013

I PICCIONI, TOPI CON LE ALI





La relazione che noi abbiamo con i piccioni è il risultato dell’evoluzione di quella che nel corso del tempo è andata costruendosi, a partire dal più lontano passato, attraverso le fasi storiche e la  simbologia che ha coinvolto questi animali.

STORIA
Innanzi tutto, la storia del nostro rapporto con i piccioni, come per altro quella del nostro rapporto con ogni altro animale, è da sempre una storia non di pacifica e rispettosa convivenza, come sarebbe bello poter credere, ma di  regolare e continuo sfruttamento.
Sappiamo che i  colombi  furono addomesticati alcune migliaia di anni fa; venivano allevati come animali da cortile fin dall'antichità; gli allevamenti erano diffusi in Grecia ai tempi di Omero (1000 anni A.C.), si vedevano nelle piazze e nelle strade di Atene,  ne parla Aristotele nel 300.  a. C. .
Tutto ciò ad uso alimentare in quanto il piccione non è mai sfuggito agli appetiti umani ed è sempre stato considerato animale di cui nutrirsi: nel Medio Evo ogni castello aveva le sue colombaie nelle torri, che garantivano una scorta sempre disponibile di carne fresca, considerata una prelibatezza, tanto da essere utilizzata come merce di scambio nelle trattative commerciali. Il piccione è stato  a lungo uno dei volatili più utilizzati nella cucina tradizionale italiana,   apprezzato nel Medioevo, per la sua carne quasi bianca, e oggi in Italia  riesce a sottrarsi ad un destino di uccisione ad uso alimentare solo in virtù delle difficoltà di allevamento rispetto ad altri piccoli volatili, quali le quaglie, e a preoccupazioni igieniche; anche se gli animali  più giovani ne sono ancora vittime e, in paesi non lontani dal nostro, quali quelli del  Nord Africa, il loro uso alimentare è invece  regolare e diffusissimo.



Il loro utilizzo come cibo ha avuto luogo in barba al fatto che da sempre sono state  loro riconosciute doti e abilità particolari, quelle che consentivano di  trasmettere dispacci e li hanno resi ovunque famosi con l’appellativo di “piccioni viaggiatori”,  in grado di  compiere una sorta di servizio postale, in quanto capaci di compiere voli  e di tornare poi alla base; ancora oggi queste loro caratteristiche sono oggetto di studio: si ritiene che siano  rese possibili da capacità di tipo olfattivo, o riferite al magnetismo terrestre, comunque in relazione anche al ruolo esercitato dal sole e dalla luce.
Queste abilità erano note in tutto il mondo: lo erano in Italia; in Cina già nel terzo secolo A.C. esisteva un servizio postale che, grazie ai colombi viaggiatori, metteva in comunicazione Pechino con tutte le regioni dell’Impero. Se ne ha notizia in riferimento all’India; gli storici dicono che in Persia, essendo l’allevamento dei colombi proibito ai cristiani, vi furono molte conversioni  all’islamismo per potere aggirare il divieto.
Il loro uso quali agenti di portatori di messaggi, mai interrotto nel corso del tempo, è stato sfruttato soprattutto in relazione  alle necessità belliche; ma durante il periodo Napoleonico, persino il finanziere londinese Nathan Rotschild, danneggiato nelle sue vaste operazioni di borsa dal blocco navale e dai ritardi nelle comunicazioni, pensò di servirsi dei piccioni per ottenere da ogni parte d'Europa notizie tempestive e utili.
La fama dei favolosi guadagni realizzati dal Rotschild con tale sistema, incitò altri uomini d'affari a servirsene e nel 1840 il giornalista tedesco Reuter, fondatore dell'omonima agenzia di informazioni e precursore di tutte le moderne agenzie di stampa, organizzò un regolare servizio postale con piccioni, in sostituzione della interrotta linea telegrafica fra la Germania, la Francia e il Belgio.

