giovedì 14 marzo 2019

NON è UN PIANETA PER SCIMMIE : SPERIMENTAZIONE UNLIMITED


Tutte le torture, i patimenti, i terrori
 inflitti agli animali
appartengono legittimamente  al dolore infinito della storia
 e ne modificano il senso, se ne abbia unoGuido Ceronetti
La storia continua: giusto un anno fa, il 24 gennaio 2018, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia Cinese delle Scienze di Shanghai, aveva comunicato la nascita  di Zhong Zhong e Hua Hua, due cucciole di macaco, frutto di clonazione. Termine, quello di clonazione, familiare già dal  1996 quando aveva “prodotto” la pecora Dolly  ( “abbattuta”, nonostante la sua fama,  a circa 7 anni di età a causa delle complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland), e poi, a seguire, mammiferi di  altre 23 specie: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  con il toro Galileo, la cavalla Prometea e  un rinoceronte bianco. Ma la “tecnica” cinesa era stata la prima ad avere successo con i primati, entusiasti della possibilità di creare un “esercito di scimmie”, secondo la loro espressione, su cui fare tutto ciò che avessero ritenuto opportuno su un Animale “così vicino all’uomo”. Gioia  e delizia per gli scienziati, ma viva preoccupazione per i cattolici, che paventavano il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, in una sorta di  delirio di onnipotenza” , diceva il cardinale, Angelo Bagnasco,  mentre  altri, quali il ricercatore Cesare Galli, lamentavano astiosamente  le restrizioni (sic!) vigenti in Italia.
Come previsto, la ricerca è proseguita a spron battuto e  il 23 gennaio di quest’anno dallo stesso Istituto cinese arriva la festosa notizia: nuova clonazione e questa volta le scimmie sono cinque e, udite udite,  tutte malate di insonnia.
In breve: degli Animali sono stati modificati geneticamente in modo da  silenziare un fattore che regola il ritmo biologico e quindi l’alternarsi del sonno e della veglia; da loro sono state  prelevate delle cellule, a partire dalle quali i ricercatori hanno completato la clonazione: il risultato sono le cinque nuove scimmiette con lo stesso difetto genetico, destinate a  non dormire mai, fino alla fine della loro miserabile vita.  
Davvero un successone, spiegano, visto che mai prima si era riusciti  a clonare Animali affetti da insonnia,  disturbo capace di generare a propria volta squilibri ormonali, ansia, depressione,  schizofrenia: di tutto questo soffriranno i cinque piccoli primati nati in laboratorio, ma non poniamo limiti, perché, secondo il parere di Hung-Chun Chang,  coordinatore dello studio pubblicato su National Science Review, potrebbero insorgere anche altre patologie neurodegenerative, riprodotte in laboratorio.
Apprezzamento anche dagli scienziati di casa nostra, tra cui  Carlo Alberto Redi (accademico dei Lincei e direttore del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie dell’Università di Pavia), che, sottolineando la “serietà” dell’esperimento, afferma che in questo modo "si sono ottenuti 'avatar' suscettibili di malattia nelle scimmie, gli animali più vicini all’uomo"; e di  Giuseppe Novelli (rettore dell'Università di Roma Tor Vergata), che pregusta possibili progressi nella cura del diabete nonché dell’ invecchiamento precoce, “perché finalmente abbiamo ciò che mancava, vale a dire un animale modello di malattia così vicino a noi.” Senza doverci più accontentare, quindi, dei topi, da sempre martoriati in numero oceanico, ma ahimè più lontani da noi quali “modelli”, quindi poco utili, come si deduce dalle parole degli stessi ricercatori, che pure con accanimento si sono prodigati ad usarli e abusarli, in spregio dell’opposizione di parte del mondo scientifico che da tempo ne sostiene la non validità. Ma tant’è: con tutti i topi che ci sono, ed esseri spregevoli quali noi li consideriamo, non è il caso di porsi tanti problemi al loro impiego, pur se inutile. 
Mentre il dibattito continua a snodarsi tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, restano escluse dal perimetro dell’interesse le piccole scimmiette, protagoniste perplesse e inconsapevoli, nonostante sia su di loro che si gioca tutta la partita, partita tragica, di perenne sofferenza: le prime destinate allo studio di malattie ( Parkinson,  Alzheimer, tumori…), da fare insorgere sui loro corpicini; le altre già malate ancora prima di aprire gli occhi su un mondo il cui orizzonte sarà per sempre delimitato dalle pareti asettiche di un laboratorio e su cui neppure per un attimo potranno chiudere gli occhi per un po’ di riposo vista la loro condanna senza appello ad una veglia perenne.  Esserini da far crescere per un po’ in ambienti protetti e sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcuna malattia imprevista, perché malate devono essere e tanto, ma solo di quei morbi che animano l’interesse dei  loro studiosi, e che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. In ogni caso se qualche imprevisto dovesse malauguratamente rovinare il “modello” da loro rappresentato, non ci sarà da preoccuparsi oltre misura, dal momento che l’auspicato “esercito” di loro omologhe giustificherà un uso rilassato, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale” abbondante.
