venerdì 9 luglio 2021

ABBATTUTi COME VITELLI

 

I fatti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, oggetto della cronaca di questi giorni, che parlano di vessazioni a danno dei detenuti, fanno riferimento a uno dei tanti modi in cui si declina il concetto di tortura.   Tortura che, in Italia, è considerata reato dal  luglio del 2017, con l’entrata in vigore della legge al riguardo, la cui discussione si era protratta per  quasi 30 anni, anni irti di una infinità di ostacoli, attribuibili ad un’ innegabile diffusa giustificazione dei  comportamenti aggressivi che possono avere luogo ad opera dei  tutori dell’ordine a danno dei cittadini, detenuti o meno che siano.

La storia della tortura è antichissima e ben documentata dagli studiosi. Limitando l’ottica solo ai tempi più recenti, l’idea di fondo che le carceri siano quasi per loro stessa natura luoghi di prepotenza e prevaricazione tra i detenuti e sui detenuti, è stata supportata anche da un’enorme filmografia, che, di certo, comprende  titoli atti a soddisfare, con la messa in onda di una sadismo fuori controllo, i bisogni voyeristici e morbosi di una vasta porzione di  pubblico. Ma anche opere importanti, di esplicita denuncia di un sistema malato, divenute in modi diversi dei cult-movies dalle più svariate ambientazioni: tanto per citare  Papillon (1974; Guyana francese); Fuga di mezzanotte (1978; Turchia) ;  Nel nome del padre (1993) e Hunger (2008; Irlanda del nord). Solo l’imbarazzo della scelta per quanto riguarda gli Stati Uniti: Bruebaker (1980);  Le ali della libertà (1994); L’isola dell’ingiustizia-Alcatraz (1995);  Sleepers (1996). Limitandoci alle cose di casa nostra,  senza dimenticare “Detenuto in attesa di giudizio” con la denuncia, regolarmente rimossa, di Alberto Sordi dei mali grotteschi del sistema giudiziario, è ovvio ricordare Diaz, sul G8 di Genova, e Sulla mia pelle,  ricostruzione della tragica uccisione di Stefano Cucchi.

sabato 26 giugno 2021

Nel Caffè di Massimo Gramellini i commenti al monumento alla porchetta

  


Certo non deve essere facile commentare ogni giorno un fatto, attenti ad apparire intelligenti, arguti, un po’ dissacranti e fuori dal coro mentre ci si canta dentro: l’operazione forse pesa un po’sulla testa di Massimo Gramellini e questa può essere la spiegazione allo scritto odierno  che trasuda stanchezza e sfiancamento davanti alla levata di scudi contro l’”opera d’arte” in oggetto: una scultura in travertino che rappresenta una porchetta, apparsa a Trastevere per rigenerare (???), insieme ad altre installazioni, le piazze romane in collaborazione con un’accademia di belle (???) arti.

Gramellini, davanti all’indecenza del monumento alla porchetta, vale a dire alla statua di un maiale morto, legato “come un salame”, con gli occhi chiusi e la bocca spalancata nella smorfia di dolore che di certo ha  accompagnato anche il suo ultimo respiro, riesce solo a  sbuffare , infastidito dallo sdegno degli “animalisti”, e si  lamenta che al giorno d’oggi, o tempora o mores, “ogni sensibilità individuale si arroga il diritto di porre il veto sull’universo intero”. Certo, Gramellini, come chiunque altro, è libero di pensare e di dare i giudizi che vuole: il problema è che lui i suoi giudizi e i suoi pensieri, li mette sulla prima pagina del Corriere della Sera, non esattamente un notiziario parrocchiale.  Pensieri e giudizi che vedono nella esposizione di un brandello dell’olocausto animale (dalle proporzioni oceaniche viste le  centinaia di milioni di esseri senzienti uccisi ogni giorno) un problema che attiene se mai alla sensibilità individuale, da cui lui pare orgogliosamente dissociarsi,  o al più un problema da ricondurre  all’amore o al disamore per il bello: una questione di estetica, insomma.

venerdì 7 maggio 2021

SALVATE LA BAMBOLA BOBO

    


 

 

 

 

 

 

 

Ci risiamo: un gruppo di ragazzini tra i nove e i dieci anni ad Acate, nel ragusano, armati di forbici e lamette, ha cercato di tagliare le orecchie ad un cucciolo di cane, un piccolo randagio che bazzicava insieme ai suoi fratellini in un cortile del quartiere; l’impresa  è stata interrotta  grazie all’intervento di un giovane di passaggio che, uditi i lamenti, ha messo in salvo l’animale, lo ha portato dal veterinario e ha reso nota la cosa. Il piano dei bambini contemplava che il trattamento proseguisse a carico degli altri cuccioli; la zia di uno di loro ha comunque spiegato ai  commentatori incompetenti e  calunniosi  che il nipotino voleva solo rendere più bello il cane.

Questi i fatti di cui si sta occupando la cronaca, con il risalto giustamente già riservato a fatti di analoga gravità  che vanno ripetendosi: ci furono i quattro di Sangineto che torturarono a morte, giusto per divertirsi, il cane Angelo e ne pubblicarono lo strazio sui social; il bidello che ammazzò a colpi di scopa il gattino macchiatosi del reato imperdonabile di essere entrato senza autorizzazione nel cortile di una  scuola elementare; il farabutto che trascinò il suo cane incatenato al paraurti dell’auto facendolo morire non prima che fosse ridotto a pezzi.

sabato 13 marzo 2021

FEMMINISMI E ALTRE LIBERAZIONI

 


 

 

 

 

 

 

 

 

Era il 1792  quando il filosofo Thomas Taylor, in risposta  a “Una rivendicazione dei diritti delle donne” di Mary Wollstonecraft, rispondeva provocatoriamente che, se si riconoscevano diritti alle donne, allora si sarebbe dovuto riconoscerli anche agli animali. Pensava ovviamente di risultare provocatorio, di suscitare sconcerto o ilarità, proprio come divertito e sconcertato era evidentemente lui davanti all’ipotesi che le donne potessero aspirare ad essere portatrici di diritti. Ma, suo malgrado, la sua tesi, ripulita dalle connotazioni connesse alla sua preoccupante visione a tunnel sulle cose,  risulta quanto mai azzeccata: comporta  un link, che è politico, psicologico, esistenziale tra questione femminile e questione animale, benchè lui fosse lontano mille miglia dall’intuirla e riuscisse a risolverla solo come battuta.

Prescindendo dalla ricostruzione del cammino faticosissimo delle donne in direzione della parità di genere e di quello solo agli albori degli altri animali, portato avanti per interposta persona,  in difesa almeno della loro sopravvivenza,  è importante riflettere sui modi in cui si estrinseca questa particolare alleanza interspecifica donne-animali.