venerdì 23 marzo 2018
GLI AGNELLI NON RISORGONO A PASQUA
venerdì 15 dicembre 2017
UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI
Drapetomania è un
termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente
designava.
Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente
dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci
illudiamo superato sforino il terreno,
magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di
nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright
(1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati
Uniti, lo ideò per dare nome a un disturbo
mentale, caratterizzato dall’insano
desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente
(“…quella fastidiosa abitudine del fuggire,
che hanno molti negri…” diceva). Il tutto per non svolgere il compito a loro
affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici
che prevedevano, a detta di Cartwright,
che al loro padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero
andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene,
sono peccaminosi…. venerdì 21 luglio 2017
VIETATO FRUSTARE I CAVALLI
La
notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali,
quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi
nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno, perché l’attesa delle usuali scudisciate è
essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste
comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero
imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli
non sanno quando e quanto forte, punisce un peccato non commesso.
mercoledì 21 giugno 2017
BENESSERE ANIMALE CHE NUOCE AGLI ANIMALI
“The
times they are a-changin’”: finiva il 1963 quando Bob Dylan la cantò per la
prima volta dando voce all’urgenza e alla fascinazione di un cambiamento che
sembrava destinato a travolgere il mondo;
ideali di rinnovamento, giustizia, pace, sollecitati dalla forza esplosiva di
un’intera generazione di giovani, pronti a rivoltare il mondo, che così come
era fatto non si poteva proprio sopportare. Da allora è risuonata in mille
contesti dove la rivolta contro l’ingiustizia faceva sventolare la bandiera di
ogni speranza; nella rimozione autoprotettiva che quei versi erano risuonati
per la prima volta giusto quando John Kennedy veniva assassinato: dettaglio non
trascurabile mentre il sogno veniva spacciato per previsione.
Potenza
delle parole e potenza dei sogni. Così anche oggi la tentazione di ripeterle è
grande davanti al dilagante movimento contro la sopraffazione dei nonumani, che si manifesta nelle forme indecenti,
irracontabili, variegate, ciniche, sadiche che sa assumere. L’ingiustizia
sembra tale da dovere per forza implodere e nel giro di pochi decenni, ma
essenzialmente negli ultimi anni, davvero tantissime cose sembrano essere cambiate:
si denunciano le atrocità compiute nei macelli, nei laboratori di vivisezione,
nel dietro-le-quinte dell’addestramento degli animali esotici nei circhi, si guardano
con disprezzo attività quali caccia e pesca, sagre e zoo, per legittimate che
siano. Persino nel campo dell’alimentazione, quella connessa alla pochezza
della nostra (in)capacità di agire sugli irrinunciabili piaceri della gola, tante
cose si muovono: un termine quale vegano, incomprensibile ai più fino all’altro
ieri, è ora sdoganato in tanti bar e ristoranti; vengono pubblicati persino
libri il cui titolo, “No vegan”, sta a
metà strada tra la supplica di chi non ne può più (“Basta, vi prego”) e l’appello
di chi, seriamente preoccupato, passa al contrattacco (“Tutte storie”); maltrattamenti
di animali d’affezione raramente hanno luogo in pubblico e, quando succede, le conseguenze
mediatiche sui responsabili sono dilaganti. Pur nella consapevolezza trattarsi
di gocce nel mare, la tentazione di farsi invadere da una vaga soddisfazione,
che attutisca il tormento sperimentato da tutti coloro che sentono nelle loro
corde l’inferno quotidiano dei nonumani, è davvero grande.
sabato 18 marzo 2017
CAVALLI: QUELLA VITA CHE FU TENUTA A FRENO
Negli ultimi tempi i cavalli sono divenuti protagonisti di almeno un paio di
situazioni di interesse mediatico: e, visto il trattamento che devono subire, davvero
ne avrebbero fatto volentieri a meno.