Il richiamo allo psicologo statunitense  Harry Harlow (1905-1981) e ai suoi macabri esperimenti è potente: intorno agli anni ’60 del secolo scorso,  intenzionato  a studiare le conseguenze della deprivazione materna, cominciò ad utilizzare piccoli macachi, che staccava dalle madri a solo poche ore di vita, e poi chiudeva in gabbie, in cui inseriva “madri finte”, di stoffa e di metallo. I piccoli cercavano  un disperato contatto con la “mamma morbida”, preferendola a quella di metallo pur se era quest’ultima a fornire il latte. Il bisogno di contatto era talmente forte che i piccoli si avvicinavano a queste madri surrogate anche quando queste erano dolorosamente respingenti, come dimostrò il dr. Harlow, che usò “madri” progressivamente sempre più minacciose:  capaci di emettere aria compressa ad alta pressione, poi in grado di oscillare violentemente al punto di far tremare i denti e il capo del cucciolo, di buttare fuori una struttura metallica, che lo allontanava violentemente, fino ad arrivare alla “madre porcospino” emetteva” aculei metallici. Niente da fare: i cuccioli, benchè angosciati,  non smettevano di  aggrapparsi alla “madre”  perchè un bambino spaventato  si attacca a tutti i costi alla madre. Non ottenemmo come risultato alcuna psicopatia, ma non desistemmo.”  La successone orrenda delle fasi dell’esperimento risulta  struggente persino da descrivere; ma  non per il dr. Harlow da ideare , dal momento che proseguì facendo costruire un suo personale  "pozzo della disperazione", in cui teneva in totale isolamento dalla nascita e per molti mesi dei piccoli di macaco, per studiare le loro reazioni: per la cronaca non sorprenderà sapere che erano di paura. Lecito qualche interrogativo sulla personalità del dr. Harlow, su cui risulta illuminante una sua dichiarazione (1974): "L'unica cosa che mi interessa è se una scimmia rivelerà qualcosa che posso pubblicare. Non ho alcun amore per loro. Mai averne. Non mi piacciono gli animali. Disprezzo i gatti. Odio i cani. Come potrebbero piacermi le scimmie?" Appiattimento emotivo, sentimenti negativi, utilitarismo come unica bussola del comportamento.
Non stupisce che i suoi esperimenti siano ricordati tra quelli più sadici e crudeli, tali, si ritiene, da avere alimentato per reazione la crescita della sensibilità animalista, insieme alla convinzione autoconsolatoria che siano stati  possibili  solo in un’epoca in cui, liberi da vincoli etici, gli scienziati potevano permettersi di tutto. Ma davvero gli esperimenti a cui sono oggi sottoposte le scimmiette cinesi risultano meno spietati?
Sarebbe rassicurante poterlo credere, non sembra proprio. Anche loro  sono immediatamente separate dalle madri (per inciso: surrogate) e questa separazione forzata è fonte di quell’angoscia, di cui già Harlow prendeva atto affermando di non stupirsi della drammatica ricerca di contatto, anche pagato al prezzo di  respingimenti dolorosi,  perché ”l’unica risorsa di un piccolo colpito o respinto –sia esso umano o rhesus- consiste nel creare a tutti i costi uno stretto contatto con la madre”. Ma, mentre Harlow divulgava queste osservazioni, che erano l’oggetto dei suoi esperimenti, delle reazioni, che possiamo immaginare ugualmente sconvolte, inconsolabili, terrorizzate, delle scimmiette cinesi non troviamo menzione, non interessano, non sono oggetto di studio.  E che dire della depressione? Harlow  la innescava mettendo gli Animali nel pozzo della disperazione, oggi gli scienziati la provocano come effetto della privazione del sonno: difficile pensare che per le scimmiette faccia differenza l’origine della loro sofferenza, dei dolori fisici e psichici a cui solo la morte darà sollievo.  
Quanto agli autori degli esperimenti, il dr. Harlow rivendicava orgogliosamente indifferenza, insensibilità,  odio nei confronti degli Animali che torturava:  altri tempi. Oggi i suoi epigoni se ne guarderebbero bene: si sono evoluti psicologicamente e sono ben consapevoli di dover  neutralizzare le proteste di una parte dell’opinione pubblica con metodi ben più efficaci di un provocatorio ed ostentato menefreghismo: molto più efficace ricorrere ad un meccanismo ben collaudato quale quello della giustificazione morale: se il male inflitto è funzionale ad avere la meglio sulla sofferenza umana, a lenire il dolore nostro e delle persone care, dei nostri figli (!!!), allora è giustificato, anzi lecito: di più: doveroso. Non occorre neppure argomentare tanto:  basta distogliere l’attenzione dalle vittime e concentrarla sull’obiettivo, sulle ricadute preziose sul benessere umano. Insomma, l’ assioma per cui il fine giustifica i mezzi è di incredibile presa e, come sempre nella storia dell’umanità, giustifica qualsiasi oscenità.