Maria Stuarda, regina di Scozia, vissuta nel 1500,  durante la sua prigionia durata circa 20 anni e conclusasi con la sua decapitazione per volere della regina Elisabetta d’Inghilterra,  chiese di poterli allevare in gabbia per ingannare il tempo, di certo senza attenzione alle loro caratteristiche di specie; anticipò in tal modo la moderna legge che permette di tenere piccoli animali in carcere.

Questi volatili non sono stati messi in salvo neppure dal ruolo di vittime sacrificali.
La legge di Mosè prevedeva infatti il loro sacrificio come forma di espiazione da parte dei poveri che,  non potendosi permettersi una pecora o un agnello, in umile alternativa potevano offrire a Dio una coppia di tortore o di piccioni. Non è forse inutile soffermarsi per qualche riflessione su questo fatto che diamo sempre per scontato perché di cosiddetti sacrifici animali abbiamo sentito parlare dai banchi di scuola come di usanza da accettare acriticamente, senza prendersi la briga di considerarne la crudeltà . Bene lo fa con la sua prosa imbevuta di poesia  Jose’ Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998 che, nel suo bellissimo libro “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, racconta dei volatili che vengono portati in coppia al tempio per essere offerti in sacrificio dopo la nascita di Gesù per ripristinare la purezza di Maria; di loro dice: “Non sanno cosa li aspetta, anche se il sentore di penne bruciate e di carne che si diffonde nell’aria non dovrebbe ingannare nessuno. Giuseppe li porta rannicchiati nel palmo delle sue mani da operaio e loro, illusi, soltanto per soddisfazione gli danno qualche beccatina alle dita ricurve a mo’ di gabbia, quasi volessero dire al nuovo padrone “Meno male che ci hai comprato, vogliamo stare con te” ma la pelle di Giuseppe è troppo dura per avvertire e decifrare il loro amorevole alfabeto morse….Moriranno per riconoscere e confermare la purificazione di Maria. Uno spirito voltairiano, ironico e irriverente, non si lascerebbe sfuggire l’occasione di osservare che sembra sia condizione per mantenere la purezza nel mondo il fatto che vi esistano animali innocenti”. Segue la descrizione orribile del luogo privo di pietà, tutto un vociare, un gridare di uomini e animali, sangue che scorre, gemiti, coltellacci, accette, seghe. E Saramago aggiunge: Qualunque anima che non dovrà neppure essere santa, un’anima normale troverà difficile capire come Dio possa sentirsi felice in mezzo a una simile carneficina, essendo, come dice di essere, il padre degli uomini e delle bestie. Ma nessuno presta attenzione a quello che succede, perché  quella dei volatili è solo una piccola morte”. Quindi, vittime innocenti che vengono sacrificate per lavare le colpe dei colpevoli, condizione che sembra una costante nella storia, indegna persino di decodficazione, perché tutti sembrano trovarsi d’accordo su questa soluzione, in cui, a pagare la pena per peccati non commessi, sono esseri privi di parola. E non è a mio avviso lecito sentirsi rassicurati perché oggi non vengono più portate al tempio vittime sacrificali, le vittime animali di ogni specie restano tali, uccise negli infiniti macelli di tutti i paesi, che, in prossimità di ogni festa comandata, amplificano a dismisura il loro lavoro. 

Quindi usati come alimentazione,  per i sacrifici,  come relatori di messaggi.

