Un articolo sul Corsera, ormai datato, scritto da Chiara Lalli, filosofa, saggista, giornalista, aveva un titolo in forma di supplica, “Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali”. L'autrice scriveva, inorridendo, che esistono persino “padroni” vegani che
estendono il loro veganesimo ai propri cani: gli aggettivi con cui definiva la “bizzarria”
facevano riferimento alla mitomania e al
pensiero magico: in altri termini, follia allo stato puro, perché, diceva lei, “i cani sono carnivori” e perché non
hanno morale: dal che conseguirebbe che non sia lecito applicare comportamenti
morali ad azioni che li vedono protagonisti.
Ora, è assolutamente necessario premettere che i
cani, in base ad un approccio scientifico e non ideologico, sono in realtà onnivori,
esattamente come noi umani ( sono i gatti a necessitare di una aggiunta di
taurina nel caso di una dieta vegana: in questo contesto non verranno presi in
considerazione): di conseguenza l’alimentazione carnea per i cani è possibile,
ma non è necessaria. A questo proposito, Chiara Lalli , mentre accusa di
bizzarrie il mondo animalista, di fatto
finisce per ammantarlo di una coerenza che francamente non è così meritata. La situazione
è questa: vivono nelle nostre case circa
7 milioni di cani e, tra i loro compagni umani, sono molti quelli che si definiscono
genericamente come amanti di tutti gli animali e che, proprio in quanto tali, con una abnegazione
ammirevole, magari arrivano a mettere energie, tempo, denaro al servizio del
benessere e della salvaguardia di esseri, che sono vittime di abbandoni, maltrattamenti o ingiurie di ogni
tipo: sostengono a prezzo di grandi
sacrifici un atteggiamento
altruista, nella convinzione che bisogna
prendersene cura, proteggerli, difenderli in prima persona. Persone che
adottano animali anziani, malati, feriti; altre che addirittura si limitano a
provvedere al loro nutrimento, per strada, astenendosi dall’adottarli e rinunciano così implicitamente anche a quel
ritorno di affettività che la convivenza e la vicinanza protratta generano:
atteggiamento di enorme generosità, connotato affettivamente ed emotivamente.
Ecco: proprio qui, dove Chiara Lalli rimarca
eccentricità e capricci, va invece in onda una dinamica che vale la pena non di
giudicare, ma di decodificare, e si va nella direzione contraria a quella indicata
dalla giornalista. Perchè in assenza di statistiche ufficiali, quelle caserecce, derivanti
da conoscenze dirette e indirette, indicano invece che anche coloro che
dedicano la propria vita alla difesa degli animali, i loro pet li nutrono in
genere con altri animali.
Questo si che è bizzarro: perché se le scelte
alimentari vegane sono frutto di un approccio alla realtà etico, che non
permette di considerarsi autorizzati a sfruttare la vita di altri esseri
senzienti per il proprio gusto, per il
proprio piacere, per le proprie preferenze, se l’antispecismo è convinzione che
gli animali sono soggetti di una vita, non sono al nostro servizio, vanno
rispettati, allora la bizzarria sta proprio nel sospendere i correlati pratici
di queste convinzioni quando si tratta del proprio cane. Le argomentazioni diventano
incredibilmente poco elaborate: ne ha
bisogno, non posso decidere per lui, gli piace di più. Argomentazioni che,
quando riferite alla specie umana, sono fonte di reazioni inorridite nelle
stesse persone, che sanno bene che i prodotti di origine animale non sono
indispensabili, non lo sono per gli umani esattamente come non lo sono per i
cani; che una giustificazione riferita al gusto è inammissibile e oscena, se
pagata con l’orrore delle morti atroci di
tanti altri animali di diversa specie; che decidono inevitabilmente per il proprio
animale quando stabiliscono dove farlo dormire, quando e dove portarlo a fare
una passeggiata, se e dove andare in vacanza con lui ed ogni altra cosa, perché è
del tutto evidente che i nostri pet non possono che adeguarsi, almeno in grande
misura, alle nostre di abitudini, necessità, preferenze: né più né meno di come
devono fare i bambini quando sono molto piccoli.
Così gli stessi vegani che al supermercato sospirano tra
l’indispettito e il rassegnato nel rimettere al suo posto il prodotto in cui è
stata avvistata una percentuale dello
zero virgola di uova o formaggio, poi a Lapo, Pedro e Rex comperano scatolette
di vitello, manzo, agnello, struzzo o maiale. Ma che succede mai? Davanti
all’acquisto del proprio cibo sono perfettamente consapevoli che i parametri di
normalità, naturalezza e necessità
(secondo l’efficace terminologia di Melanie Joy) attribuiti all’alimentazione di origine
animale sono dei falsi, utili a connotare
di obbligatorietà quella che in realtà è una
scelta. Davanti al cibo per il proprio cane, la carne di tacchino,
salmone, anatra o cavallo viene assoggettata ad un meccanismo di rimozione per
cui non sembra conservare più alcun legame con il corpo dell’animale ammazzato
per essere trasformato in cibo. La cosa viene vissuta come inevitabile, con un
dislocamento delle responsabilità all’animale stesso quasi la propria scelta
derivasse dalla necessità di assecondare il suo stato di natura: come se i
nostri cani, lasciati nella condizione di randagismo, mangiassero abitualmente salmone
e maiale. Gli scaffali dei negozi per animali rigurgitano di questi “prodotti”,
di questi animali trasformati in cibo per i nostri animali: di conseguenza il
concetto di normalità non ha alcuna difficoltà ad affermarsi, viene sdoganato
in virtù della sua stessa diffusione, esattamente come non si sta a riflettere
davanti al salame, al tonno, al latte,
ai formaggi per noi umani: tutto normale.