Una
notizia, riportata su alcuni media stranieri, ma non risulta su quelli
italiani, riguarda la corsa ippica (27.02.2017) del White Turf di St Moritz,
interrotta in seguito alla caduta rovinosa di un cavallo, Boomerang Bob: secondo
consolidata norma, il fantino ferito è stato trasportato in elicottero in
ospedale, il cavallo più sbrigativamente è stato soppresso. Stava correndo al
galoppo sul ghiaccio, perché questo è il White Turf. Si potrebbe disquisire a
lungo sul senso del costringere cavalli a correre su un tale genere di “terreno”l e ancora di
più sull’abitudine di risolvere le immancabili tragiche cadute con un colpo di
pistola, che sembra spazzare via ogni responsabilità, poco cambia se ad essere
teatro delle sconsiderate corse sono le nobili curve di Siena, i ghiacci elitari
di St Moritz o le strade di una malfamata Catania. Senza entrare ulteriormente nel merito,
l’episodio è utile a sottolineare che questa è la norma per i cavalli
fortunati, quelli cioè non destinati alla macellazione.
sabato 18 febbraio 2017
IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE
Difficile
ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio
di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran
brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di
canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di
zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo
di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno
davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne
scoprono allora della belle.
La
faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce
per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore
atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina
Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un
interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi,
quando le performances non proprio entusiasmanti dei rossoneri hanno scatenato la caccia
all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza
per finire lì sul banco degli imputati:
sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel
morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un
anonimato forse degno di più temibili
minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi
alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a
commento che “l’istinto carnivoro
comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo
collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore
scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”.
Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente
cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare
sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana,
ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano
nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non
estremi. Di sacrifici e rinunce non si
astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta
è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà).
giovedì 22 dicembre 2016
Non fare l'asino, regalalo! Come tormentare gli animali e sentirsi generosi
Viene giudicata originale, persino un po’ impertinente la trovata della Caritas altoatesina di promuovere quest’anno un modo alternativo di festeggiare un natale che sia solidale anziché consumistico: sì, perché non pensa solo agli alimenti per le persone bisognose dell’Alto Adige, alla legna per gli anziani della Serbia, alle scarpe per i bambini boliviani, agli alberi da frutta per l’Etiopia, alle sementi per Haiti o a un pozzo per una comunità del Kenia, ma si compiace del proprio anticonformismo nel proporre come regalo a comunità bisognose un asino o una capra, che vanno ad arricchire il parco-animali delle ormai usuali mucche, offerte come dono da altre associazioni umanitarie.
Le battute si sprecano: e
quindi l’asinello impacchettato con
tanto di fiocco sopra è pretesto per immancabili spiritosaggini sullo
stereotipo della presunta stupidità della sua specie: non fare l’asino! Oltre
all’uso, anche lo scherno, tanto alla luce di cause nobili tutto si può sdoganare.
sabato 19 novembre 2016
IL CANE ANGELO, randagio di Calabria
La
storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme
indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione
molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto
perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata
e messa in rete, in quel moderno
ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce,
senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”,
e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui
non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza,
scambiandola per audacia: purchè gli altri guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:
e si arriva a mettere in scena un film
dell’orrore, ridendo e sghignazzando.
sabato 22 ottobre 2016
PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI
Ogni
adulto, che sia in grado di pensare, che non sia sottoposto a costrizioni, e che abbia libero
accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche
l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta
libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare.
Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo
in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che
ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo
spesso a soggiacere passivamente, senza
riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che
tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la
relatività.
Affiancare
al termine cultura quello di pubblicità può
sembrare un azzardo, un ossimoro, ma, al
netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e
ossessiva, è enorme nel modellare i
costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi, talvolta fruitori attenti e convinti, molto
più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente
permeabili ai messaggi.
sabato 1 ottobre 2016
IL MIO CANE é VEGANO: FOLLIA o LOGICA STRINGENTE?
Un articolo sul Corsera, ormai datato, scritto da Chiara Lalli, filosofa, saggista, giornalista, aveva un titolo in forma di supplica, “Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali”. L'autrice scriveva, inorridendo, che esistono persino “padroni” vegani che estendono il loro veganesimo ai propri cani: gli aggettivi con cui definiva la “bizzarria” facevano riferimento alla mitomania e al pensiero magico: in altri termini, follia allo stato puro, perché, diceva lei, “i cani sono carnivori” e perché non hanno morale: dal che conseguirebbe che non sia lecito applicare comportamenti morali ad azioni che li vedono protagonisti.