Ma non basta ancora: questi animali vengono usati da secoli per  un’altra usanza  assolutamente barbara,  quella del  tiro al piccione, che si è sviluppato a partire dal 1700 con la diffusione dei fucili a pietra focaia, che aveva reso più facile la caccia ai volatili. Divenne in breve tempo un divertimento per i  nobili, in Italia come in Russia e negli altri paesi europei. Si organizzavano gare e in breve divenne uno sport (live-pigeon shooting) , che inizialmente doveva servire come una modalità di allenamento alla caccia vera e propria e poi si trasformò in  una pratica ludica autonoma. Cominciarono ad essere organizzate gare con variabili più o meno divertenti quali l’uso di cappelli per coprire le buche, da cui poi venivano fatti uscire i piccioni (Old Hats Inn); in seguito la fantasia umana sia articolò ed inventò nuovi divertimenti con l’introduzione di  vari tipi di handicap e di cassette e congegni meccanici, in sostituzione dei vecchi cappelli. All’inizio il tiratore aveva a disposizione un solo colpo per volta, poi si cominciarono ad usare fucili a due canne.
Essendo  considerato uno  sport, si diffuse nelle località balneari e climatiche, venne ospitato in circoli eleganti, e divenne passatempo per il turismo d’elite. Famose, tra tutte,  le gare a Montecarlo, a cui partecipavano nobili di gran parte d’Europa, nobili che, bisogna ricordarlo,  sono da sempre tradizionalmente dediti alla caccia:  e molto ci sarebbe da riflettere sul  rapporto caccia - guerra, nel senso che è del tutto innegabile che la caccia sia una forma ritualizzata di guerra: anche l’organizzazione di tipo militaresco che accompagnava questo “sport”  (divise, regole ferree, diplomi…) rinforza il parallelo.
Durante la Belle Epoque era tra le discipline sportive meglio remunerate. Vale la pena ricordare che le gare potevano prevedere che ogni tiratore sparasse a 1000 uccelli, con una media di  oltre 100 uccelli uccisi ogni ora da ogni partecipante. Negli anni ’20 comparvero i primi piattelli in sostituzione dei piccioni, e i piccioni d’argilla, di rame, o costruiti con bitume di catrame. Le motivazioni erano esclusivamente di tipo economico: meno costosi. Se questo salvò la vita a molti volatili non si può non notare come la loro reificazione fosse completa: sparare a oggetti o a piccioni era considerato alla stessa stregua e la scelta era dettata da pura convenienza, non dalla considerazione che si aveva a che fare con esseri senzienti. Il tiro al piccione fu disciplina olimpica nel 1906; nel 1930 a  Roma fu organizzato un campionato mondiale di tiro al piccione. Per altro accompagnato da altre specialità quali il tiro allo storno, al passero, alla quaglia, con nuove disposizioni che permettevano di sparare a questi volatili anche in tempo di divieto. Furono addirittura organizzate gare di velocità e di resistenza: ammazzarne quanti più possibile, il più velocemente possibile, fino a non poterne più.
 In Italia  il tiro al piccione è stato finalmente abolito per legge l’11 febbraio 1992: sopravvive purtroppo in molti altri paesi, tra cui Spagna e Portogallo. 

Altri elementi di conoscenza di questi animali sono collegati al simbolismo che rivestono: e l’importanza dei simboli non può essere sottaciuta , perché si tratta di  strumenti che  possiedono una potente forza evocativa, catartica, comunicativa; suggeriscono invece di dire e aprono orizzonti in cui le conoscenze si fondono con un modo particolare di sentire. E’ grazie alla valenza di simbolo che  l’oggetto o, come  in questo caso, l’animale, assume particolare importanza, sta a significare molto più di ciò che è; ciò ha luogo in contesti culturali che attribuiscono al simbolo un significato non omogeneo a quello tipico di  altri contesti: in altri termini  i simboli non hanno valenza universale, ma possiedono un significato che può non essere affatto condiviso al di fuori di una cerchia, più o meno ampia che sia. Noi ne  sperimentiamo il potere senza accorgercene, perché sono un mezzo per esprimere emozioni, sentimenti, realtà interiori che si oggettivano in immagini descrittive e metaforiche.
La colomba ha assunto nel tempo il significato di simbolo di pace, perché nella tradizione cristiana si ricollega all’episodio della Genesi in cui si parla del diluvio universale: alla fine del diluvio fu proprio la colomba a tornare da Noè, portando nel becco un ramoscello d’ulivo a testimonianza dell’avvenuta riconciliazione fra Dio e il suo popolo, il che segnava la fine del castigo divino e l’inizio di una nuova epoca.
La colomba nella simbologia cristiana rappresenta altresì lo Spirito Santo. E’ inoltre simbolo di innocenza, per la sua forma semplice e  perché bianca, colore dell’innocenza appunto. Colombe sono anche le anime dei fedeli nella vita eterna, perché nella  nuova esistenza acquisiscono una nuova vita non contaminata dal peccato. Da qui deriva l’uso che è ancora in vita oggi in moltissimi paesi di liberare delle colombe bianche ai matrimoni. Anche se non così ubiquitaria, è un’abitudine presente anche in Italia, dove addirittura si possono noleggiare colombe e quindi restituirle dopo l’uso. Nemmeno questo ha messa al riparo questo animale da un’usanza barbara come quella in vita fino a pochi anni orsono a Orvieto, dove, il 15 agosto, una colombella veniva crocefissa su una sorta di disco su cui venivano poi fatti scoppiare dei petardi.
Nella mitologia greca il piccione era un animale sacro. Ma secondo la religione greco-romana i piccioni erano simbolo di Venere, dell’amore, perché tubano e si picchettano: ancora oggi si usa la metafora del tubare e fare i piccioncini per riferirsi agli scambi amorosi. Di conseguenza nel Cristianesimo sono a volte stati considerati simboli di lussuria, in riferimento al fatto che il maschio corteggia la compagna, con quei caratteristici atteggiamenti che hanno fatto elevare questi uccelli a simbolo dell'amore. Da questa danza amorosa per altro esce unita la coppia, che, è interessante sapere , può mantenersi stabile per l'intera durata della vita.
E non è forse un caso che Dante ne parli nel V canto dell'inferno, nel cerchio dei lussuriosi, dove di Paolo e Francesca dice “quali colombe dal disio chiamate”, con l'ali alzate e ferme, al dolce nido vengono per l'aer dal voler portate"