A volte la realtà si colora: ci sono “animalisti”
che ordinano pizze divise in due: una metà
rigorosamente marinara, tanto familiare a tutti i vegani ormai programmati al
punto da non dare più neppure uno sguardo al menù prima di scegliere, e l’altra
metà arricchita di wuster o prosciutto per il peloso che la ama così tanto, quasi
che il maiale abbia sofferto minore
ingiustizia con la propria macellazione
per il fatto di essere destinato ad altro quadrupede: questo sì che, forse, è
un pensiero magico.
Ma per gli inguaribile miscredenti che alla magia
si ostinano a non credere, c’è la psicologia sociale a venire in soccorso, e a offrire un appiglio esplicativo con il
concetto di dissonanza cognitiva, di
quel meccanismo, cioè, (Leon Festinger; 1957), di complessa dinamica mentale in cui
credenze, nozioni, opinioni si trovano a contrastare funzionalmente in uno
stesso soggetto, in cui coesistono pensieri antitetici; le rappresentazioni di
due diverse situazioni non sono coerenti, ma anzi contrapposte, e, in quanto
tali, potenziale fonte di disagio
psicologico. In altri termini, si è portatori di una convinzione e
contestualmente i propri atti ne sostengono una inconciliabile, al punto tale
da potere originare una forma di disagio, da cui sarebbe un sollievo potere uscire. Ma quali sono le strade per riuscire a
ripristinare una tranquillizzante coerenza? Quella più ovvia sarebbe quella di
astenersi da comportamenti che confliggono con le proprie convinzioni, nello
specifico di non comperare i prodotti
della uccisione degli animali, se la si stigmatizza come immorale .
Evidentemente è più facile a dirsi che a farsi, dal momento che non risulta questa
la strada più battuta: risulta più comune una diversa strategia, quella di modificare
invece il proprio mondo cognitivo e interpretare le stesse informazioni in modi
radicalmente diversi in momenti diversi, al servizio di una diversa visione del
mondo. Nello specifico le persone si trovano a dover fronteggiare, davanti agli
altri ma soprattutto davanti a se stessi, una innegabile incoerenza: convinto
come sono che gli animali sono soggetti di diritto e il diritto di farli
uccidere per nutrire, pur se non me, il mio cane, non ce l’ho, agisco sulle mie convinzioni,
modificando la realtà: non esiste scelta perché ci si trova davanti ad una
necessità (i cani devono mangiare carne, con
excursus, a seguire, sui canini affilati
che dimostrerebbero inequivocabilmente l’uso per cui esistono, quello di
strappare brandelli di carne) che, come tale, mi esonera da responsabilità: questo diventa il modo per superare il
disagio; dimenticando che si tratta della stessa affermazione potentemente osteggiata in altri contesti. Anche
le altre convinzioni o assurgono a dogma (non
posso scegliere per lui) e in questo caso è la negazione a venire in
soccorso con l’esclusione della realtà che
sempre invece induce a scegliere per lui; o vengono caricate di valenze (“gli piace di più”) ammantate di quella
tenerezza che trasforma il proprio cane in un campione di egocentrismo: per
procura, perché ancora una volta siamo noi a centralizzare la nostra posizione.
Se questi meccanismi sono sufficienti o meno a placare il disagio che la
dissonanza cognitiva genera, sta ad ognuno verificarlo: di certo a quanto pare
risulta per molti più facile cambiare atteggiamento mentale, con il ricorso a
strategie difensive (per altro tanto rodate in temi di relazioni
interspecifiche) , che non il comportamento, anche perché quando il disagio
viene percepito, l’azione è già stata messa in atto e giustificarla è allora la
strada più agevole.
Forse i nostri cani trarrebbero grande vantaggio se, oltre ad appigliarci a meccanismi tanto costosi in termini di logorio di energie
mentali, ci limitassimo a immettere nel nostro hard disk banali informazioni sui
reali contenuti di quelle scatolette che giudichiamo irrinunciabili, che sono
spesso concentrati dei peggiori scarti: si potrebbero buttare all’aria tante
convinzioni sul benessere che ne deriva. L’argomento porta lontano. Sufficiente
per ora riflettere sulla complessità delle dinamiche che ci guidano ogni
giorno, e anche su come le convinzioni di base inducano a tacciare di fanatismo
ciò che, da un’altra ottica, ha invece i connotati di un approccio doverosamente
coerente.