sabato 22 ottobre 2016

PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI


   Ogni adulto, che sia in grado di pensare, che non sia  sottoposto a costrizioni, e che abbia libero accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare. Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo spesso a  soggiacere passivamente, senza riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la relatività.
Affiancare al termine cultura quello di  pubblicità può sembrare un azzardo, un ossimoro, ma,  al netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e ossessiva, è enorme nel  modellare i costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi,  talvolta fruitori attenti e convinti, molto più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente permeabili ai messaggi.

sabato 1 ottobre 2016

IL MIO CANE é VEGANO: FOLLIA o LOGICA STRINGENTE?




 
Un articolo sul Corsera, ormai datato, scritto da Chiara Lalli, filosofa, saggista, giornalista, aveva un titolo in forma di supplica, “Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali”. L'autrice scriveva, inorridendo,  che esistono persino “padroni” vegani che estendono il loro veganesimo ai propri cani: gli aggettivi con cui definiva  la “bizzarria” facevano riferimento alla mitomania e  al pensiero magico: in altri termini, follia allo stato puro, perché, diceva lei, “i cani sono carnivori” e perché non hanno morale: dal che conseguirebbe che non sia lecito applicare comportamenti morali ad azioni che li vedono protagonisti.
Ora, è assolutamente necessario premettere che i cani, in base ad un approccio scientifico e non  ideologico, sono in realtà onnivori, esattamente come noi umani ( sono i gatti a necessitare di una aggiunta di taurina nel caso di una dieta vegana: in questo contesto non verranno presi in considerazione): di conseguenza l’alimentazione carnea per i cani è possibile, ma non è necessaria. A questo proposito, Chiara Lalli , mentre accusa di bizzarrie il  mondo animalista, di fatto finisce per ammantarlo di una coerenza che francamente non è così meritata. La situazione è questa:  vivono nelle nostre case circa 7 milioni di cani e, tra i loro compagni umani,  sono molti quelli che si definiscono genericamente come amanti di tutti gli animali e che, proprio  in quanto tali, con una abnegazione ammirevole, magari arrivano a mettere energie, tempo, denaro al servizio del benessere e della salvaguardia di esseri, che sono vittime di  abbandoni, maltrattamenti o ingiurie di ogni tipo:  sostengono a prezzo di grandi sacrifici  un atteggiamento altruista,  nella convinzione che bisogna prendersene cura, proteggerli, difenderli in prima persona. Persone che adottano animali anziani, malati, feriti; altre che addirittura si limitano a provvedere al loro nutrimento, per strada, astenendosi dall’adottarli  e rinunciano così implicitamente anche a quel ritorno di affettività che la convivenza e la vicinanza protratta generano: atteggiamento di enorme generosità, connotato affettivamente ed emotivamente.  

Ecco: proprio qui, dove Chiara Lalli rimarca eccentricità e capricci, va invece in onda una dinamica che vale la pena non di giudicare, ma di decodificare, e si va  nella direzione contraria a quella indicata dalla giornalista. Perchè in assenza di  statistiche ufficiali, quelle caserecce, derivanti da conoscenze dirette e indirette, indicano invece che anche coloro che dedicano la propria vita alla difesa degli animali, i loro pet li nutrono in genere con altri animali.

Questo si che è bizzarro: perché se le scelte alimentari vegane sono frutto di un approccio alla realtà etico, che non permette di considerarsi autorizzati a sfruttare la vita di altri esseri senzienti per il proprio gusto,  per il proprio piacere, per le proprie preferenze, se l’antispecismo è convinzione che gli animali sono soggetti di una vita, non sono al nostro servizio, vanno rispettati, allora la bizzarria sta proprio nel sospendere i correlati pratici di queste convinzioni quando si tratta del proprio cane. Le argomentazioni diventano  incredibilmente poco elaborate: ne ha bisogno, non posso decidere per lui, gli piace di più. Argomentazioni che, quando riferite alla specie umana, sono fonte di reazioni inorridite nelle stesse persone, che sanno bene che i prodotti di origine animale non sono indispensabili, non lo sono per gli umani esattamente come non lo sono per i cani; che una giustificazione riferita al gusto è inammissibile e oscena, se pagata con  l’orrore delle morti atroci di tanti altri animali di diversa specie;  che decidono inevitabilmente per il proprio animale quando stabiliscono dove farlo dormire, quando e dove portarlo a fare una passeggiata, se e dove andare in  vacanza con lui ed ogni altra cosa, perché è del tutto evidente che i nostri pet non possono che adeguarsi, almeno in grande misura, alle nostre di abitudini, necessità, preferenze: né più né meno di come devono fare i bambini quando sono molto piccoli.
Così gli stessi  vegani che al supermercato sospirano tra l’indispettito e il rassegnato nel rimettere al suo posto il prodotto in cui è stata avvistata una  percentuale dello zero virgola di uova o formaggio, poi a Lapo, Pedro e Rex comperano scatolette di vitello, manzo, agnello, struzzo o maiale. Ma che succede mai? Davanti all’acquisto del proprio cibo sono perfettamente consapevoli che i parametri di normalità, naturalezza  e necessità (secondo l’efficace terminologia di Melanie Joy)  attribuiti all’alimentazione di origine animale sono dei falsi, utili  a connotare di obbligatorietà quella che in realtà è una  scelta. Davanti al cibo per il proprio cane, la carne di tacchino, salmone, anatra o cavallo viene assoggettata ad un meccanismo di rimozione per cui non sembra conservare più alcun legame con il corpo dell’animale ammazzato per essere trasformato in cibo. La cosa viene vissuta come inevitabile, con un dislocamento delle responsabilità all’animale stesso quasi la propria scelta derivasse dalla necessità di assecondare il suo stato di natura: come se i nostri cani, lasciati nella condizione di randagismo, mangiassero abitualmente salmone e maiale. Gli scaffali dei negozi per animali rigurgitano di questi “prodotti”, di questi animali trasformati in cibo per i nostri animali: di conseguenza il concetto di normalità non ha alcuna difficoltà ad affermarsi, viene sdoganato in virtù della sua stessa diffusione, esattamente come non si sta a riflettere davanti al salame, al  tonno, al latte, ai formaggi per noi umani: tutto normale.