INTELLIGENZA DEI PICCIONI
Ci sono interessanti ricerche che danno atto che si tratta di animali che hanno un’intelligenza tutt’altro che umile; le conoscenze del passato sulle loro capacità sono state arricchite da altre considerazioni, che però non diventano patrimonio comune perché di loro viene evidenziato solo l’aspetto negativo. Da sempre è noto che sanno  orientarsi  su distanze di centinaia di km; recenti studi (Ricerca dell’Università di Keio in Giappone; rivista Animal Cognition; Mediterranean Institute of Cognitive Neuro Science) dimostrano che possono incamerare e mantenere in memoria per anni dalle 800 fino alle 1200 immagini; sono in grado di riconoscere la propria immagine, come delfini ed elefanti; sono dotati di grandi capacità visive, che permettono loro di  riconoscere, addestrati a farlo,  un quadro di Van Gogh da  uno di Chagall, Monet o Picasso, e poi riescono trasferire la discriminazione ad altri dipinti degli stessi autori mai veduti prima.
Che siano o meno intelligenti, secondo quelli che sono parametri umani, è un dato di conoscenza, che nulla può avere a che fare con il rispetto, nel senso che ogni specie è dotata di quel tipo di intelligenza che è funzionale agli individui della specie stessa. E’ però non privo di importanza il fatto che di questo si parli molto poco: è la stessa cosa che si verifica in relazione a moltissimi altri animali, che non sono conosciuti per sé stessi, ma solo grazie alla rappresentazione che ne viene fornita. Non si tratta di un fatto casuale: rappresentare un animale con caratteristiche negative è il modo di svalutarlo e, attraverso questa svalutazione, rendere più facile il ruolo che vogliamo svolga nei nostri confronti. Lo stesso meccanismo per altro è usato anche in relazione agli umani, nei confronti dei quali, nel corso di infinite guerre, sono stati usati appellativi tratti dal mondo animale per svalutare il nemico di turno e premettere nei suoi confronti l’emergere di tutta quella aggressività e crudeltà, che sono le condizioni per vincere una guerra.
Non è estranea a questo meccanismo la diffusione della  convinzione che i piccioni siano  portatori di malattie, cosa che gli studiosi ridimensionano marcatamente rispetto a quanto divulgato; ma tali constatazioni non sono sufficienti a smentire  i luoghi comuni, che sono funzionali ancora una volta a giustificare i nostri atteggiamenti aggressivi; per altro è vero che,  per esempio, sono molto più pericolosi  certi tipi di tartarughine che invece, soprattutto in America, vengono regalate ai bambini, con buona pace delle conseguenze.