Un’attenzione particolare in tutta la vicenda merita l’informazione mediatica, in grandissima parte ancella fedele della sperimentazione animale come di ogni pratica funzionale a sostenere il sistema di valori dominante: negli articoli, a fare inizio dai titoli ad effetto,  si sottolineano gli orizzonti  ottimistici che vedrebbero la sconfitta di malattie, che invadono con il loro carico ansiogeno l’universo delle nostre paure; si parla di nuove frontiere della scienza; si lodano i successi della ricerca.  Ogni pensiero rivolto a Zhong Zhong, Hua Hua e alle loro sorelle minori viene  sterilizzato: loro semplicemente scompaiono, non ci sono più: non ci si occupa della loro orribile sofferenza, derubricata a puro accidente, ininfluente in tutta la vicenda. Il linguaggio è al servizio della comunicazione: non si parla di Animali, ma di   campioni” o di “modelli”, entità incapaci di  suscitare emozioni. Ciliegina sulla torta, non manca il trito riferimento al “sacrificio” animale, termine che rimanda ad    una sorta di libera scelta all’autoimmolazione da parte delle vittime, a cui vengono improvvisamente attribuite capacità di valutazione e di scelta, sulla scorta di spinte altruistiche. Ma come? Non sono erano solo “modelli animali”?!? Tornano subito ad esserlo con  il riferimento a quell’”esercito” messo a disposizione della ricerca, orrido preludio a quello che avverrà nel chiuso dei laboratori, rimarcato per salutare una  scienza “finalmente” dotata di tutto il “materiale” che serve:  e se saranno un esercito le scimmie “usate” vorrà dire che  sarà stato necessario….
Siamo di fronte ad una vera e propria mistificazione dei fatti: mentre l’esistenza delle piccole  e terrorizzate  Zhong Zhong e Hua Hua va sfumando, con le loro sorelle minori, gli scienziati e i giornalisti all’unisono pare abbiano rimediato ad un errore comunicativo del passato, evitando di riferirsi a loro con un nome proprio: dare un nome equivale a riconoscere un’identità all’individuo, renderlo riconoscibile e collegarlo ad un’intera vicenda di vita (e di morte), come fu per esempio con la pecora Dolly, che rivive ancora nel nostro immaginario quando il suo nome ne rievoca le vicende.  Prudentemente i nuovi piccoli primati sono soltanto le “scimmie clonate”, sorta di marziani irraggiungibili dalla nostra empatia, destinate a confondersi nella nostra mente con tutte le altre loro conspecifiche senza identità.  L’oblio è già in corso: se di Zhong Zhong e Hua Hua si era parlato per qualche giorno, l’interesse sulle nuove “scimmie clonate” è stato immediatamente racchiuso nel perimetro del mondo scientifico, non accessibile al vasto  pubblico, all’interno del quale è sempre possibile trovare fastidiosi contestatori. La vita continua e tutto si dimentica, soprattutto se non se ne parla.
Per il momento davanti agli occhi ci sono le immagine di scimmiette abbracciate, vicine, a cercare rassicurazione in altre uguali a sè, ugualmente fragili, pollice in bocca e sguardo mobile su  una realtà ancora sconosciuta. Intorno tutta una miriade di peluches colorati, risarcimento a prezzi di realizzo delle loro vite scippate. La più vecchia delle due immagini è già icona del passato perché Zhong Zhong e Hua Hua, un anno dopo, sono forse solo corpi deturpati, torturati e malati: se ancora sono vive.
Nel mare di indifferenza e nell’asservimento al pensiero dominante, che sono la cifra della grandissima parte dei mezzi di comunicazione, muti davanti alla sofferenza di esseri indifesi e senza colpa, ancora risuonano dall'Huffington Post, perché mai smentite, le parole  dell’allora senatore Marco Perduca che si augurava che le scimmiette clonate  prendessero il posto dei tanti gattini che infestano i social “perché sono i veri migliori amici dell’uomo”: detto da chi vanta nel proprio curriculum la partecipazione non a gruppi di facinorosi violenti, amanti di spedizioni punitive contro clochard indifesi, ma  ad associazioni quali Nessuno tocchi Caino, Certi diritti, Non c’è pace senza giustizia, lascia disperati perchè interroga ferocemente sul concetto di amicizia: se è l’universo di dolore che stiamo approntando per le scimmiette ciò che riserviamo ai nostri migliori amici, bisognerà convincersi che  davvero non ci sono più speranze per l‘umanità.

