venerdì 23 marzo 2018

GLI AGNELLI NON RISORGONO A PASQUA



  
Ci risiamo: è pasqua un’altra volta per le persone di buona volontà, che  non possono ignorare che non solo di resurrezione saremo qui a parlare, perché altre morti incombono che saranno però definitive, senza riscatto né nuove vite davanti. Gli agnelli sono nati da poco e fra pochi giorni saranno teneri al punto giusto. Ancora un po’ di latte dalla mamma, quella che ululerebbe, come direbbe Saramago, se solo sapesse dove vengono portati i suoi piccoli, partoriti magari nella fantasia di vederli correre nei prati verdi dei loro desideri. E invece  è sui camion che vengono caricati,  ammassati l’uno addosso all’altro  a  belare a un cielo che tanto non si scompone perché se ne frega del dolore di quaggiù, e poi dentro all’inferno: gemiti e  bestemmie, lamenti e imprecazioni, braccia forti e lame affilate, e poi sangue, sangue ovunque. Senza perdere tempo,  perché ce ne sono proprio tanti da legare e poi ammazzare, e per quanto si sia esperti a farlo  a catena di montaggio, un po’ di tempo per sgozzare occorre e sono tanti i cuccioli necessari a soddisfare tutti quelli che l’agnello pasquale, inteso come arrosto, lo considerano irrinunciabile, per quanto a giustificazione non ci siano  certo fame nè digiuni da compensare: è solo che chi ama Dio a quel sacrificio di un innocente sembra non voler proprio rinunciare, non sia mai che, senza l’agnello a riproporlo,  qualcuno si scordi del dolore che Gesù ha sofferto, vittima innocente e senza scampo, inerme e dolorante. Ma anche chi con la metafisica e l’al di là non ha grande dimestichezza e, diciamolo, neppure il benchè minimo interesse, non ci sta  a sentirsi escluso: se anche non richiama  l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo, quello che vuole nel piatto è pur sempre una gustosa incarnazione.

venerdì 15 dicembre 2017

UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI






   Drapetomania  è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava.
 Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino  il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a  un disturbo mentale, caratterizzato dall’insano desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente (“…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…” diceva). Il  tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di  Cartwright, che al loro  padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi….

venerdì 21 luglio 2017

VIETATO FRUSTARE I CAVALLI



 

  VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia.
La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso.

mercoledì 21 giugno 2017

BENESSERE ANIMALE CHE NUOCE AGLI ANIMALI




     “The times they are a-changin’”: finiva il 1963 quando Bob Dylan la cantò per la prima volta dando voce all’urgenza e alla fascinazione di un cambiamento che sembrava destinato a  travolgere il mondo; ideali di rinnovamento, giustizia, pace, sollecitati dalla forza esplosiva di un’intera generazione di giovani, pronti a rivoltare il mondo, che così come era fatto non si poteva proprio sopportare. Da allora è risuonata in mille contesti dove la rivolta contro l’ingiustizia faceva sventolare la bandiera di ogni speranza; nella rimozione autoprotettiva che quei versi erano risuonati per la prima volta giusto quando John Kennedy veniva assassinato: dettaglio non trascurabile mentre il sogno veniva spacciato per previsione.
Potenza delle parole e potenza dei sogni. Così anche oggi la tentazione di ripeterle è grande davanti al dilagante movimento contro la sopraffazione  dei nonumani, che si manifesta nelle forme indecenti, irracontabili, variegate, ciniche, sadiche che sa assumere. L’ingiustizia sembra tale da dovere per forza implodere e nel giro di pochi decenni, ma essenzialmente negli ultimi anni, davvero tantissime cose sembrano essere cambiate: si denunciano le atrocità compiute nei macelli, nei laboratori di vivisezione, nel dietro-le-quinte dell’addestramento degli animali esotici nei circhi, si guardano con disprezzo attività quali caccia e pesca, sagre e zoo, per legittimate che siano. Persino nel campo dell’alimentazione, quella connessa alla pochezza della nostra (in)capacità di agire sugli irrinunciabili piaceri della gola, tante cose si muovono: un termine quale vegano, incomprensibile ai più fino all’altro ieri, è ora sdoganato in tanti bar e ristoranti; vengono pubblicati persino libri il cui titolo, “No vegan”,  sta a metà strada tra la supplica di chi non ne può più (“Basta, vi prego”) e l’appello di chi, seriamente  preoccupato,  passa al contrattacco (“Tutte storie”); maltrattamenti di animali d’affezione raramente hanno luogo in  pubblico e, quando succede, le conseguenze mediatiche sui responsabili sono dilaganti. Pur nella consapevolezza trattarsi di gocce nel mare, la tentazione di farsi invadere da una vaga soddisfazione, che attutisca il tormento sperimentato da tutti coloro che sentono nelle loro corde l’inferno quotidiano dei nonumani, è davvero grande.

sabato 18 marzo 2017

CAVALLI: QUELLA VITA CHE FU TENUTA A FRENO



Uno frustato nel maneggio di Capalbio, uno abbattuto nella corsa sul ghiaccio a St Moritz

Negli ultimi tempi i cavalli sono divenuti protagonisti di almeno un paio di situazioni di interesse mediatico: e, visto il trattamento che devono subire, davvero ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Una notizia, riportata su alcuni media stranieri, ma non risulta su quelli italiani, riguarda la corsa ippica (27.02.2017) del White Turf di St Moritz, interrotta in seguito alla caduta rovinosa di un cavallo, Boomerang Bob: secondo consolidata norma, il fantino ferito è stato trasportato in elicottero in ospedale, il cavallo più sbrigativamente è stato soppresso. Stava correndo al galoppo sul ghiaccio, perché questo è il White Turf. Si potrebbe disquisire a lungo sul senso del costringere cavalli a correre  su un tale genere di “terreno”l e ancora di più sull’abitudine di risolvere le immancabili tragiche cadute con un colpo di pistola, che sembra spazzare via ogni responsabilità, poco cambia se ad essere teatro delle sconsiderate corse sono le nobili curve di Siena, i ghiacci elitari di St Moritz o le strade di una malfamata Catania.  Senza entrare ulteriormente nel merito, l’episodio è utile a sottolineare che questa è la norma per i cavalli fortunati, quelli cioè non destinati alla macellazione.

sabato 18 febbraio 2017

IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE




     
Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle.