FOBIE
I piccioni, come molti altri animali, i gatti, i ragni possiedono un carattere perturbante poiché non rappresentano solo sé stessi, ma rimandano a qualcosa di lontano, di inconscio, dimenticato, come poco fa accennato a proposito dei simboli.
Sono di conseguenza oggetto privilegiato di fobie; occorre a questo proposito distinguere il concetto di fobia da quello di paura. La paura è un meccanismo importantissimo per la sopravvivenza, in quanto ci permette di cogliere la pericolosità di certe situazioni e a comportarci di conseguenza, con atteggiamenti di evitamento o di preparazione consapevole. L’ evoluzione stessa ha selezionato in noi meccanismi di reazione alla paura, che precedono l’analisi razionale, che per sua stessa natura e complessità, è più lenta e di conseguenza meno efficace nell’immediato.
La  fobia, invece, rimanda ad un timore irrazionale per oggetti o situazioni che non dovrebbero provocarne e che, proprio in virtù di questa irrazionalità,  non scompaiono di fronte ad una prova di realtà; il fobico è consapevole dell’irrazionalità delle sue paure che però non è in grado di risolvere o tenere a bada. Le fobie sono cariche di significati simbolici, in quanto gli oggetti, ma soprattutto gli animali temuti, perché di loro in genere si tratta, rinviano in un modo più o meno deformato a una pulsione repressa.
Sono ovviamente sintomi di un malessere, di un disagio interno che, attraverso  meccanismi di difesa dell’Io (rimozione e spostamento) , viene trasferito su un oggetto esterno, che il soggetto fobico ritiene più facile evitare. Il risultato è che il problema reale viene rimosso, non viene riconosciuto, e l’oggetto o l’animale su cui viene riversato viene considerato la somma di tutti i mali, viene investito di significati negativi, viene disprezzato e temuto. Quindi invece di  riconoscere  i propri limiti, si disprezza l’animale.
Perché si parli di vera e propria fobia ci deve essere continuità: tutti noi normalmente ci spaventiamo se per esempio un uccello vola improvvisamente a pochi centimetri dalla nostra faccia, ma il fobico si spaventa anche se lo vede in televisione, è portato quindi a mettere in atto meccanismi e comportamenti “di evitamento”, il chè ovviamente finisce per limitare fortemente l’ambito esperienziale.  Tra le moltissime fobie da cui è possibile essere affetti (circa 600 diversi tipi) un posto di tutto rispetto è occupato dalle 
ornitofobie, vale a dire fobie degli uccelli,  particolarmente diffuse soprattutto tra le donne. Tra queste quella dei piccioni è al primo posto. Entrano in gioco anche se si tratta di uccelli in gabbia, in televisione, al cinema o in fotografia e in genere cominciano a manifestarsi  nei primi anni di vita. Si può argomentare che il timore sia collegato per esempio  al fatto che volino e sono quindi poco controllabili, che possono arrivare dall’alto e non offrire scampo, che sono mobili e imprevedibili; o al fatto che sono dotati di becco: beccare è azione negativa, significa urtarsi, colpirsi; o ancora alla percezione di sporcizia a loro collegata, che è evidente nel riferimento allo  “schifo” tanto comune nei discorsi sui piccioni, il chè rimanda ad un altro tipo di paura, quella appunto dello sporco (rupofobia) collegata a paure nella sfera della fisicità, sessualità, o a sentimenti di colpa. I piccioni nello specifico sono uccelli molto vicini, perché vivono negli spazi urbani, spesso alternano il volo al fatto di camminare e quindi la sensazione di pericolo è vissuta come tangibile; inoltre, a differenza per esempio della gallina che è chiusa nel pollaio, il piccione è libero, libero quindi, secondo l’inconscio, di fare del male. .
Una incredibile rappresentazione letteraria della fobia del piccione ci viene offerta da Patrick Suskind (autore tedesco, famoso soprattutto per il suo romanzo “Il profumo” da cui è stato tratto un film di discreto successo) nel suo romanzo breve e forse poco noto,  scritto nel 1987, che si intitola appunto “Il piccione”, storia di un uomo derelitto, che ha subito molte ingiurie dalla vita e ha imparato a difendersene ritirandosi in una vita sempre uguale, ripetitiva, priva di relazioni, che lo rassicura proprio per la sua prevedibilità. Ebbene, questa vita viene un giorno improvvisamente gettata all’aria quando Jonathan, il protagonista, sulla porta del bagno vede un piccione, finito lì chissà come. Queste sono le parole con cui lo descrive: lo fissava con il suo occhio sinistro, piccolo disco circolare, marrone, con una punta centrale nero, era spaventoso a vedersi. privo di ciglia, privo di sopracciglia, totalmente nudo, rivolto all’esterno e mostruosamente spalancato senza decenza alcuna, ma nello stesso tempo c’era in quell’occhio un che di riservato e di scaltro. Jonathan trasale per lo spavento, gli  si rizzano i capelli per il terrore, scappa, si chiude in camera, vacilla si siede, tremante con il cuore che gli batte selvaggiamente,  la fronte  fredda come il ghiaccio, il sudore che scorre.  “Non puoi ammazzarlo ma non puoi vivere con lui. Un piccione è la quintessenza del caos e dell’anarchia, un piccione svolazza qua e là in modo inconsulto, ti artiglia e ti becca negli occhi, sporca di continuo e diffonde batteri devastanti e virus della meningite, un piccione non resta solo, attira altri piccioni, ha rapporti sessuali e si riproduce con una rapidità folle, un esercito di piccioni ti assedierà,”  “Più di tutto lo disgustava il fatto che potesse entrare in contatto fisico con lui, che lo beccasse o che gli sfiorasse con le ali le mani o il collo o addirittura che si posasse su di lui con le zampe spianate ad artiglio. Quando sentì un batter d’ali secco e breve si sentì invaso dal panico. Il piccione, l’orrendo animale, sarebbe stato lì ad aspettarlo con le sue zampe rosse ad artiglio, circondato da escrementi e da piccole piume vaganti, con il suo terribile occhio nudo e sbattendo le ali con strepito avrebbe cominciato a volare e avrebbe sfiorato lui con la sua ala….”
Ci sono tutti gli elementi della fobia: irrazionale, assoluta, delirante. Un animale del tutto innocuo diventa il luogo delle proiezioni di tutto il malessere psichico da cui è inondato il protagonista. Diventa quindi minaccioso, spaventevole, orrendo, bisogna scappare, ma non c’è scampo.   
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Dall’intrecciarsi di tanti elementi, molti omogenei ed alcuni divergenti, prende forma  l’attuale diffuso atteggiamento nei confronti dei piccioni, che si nutre  di  un diffusissimo dichiarato rifiuto,  intrecciato a reazioni di disgusto, ma non del tutto esente da  forme di attrazione come dimostra l’affezione, per esempio, alla presenza dei piccioni di piazza San Marco  da parte dei turisti.
Quindi il nostro atteggiamento nei confronti di questi volatili è marcato storicamente dal loro sfruttamento a fini alimentari, dalla loro scelta quali vittime sacrificali, dal loro utilizzo, alla stregua di oggetti, per il tiro al piccione, dall’utilizzo in virtù delle loro doti; oggi da una parte vengono accettati perché parte del panorama cittadino, elementi simbolici, decorativi, ma, come  di fatto facciamo con tutti gli animali, pretenderemmo che, al di fuori del loro contributo, cessassero di esserci, per non importunarci, che si comportassero alla stregua di cose, evitando persino di sporcare con i loro escrementi. E’ un  atteggiamento che si situa all’interno di una logica antropocentrica, in cui l’animale non umano è considerato solo nella misura in cui è funzionale a quello umano. E’ una logica che risente anche di elementi di schizofrenia, nella misura in cui mentre valutiamo una parte rifiutiamo l’altra, incapaci di tenere insieme “la rosa con le sue spine”, incapaci di un atteggiamento equilibrato e razionale. Quando vediamo le colombe della pace impiegate nella loro veste simbolica accanto al papa, oppure liberate nel corso dei matrimoni, ci ammantiamo di dolcezza nei loro confronti perché il significato che attribuiamo loro ci consegna una rappresentazione di animale bello, puro, mite con cui ci piace sentirci in sintonia; quando la simbologia  cambia si rovescia anche il nostro atteggiamento, in virtù del vigore che portano con sé i simboli. E soprattutto relativamente al mondo animale, le rappresentazioni sostituiscono la verità; quella dei piccioni è di animali sporchi, diffusori di malattie, pericolosi; questa svalutazione è funzionale alla difesa che decidiamo di attuare nei loro confronti, perché, sulla base di queste presunte certezze, disfarsi di loro diventa atto non solo lecito, ma doveroso.
Lascio agli esperti l’elaborazione dei mezzi che possono essere quelli più funzionali ad una pacifica convivenza sul territorio. Certamente l’attenzione deve essere posta alla necessità di fuoriuscire  da un contesto  antropocentrico in cui l’unico soggetto portatore di diritti è l’uomo e ricominciare  dalla costruzione di un diverso rapporto con gli animali, che sia segnato dal rispetto.
Mi piace ricordare che Fabrizio de Andrè, grande cantore di vizi e virtù, di forze e debolezze, uomo lontano dal potere, capace di muoversi nelle pieghe di ogni sentimento ed emozione, amante della vita in tutte le sue forme, insofferente di ogni  ingiustizia, si diceva innamorato di topi e di piccioni. Non lo diceva in modo provocatorio, ma in quanto capace di guardare oltre, con lo sguardo libero, per cogliere della realtà non la rappresentazione, ma l’essenza più profonda che si apre a noi solo quando ci liberiamo dai pregiudizi, riconosciamo le nostre paure come prodotto della nostra limitatezza e possiamo allora guardare gli esseri che  popolano questo mondo con l’umiltà e l’intelligenza indispensabili per cogliere  ricchezza e  complessità, animare curiosità e  rispetto anziché  rifiuto acritico.