Ora, è assolutamente necessario premettere che i
cani, in base ad un approccio scientifico e non ideologico, sono in realtà onnivori,
esattamente come noi umani ( sono i gatti a necessitare di una aggiunta di
taurina nel caso di una dieta vegana: in questo contesto non verranno presi in
considerazione): di conseguenza l’alimentazione carnea per i cani è possibile,
ma non è necessaria. A questo proposito, Chiara Lalli , mentre accusa di
bizzarrie il mondo animalista, di fatto
finisce per ammantarlo di una coerenza che francamente non è così meritata. La situazione
è questa: vivono nelle nostre case circa
7 milioni di cani e, tra i loro compagni umani, sono molti quelli che si definiscono
genericamente come amanti di tutti gli animali e che, proprio in quanto tali, con una abnegazione
ammirevole, magari arrivano a mettere energie, tempo, denaro al servizio del
benessere e della salvaguardia di esseri, che sono vittime di abbandoni, maltrattamenti o ingiurie di ogni
tipo: sostengono a prezzo di grandi
sacrifici un atteggiamento
altruista, nella convinzione che bisogna
prendersene cura, proteggerli, difenderli in prima persona. Persone che
adottano animali anziani, malati, feriti; altre che addirittura si limitano a
provvedere al loro nutrimento, per strada, astenendosi dall’adottarli e rinunciano così implicitamente anche a quel
ritorno di affettività che la convivenza e la vicinanza protratta generano:
atteggiamento di enorme generosità, connotato affettivamente ed emotivamente.
Ecco: proprio qui, dove Chiara Lalli rimarca
eccentricità e capricci, va invece in onda una dinamica che vale la pena non di
giudicare, ma di decodificare, e si va nella direzione contraria a quella indicata
dalla giornalista. Perchè in assenza di statistiche ufficiali, quelle caserecce, derivanti
da conoscenze dirette e indirette, indicano invece che anche coloro che
dedicano la propria vita alla difesa degli animali, i loro pet li nutrono in
genere con altri animali.
Questo si che è bizzarro: perché se le scelte
alimentari vegane sono frutto di un approccio alla realtà etico, che non
permette di considerarsi autorizzati a sfruttare la vita di altri esseri
senzienti per il proprio gusto, per il
proprio piacere, per le proprie preferenze, se l’antispecismo è convinzione che
gli animali sono soggetti di una vita, non sono al nostro servizio, vanno
rispettati, allora la bizzarria sta proprio nel sospendere i correlati pratici
di queste convinzioni quando si tratta del proprio cane. Le argomentazioni diventano
incredibilmente poco elaborate: ne ha
bisogno, non posso decidere per lui, gli piace di più. Argomentazioni che,
quando riferite alla specie umana, sono fonte di reazioni inorridite nelle
stesse persone, che sanno bene che i prodotti di origine animale non sono
indispensabili, non lo sono per gli umani esattamente come non lo sono per i
cani; che una giustificazione riferita al gusto è inammissibile e oscena, se
pagata con l’orrore delle morti atroci di
tanti altri animali di diversa specie; che decidono inevitabilmente per il proprio
animale quando stabiliscono dove farlo dormire, quando e dove portarlo a fare
una passeggiata, se e dove andare in vacanza con lui ed ogni altra cosa, perché è
del tutto evidente che i nostri pet non possono che adeguarsi, almeno in grande
misura, alle nostre di abitudini, necessità, preferenze: né più né meno di come
devono fare i bambini quando sono molto piccoli.
Così gli stessi vegani che al supermercato sospirano tra
l’indispettito e il rassegnato nel rimettere al suo posto il prodotto in cui è
stata avvistata una percentuale dello
zero virgola di uova o formaggio, poi a Lapo, Pedro e Rex comperano scatolette
di vitello, manzo, agnello, struzzo o maiale. Ma che succede mai? Davanti
all’acquisto del proprio cibo sono perfettamente consapevoli che i parametri di
normalità, naturalezza e necessità
(secondo l’efficace terminologia di Melanie Joy) attribuiti all’alimentazione di origine
animale sono dei falsi, utili a connotare
di obbligatorietà quella che in realtà è una
scelta. Davanti al cibo per il proprio cane, la carne di tacchino,
salmone, anatra o cavallo viene assoggettata ad un meccanismo di rimozione per
cui non sembra conservare più alcun legame con il corpo dell’animale ammazzato
per essere trasformato in cibo. La cosa viene vissuta come inevitabile, con un
dislocamento delle responsabilità all’animale stesso quasi la propria scelta
derivasse dalla necessità di assecondare il suo stato di natura: come se i
nostri cani, lasciati nella condizione di randagismo, mangiassero abitualmente salmone
e maiale. Gli scaffali dei negozi per animali rigurgitano di questi “prodotti”,
di questi animali trasformati in cibo per i nostri animali: di conseguenza il
concetto di normalità non ha alcuna difficoltà ad affermarsi, viene sdoganato
in virtù della sua stessa diffusione, esattamente come non si sta a riflettere
davanti al salame, al tonno, al latte,
ai formaggi per noi umani: tutto normale.