A volte la realtà si colora: ci sono “animalisti” che   ordinano pizze divise in due: una metà rigorosamente marinara, tanto familiare a tutti i vegani ormai programmati al punto da non dare più neppure uno sguardo al menù prima di scegliere, e l’altra metà arricchita di wuster o prosciutto per il peloso che la ama così tanto, quasi che  il maiale abbia sofferto minore ingiustizia con  la propria macellazione per il fatto di essere destinato ad altro quadrupede: questo sì che, forse, è un pensiero magico.

Ma per gli inguaribile miscredenti che alla magia si ostinano a non credere, c’è la  psicologia sociale a venire in soccorso,  e a offrire un appiglio esplicativo con il concetto di dissonanza cognitiva, di quel meccanismo, cioè, (Leon Festinger; 1957),  di complessa dinamica mentale in cui credenze, nozioni, opinioni si trovano a contrastare funzionalmente in uno stesso soggetto, in cui coesistono pensieri antitetici; le rappresentazioni di due diverse situazioni non sono coerenti, ma anzi contrapposte, e, in quanto tali, potenziale fonte di  disagio psicologico. In altri termini, si è portatori di una convinzione e contestualmente i propri atti ne sostengono una inconciliabile, al punto tale da potere originare una forma di disagio, da cui sarebbe un sollievo potere  uscire. Ma quali sono le strade per riuscire a ripristinare una tranquillizzante coerenza? Quella più ovvia sarebbe quella di astenersi da comportamenti che confliggono con le proprie convinzioni, nello specifico di non comperare  i prodotti della uccisione degli animali, se la si stigmatizza come immorale . Evidentemente è più facile a dirsi che a farsi, dal momento che non risulta questa la strada più battuta: risulta più comune una diversa strategia, quella di modificare invece il proprio mondo cognitivo e interpretare le stesse informazioni in modi radicalmente diversi in momenti diversi, al servizio di una diversa visione del mondo. Nello specifico le persone si trovano a dover fronteggiare, davanti agli altri ma soprattutto davanti a se stessi, una innegabile incoerenza: convinto come sono che gli animali sono soggetti di diritto e il diritto di farli uccidere per nutrire, pur se non me, il mio cane,  non ce l’ho, agisco sulle mie convinzioni, modificando la realtà: non esiste scelta perché ci si trova davanti ad una necessità (i cani devono mangiare carne, con excursus, a seguire, sui  canini affilati che dimostrerebbero inequivocabilmente l’uso per cui esistono, quello di strappare brandelli di carne) che, come tale, mi esonera da responsabilità:  questo diventa il modo per superare il disagio; dimenticando che si tratta della stessa affermazione  potentemente osteggiata in altri contesti. Anche le altre convinzioni o assurgono a dogma (non posso scegliere per lui) e in questo caso è la negazione a venire in soccorso con l’esclusione della realtà che  sempre invece induce a scegliere per lui;  o vengono caricate di valenze (“gli piace di più”) ammantate di quella tenerezza che trasforma il proprio cane in un campione di egocentrismo: per procura, perché ancora una volta siamo noi a centralizzare la nostra posizione.

Se questi meccanismi sono sufficienti o meno a placare il disagio che la dissonanza cognitiva genera, sta ad ognuno verificarlo: di certo a quanto pare risulta per molti più facile cambiare atteggiamento mentale, con il ricorso a strategie difensive (per altro tanto rodate in temi di relazioni interspecifiche) , che non il comportamento, anche perché quando il disagio viene percepito, l’azione è già stata messa in atto e giustificarla è allora la strada più agevole.

Forse i nostri cani trarrebbero grande vantaggio se, oltre ad appigliarci a meccanismi tanto costosi in termini di logorio di energie mentali, ci limitassimo a immettere nel nostro hard disk banali informazioni sui reali contenuti di quelle scatolette che giudichiamo irrinunciabili, che sono spesso concentrati dei peggiori scarti: si potrebbero buttare all’aria tante convinzioni sul benessere che ne deriva. L’argomento porta lontano. Sufficiente per ora riflettere sulla complessità delle dinamiche che ci guidano ogni giorno, e anche su come le convinzioni di base inducano a tacciare di fanatismo ciò che, da un’altra ottica, ha invece i connotati di un approccio doverosamente coerente.