martedì 5 febbraio 2019

MIGRANTI E MACELLAI: salvati dalla Sea Watch, assunti in macelleria



 Foto Jo-Anne McArthur    
La notizia, così come è data, è una di quelle che allargano il cuore, almeno di coloro che negli immigrati non vedono  nemici da cui difendersi, ma umani in difficoltà meritevoli di solidarietà : tre di loro hanno iniziato una nuova vita, assunti da un imprenditore in un paesino della Calabria, all’interno della Sila: fanno i macellai.

Si tratta di tre giovani africani, arrivati da paesi dannati per violenza e povertà (Nigeria, Sierra Leone, Guinea Bissau) con viaggi divenuti drammaticamente usuali, segnati dal deserto e poi da anni di una prigionia fatta da torture irriferibili quale unica cifra della relazione con i potenti e i prepotenti del luogo, e infine un tutt’altro che scontato salvataggio in mare. L’assunzione ( a tempo indeterminato !!!) è un epilogo insperato, del quale il datore di lavoro e i suoi concittadini  rivendicano orgogliosi l’iniziativa generosa e i tre immigrati considerano una opportunità, che riverbera sull’Italia e gli italiani sentimenti di apprezzamento e gratitudine.

Lieto fine quindi? Forse, ma anche qualche riflessione un po’ più molesta, stimolata dall’associazione con  realtà analoghe, più in grande stile, ma di segno davvero simile, considerato che il lavoro di cui si parla contempla il portare a termine “quasi tutto il ciclo della produzione”: in altri termini, la macellazione degli animali. L’associazione è con la notizia di un paio di anni fa, proveniente dal Canada, dove il ministro federale dell’occupazione pensò di  assumere rifugiati siriani nei macelli della federazione, in risposta alla  non disponibilità dei cittadini canadesi, pur afflitti da una crescente disoccupazione, ad accettare un lavoro basato sull’uccidere animali e lavorare le loro carni. Per quanto riguarda l’assunzione dei tre ragazzi, ci si chiede come mai, in una terra come la Calabria, gravata da  indici di disoccupazione alle stelle,  quei posti non risultassero già occupati da cittadini italiani.