Quindi, senza celebrare inni ai piccioni, bisogna prendere atto della loro essenza, della loro difficoltà a vivere e sopravvivere nelle nostre città, vittime della nostra ambivalenza, della nostra tendenza a vedere il mondo, dall’alto della nostra posizione di bipedi orgogliosi, come riservato soltanto a noi.
Paul Watzlavick, studioso della comunicazione, nell’occuparsi della complessità delle relazioni umane, sosteneva che la vita non è un gioco a somma zero, nel senso che il nostro benessere non può essere raggiunto con l’azzeramento del benessere dell’altro, perché la vita non può essere considerata un campo di battaglia in cui si vince annullando il nemico; ma è, o dovrebbe essere, terreno di cooperazione, dove si vince non contro gli altri, ma insieme agli altri .
Nei confronti di tutti gli altri animali il vizio assurdo degli uomini è quello dell’orgoglio, dell’arroganza della posizione eretta, che ci illude di una presunta superiorità.
Si può allora concludere con il monito di Kafka a metterci a terra insieme agli animali, se vogliamo vedere il cielo con le stelle. Ed è bello vagheggiare un mondo in cui nessuno, animale umano o non umano, sia considerato straniero.

(Relazione al Convegno di VENEZIA, 23 MAGGIO 2009)










4 commenti:

  1. Molto interessante, come sempre, grazie Annamaria.

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  2. Una volta ne ho salvato uno che si era impigliato in una corda: ho preso una scala ed ho tagliato il filo...ma evidentemente nel cercare di liberarsi si era ferito forse strattonandosi, e lì ho capito che quando si vedono alcuni senza zampe e perchè si mutilano da soli nel cercare di uscire da qualche situazione di pericolo.

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    1. Caro Roberto, quelle degli animali che si mutilano pur di non restare prigionieri è una di quelle realtà che, tra le tante, tolgono il fiato. E mostrano noi stessi allo specchio. Grazie per essere sempre attento a tutto quello che va succedendo.

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