A volte la realtà si colora: ci sono “animalisti”
che ordinano pizze divise in due: una metà
rigorosamente marinara, tanto familiare a tutti i vegani ormai programmati al
punto da non dare più neppure uno sguardo al menù prima di scegliere, e l’altra
metà arricchita di wuster o prosciutto per il peloso che la ama così tanto, quasi
che il maiale abbia sofferto minore
ingiustizia con la propria macellazione
per il fatto di essere destinato ad altro quadrupede: questo sì che, forse, è
un pensiero magico.
Ma per gli inguaribile miscredenti che alla magia
si ostinano a non credere, c’è la psicologia sociale a venire in soccorso, e a offrire un appiglio esplicativo con il
concetto di dissonanza cognitiva, di
quel meccanismo, cioè, (Leon Festinger; 1957), di complessa dinamica mentale in cui
credenze, nozioni, opinioni si trovano a contrastare funzionalmente in uno
stesso soggetto, in cui coesistono pensieri antitetici; le rappresentazioni di
due diverse situazioni non sono coerenti, ma anzi contrapposte, e, in quanto
tali, potenziale fonte di disagio
psicologico. In altri termini, si è portatori di una convinzione e
contestualmente i propri atti ne sostengono una inconciliabile, al punto tale
da potere originare una forma di disagio, da cui sarebbe un sollievo potere uscire. Ma quali sono le strade per riuscire a
ripristinare una tranquillizzante coerenza? Quella più ovvia sarebbe quella di
astenersi da comportamenti che confliggono con le proprie convinzioni, nello
specifico di non comperare i prodotti
della uccisione degli animali, se la si stigmatizza come immorale .
Evidentemente è più facile a dirsi che a farsi, dal momento che non risulta questa
la strada più battuta: risulta più comune una diversa strategia, quella di modificare
invece il proprio mondo cognitivo e interpretare le stesse informazioni in modi
radicalmente diversi in momenti diversi, al servizio di una diversa visione del
mondo. Nello specifico le persone si trovano a dover fronteggiare, davanti agli
altri ma soprattutto davanti a se stessi, una innegabile incoerenza: convinto
come sono che gli animali sono soggetti di diritto e il diritto di farli
uccidere per nutrire, pur se non me, il mio cane, non ce l’ho, agisco sulle mie convinzioni,
modificando la realtà: non esiste scelta perché ci si trova davanti ad una
necessità (i cani devono mangiare carne, con
excursus, a seguire, sui canini affilati
che dimostrerebbero inequivocabilmente l’uso per cui esistono, quello di
strappare brandelli di carne) che, come tale, mi esonera da responsabilità: questo diventa il modo per superare il
disagio; dimenticando che si tratta della stessa affermazione potentemente osteggiata in altri contesti. Anche
le altre convinzioni o assurgono a dogma (non
posso scegliere per lui) e in questo caso è la negazione a venire in
soccorso con l’esclusione della realtà che
sempre invece induce a scegliere per lui; o vengono caricate di valenze (“gli piace di più”) ammantate di quella
tenerezza che trasforma il proprio cane in un campione di egocentrismo: per
procura, perché ancora una volta siamo noi a centralizzare la nostra posizione.
Se questi meccanismi sono sufficienti o meno a placare il disagio che la
dissonanza cognitiva genera, sta ad ognuno verificarlo: di certo a quanto pare
risulta per molti più facile cambiare atteggiamento mentale, con il ricorso a
strategie difensive (per altro tanto rodate in temi di relazioni
interspecifiche) , che non il comportamento, anche perché quando il disagio
viene percepito, l’azione è già stata messa in atto e giustificarla è allora la
strada più agevole.
Forse i nostri cani trarrebbero grande vantaggio se, oltre ad appigliarci a meccanismi tanto costosi in termini di logorio di energie
mentali, ci limitassimo a immettere nel nostro hard disk banali informazioni sui
reali contenuti di quelle scatolette che giudichiamo irrinunciabili, che sono
spesso concentrati dei peggiori scarti: si potrebbero buttare all’aria tante
convinzioni sul benessere che ne deriva. L’argomento porta lontano. Sufficiente
per ora riflettere sulla complessità delle dinamiche che ci guidano ogni
giorno, e anche su come le convinzioni di base inducano a tacciare di fanatismo
ciò che, da un’altra ottica, ha invece i connotati di un approccio doverosamente
coerente.
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