giovedì 29 novembre 2018

UCCIDERE PER SPORT



      
Per quanto non ci si possano  aspettare notizie confortanti dalla zone di caccia,  dove, con armamentario da  missione bellica,  c’è chi va a  braccare, ferire, uccidere esseri senzienti, il bollettino delle ultime settimane non può non lasciare esterefatti: prescindendo per un momento dalle vittime designate, gli animali,  dall’inizio della “stagione venatoria” (si chiama così!) morti e feriti umani occupano cronache quotidiane: per il fuoco amico, che colpisce i compagni,

per quello amicissimo, sbadatamente diretto contro il proprio piede o la propria spalla, e per quello per nulla amico per cui a caderne vittima sono gli altri, i passanti casuali. Tra questi ultimi trovano posto persone impallinate perché scambiate per fagiani; altri così mimetizzati da suggerire la presenza di un cinghiale, talmente desiderata da allucinarla nel pensiero; ci sono bambini colpiti mentre giocavano in cortile;  braccianti impegnati nella raccolta di kiwi,  atterrati l’uno dopo l’altro come birilli; volontari alla ricerca di una bambina autistica scomparsa raggiunti da colpi di cacciatori infastiditi dalla loro importuna presenza.

venerdì 12 ottobre 2018

#MeToo E LA DIFFAMAZIONE DEL MAIALE



       
“AFFANCULO MAIALE” è il titolo, francamente poco gentile, sulla copertina del quotidiano tedesco Die Zeit dell’8 ottobre. Ma perché mai il maiale dovrebbe raccogliere l’esortazione?
Di certo, a trattamenti non di favore ci è più che abituato: tra gli animali peggio citati, insultati, diffamati, il posto d’onore va senza ombra di dubbio alla sua specie, a quei maiali, che continuiamo a non conoscere nonostante  li abbiamo addomesticati , alias schiavizzati nel peggiore dei modi, da un bel po’ di millenni, dal 6000 A.C. dicono gli studiosi; abbiamo da allora lasciato alla loro “controfigura”, quella dei cinghiali, un destino di libertà che resta però vigilata e controllata, soggetta al piacere dei cacciatori, che così, pur lontano dalle lusinghe dell’Africa nera, possono fingere il brivido della caccia grossa, da alternare a quella a minuscoli volatili, che, per eccitante che sia, dopo milioni di individui impallinati e disintegrati, magari finisce per annoiare un po’.

martedì 19 giugno 2018

MONDIALI 2018: CALCI AI PALLONI E PALLOTTOLE AI CANI



   
Finalmente i mondiali di calcio hanno preso avvio: la soddisfazione non é  dovuta a incontenibile impazienza da calcio di inizio, ma alla speranza che questo inizio possa segnare la fine dell’ennesima strage di migliaia di cani randagi, messa in atto per ripulire le strade russe, da offrire in tutto il loro lindore agli acclamati eroi del pallone e dei loro fans, tifosi magari virili come si conviene allo sport che li calamita, ma pur sempre amanti dell’ordine e della pulizia. Insomma un sospiro di sollievo a strage conclusa, tipo quello  che, quando arriva Pasqua, sottolinea che non si uccidono più agnelli, perché sono morti tutti,  o, alla fine del periodo natalizio, ci consola perchè a quel punto la gente, abbuffata e satolla, magari per un po’ si asterrà dal mangiare altri animali.
L’attuale massacro russo è la riproposizione di un copione più volte visto anche in anni recentissimi: a Kiev, Ukraina, nel 2012, in occasione degli europei di calcio; a Sochi, Russia, nel 2014 dove si svolgevano  le Olimpiadi invernali; in Marocco, pochi mesi fa, in attesa dell’arrivo di una  delegazione FIFA che valutasse la candidatura del paese ad ospitare i  Mondiali 2026. Quello che si ripete con regolare precisione  è che, in occasione di eventi calcistici di particolare risonanza, in alcuni paesi migliaia di cani, che normalmente vivono nelle strade in vario modo integrati nel tessuto urbano, o in alcuni casi senza che nessuno si preoccupi di  idonei interventi di sterilizzazione, divengono improvvisamente elementi di disturbo, dissonanti rispetto ad una presunta immagine di civiltà, presenze moleste e  sgradevoli da eliminare. Sui modi per farlo c’è grande tolleranza e scarsa  pubblicità: ci sono i bocconi avvelenati e le armi da fuoco, ma nel passato è giunta notizia persino di cerbottane e picconate, inferte con perizia da squadroni della morte, composti da volenterosi esecutori di ordini evidentemente non così sgraditi, resi per altro più appetibili da un riconoscimento in denaro per ogni “carcassa” presentata. Le autorità sembrano poco preoccupate da una possibile propaganda negativa, forti del fatto che ogni volta anche la peggior grana è sfumata in denunce  via via sempre più flebili delle organizzazioni animaliste internazionali, in questa ultima occasione poco più che silenti, e in  rimozione totale della carneficina al primo fischio di inizio che fa della vasca dello stadio fonte di obnubilamento di ogni malessere dell’animo, tanto efficace e popolare  da fare impallidire al confronto una fumeria dell’oppio della Cina ottocentesca.

lunedì 7 maggio 2018

SAGRE CON ANIMALI IN NOME DELLA TRADIZIONE E DELLA CULTURA CHE NON C’è



      
Questa volta della corsa dei buoi di Chieuti hanno parlato  giornali e media, almeno alcuni: perché lo “spettacolo” si è volto in tragedia, il 22 aprile scorso, quando un uomo di 78 anni, venuto dal Molise per assistere alla manifestazione, buttato a terra  da un cavallo, che aveva disarcionato il fantino, è stato travolto  poi da due carri dei buoi lanciati in una corsa folle, e ha riportato ferite tali da procurarne la morte.
Il doveroso cordoglio per la vittima pare avere esaurito l’interesse per l’accaduto, sulla cui dinamica, come da trito copione, “indagherà la procura”: che cercherà di risalire alle eventuali responsabilità relative alle misure di sicurezza, a quanto sembra non rispettate, visto che lo spazio per il pubblico non era adeguatamente transennato.

venerdì 6 aprile 2018

SCIMMIETTE E SCIENZIATI: DALLA CINA SENZA AMORE




   I fatti: il 24 gennaio 2018, sulla prestigiosissima rivista Cell, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia delle Scienze a Shanghai comunica la nascita, a due settimane l’una dall’altra, da due madri surrogate,  di due cucciole di macaco, frutto di clonazione; sono stati dati loro i nomi di Zhong Zhong e Hua Hua, in orgoglioso onore delle loro origini: Zhonghua, spiegano, significa infatti “popolo cinese”.
Tappa importante di un percorso avviato da molti anni: era il 1999 quando ebbe luogo la prima clonazione, in Oregon,  di Tetra, un’altra femmina di macaco, ottenuta però con una metodica diversa, vale a dire con la scissione dell’embrione che imita l’origine naturale dei gemelli omozigoti. La nuova tecnica, che gli scienziati indicano con la sigla SNCT (trasferimento nucleare da cellule somatiche), è invece quella che aveva dato vita nel 1996 alla famosa pecora Dolly (per la cronaca, “abbattuta” a circa 7 anni di età a causa di complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland) a cui ha fatto seguito la clonazione di altre 23 specie di mammiferi: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  grazie al toro Galileo, alla cavalla Prometea e a un rinoceronte bianco.
Perché tanto clamore allora? Perché oggi si è ottenuto quello che con i primati era sempre fallito, e che permetterà, a detta degli scienziati, la creazione di un “esercito di scimmie” a fronte dei solo 4 cloni permessi dalle metodiche precedenti; ma soprattutto perché le scimmie sono “così vicine all’uomo”, come ha esclamato il cardinale Elio Sgreccia, paventando il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, sulla scorta di quello che un altro cardinale, Angelo Bagnasco definisce “delirio di onnipotenza” . Tra gli scienziati sono quelli di area cattolica ad esprimere critiche, intravedendo ambizioni faustiane  dietro gli scopi filantropici, mentre gli altri esultano in nome della scienza o, se mai, come fa il ricercatore Cesare Galli, lamentano polemicamente quelle che ritengono restrizioni (sic!) ingiustamente imposte alla ricerca italiana.  Grandi assenti nel dibattito, che si snoda tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, sono loro, le protagoniste perplesse e inconsapevoli su cui tutta la partita si gioca: una partita tutt’altro che piacevole dal momento che sono destinate a fungere da “modelli” per lo studio di malattie (Parkinson, Alzheimer, tumori, malattie del sistema immunitario e metabolico…) che quindi dovranno essere fatte insorgere sui loro corpicini. Insomma: animali da laboratorio da far crescere per un po’ in ambienti totalmente protetti, quanto più possibile sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcunchè, per poi procedere scientemente a farle ammalare di patologie che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. L’auspicato esercito di loro omologhe permetterà magari anche un po’ di tranquillità nell’uso, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale”, che ci si va assicurando abbondante.