La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà).

giovedì 22 dicembre 2016

Non fare l'asino, regalalo! Come tormentare gli animali e sentirsi generosi



Viene giudicata originale, persino un  po’ impertinente la trovata della Caritas altoatesina di  promuovere quest’anno un modo alternativo di festeggiare un natale che sia solidale anziché consumistico: sì, perché  non pensa solo agli alimenti per le persone bisognose dell’Alto Adige, alla legna per gli anziani della Serbia, alle scarpe per i bambini boliviani, agli  alberi da frutta per l’Etiopia, alle sementi per Haiti o a un pozzo per una comunità del Kenia, ma si compiace del proprio anticonformismo nel proporre come regalo a comunità bisognose un asino o una capra, che vanno ad arricchire il parco-animali delle ormai usuali mucche, offerte come dono da altre associazioni umanitarie.
Le battute si sprecano: e quindi l’asinello impacchettato  con tanto di  fiocco sopra è  pretesto per immancabili spiritosaggini sullo stereotipo della presunta stupidità della sua specie: non fare l’asino! Oltre all’uso, anche lo scherno, tanto alla luce di cause  nobili tutto si può sdoganare.

sabato 19 novembre 2016

IL CANE ANGELO, randagio  di Calabria


    
Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio:  da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto.

La storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e  messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purchè gli altri  guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:  e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando.  

sabato 22 ottobre 2016

PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI


   Ogni adulto, che sia in grado di pensare, che non sia  sottoposto a costrizioni, e che abbia libero accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare. Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo spesso a  soggiacere passivamente, senza riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la relatività.
Affiancare al termine cultura quello di  pubblicità può sembrare un azzardo, un ossimoro, ma,  al netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e ossessiva, è enorme nel  modellare i costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi,  talvolta fruitori attenti e convinti, molto più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente permeabili ai messaggi.

sabato 1 ottobre 2016

IL MIO CANE é VEGANO: FOLLIA o LOGICA STRINGENTE?




 
Un articolo sul Corsera, ormai datato, scritto da Chiara Lalli, filosofa, saggista, giornalista, aveva un titolo in forma di supplica, “Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali”. L'autrice scriveva, inorridendo,  che esistono persino “padroni” vegani che estendono il loro veganesimo ai propri cani: gli aggettivi con cui definiva  la “bizzarria” facevano riferimento alla mitomania e  al pensiero magico: in altri termini, follia allo stato puro, perché, diceva lei, “i cani sono carnivori” e perché non hanno morale: dal che conseguirebbe che non sia lecito applicare comportamenti morali ad azioni che li vedono protagonisti.
Ora, è assolutamente necessario premettere che i cani, in base ad un approccio scientifico e non  ideologico, sono in realtà onnivori, esattamente come noi umani ( sono i gatti a necessitare di una aggiunta di taurina nel caso di una dieta vegana: in questo contesto non verranno presi in considerazione): di conseguenza l’alimentazione carnea per i cani è possibile, ma non è necessaria. A questo proposito, Chiara Lalli , mentre accusa di bizzarrie il  mondo animalista, di fatto finisce per ammantarlo di una coerenza che francamente non è così meritata. La situazione è questa:  vivono nelle nostre case circa 7 milioni di cani e, tra i loro compagni umani,  sono molti quelli che si definiscono genericamente come amanti di tutti gli animali e che, proprio  in quanto tali, con una abnegazione ammirevole, magari arrivano a mettere energie, tempo, denaro al servizio del benessere e della salvaguardia di esseri, che sono vittime di  abbandoni, maltrattamenti o ingiurie di ogni tipo:  sostengono a prezzo di grandi sacrifici  un atteggiamento altruista,  nella convinzione che bisogna prendersene cura, proteggerli, difenderli in prima persona. Persone che adottano animali anziani, malati, feriti; altre che addirittura si limitano a provvedere al loro nutrimento, per strada, astenendosi dall’adottarli  e rinunciano così implicitamente anche a quel ritorno di affettività che la convivenza e la vicinanza protratta generano: atteggiamento di enorme generosità, connotato affettivamente ed emotivamente.  

Ecco: proprio qui, dove Chiara Lalli rimarca eccentricità e capricci, va invece in onda una dinamica che vale la pena non di giudicare, ma di decodificare, e si va  nella direzione contraria a quella indicata dalla giornalista. Perchè in assenza di  statistiche ufficiali, quelle caserecce, derivanti da conoscenze dirette e indirette, indicano invece che anche coloro che dedicano la propria vita alla difesa degli animali, i loro pet li nutrono in genere con altri animali.

Questo si che è bizzarro: perché se le scelte alimentari vegane sono frutto di un approccio alla realtà etico, che non permette di considerarsi autorizzati a sfruttare la vita di altri esseri senzienti per il proprio gusto,  per il proprio piacere, per le proprie preferenze, se l’antispecismo è convinzione che gli animali sono soggetti di una vita, non sono al nostro servizio, vanno rispettati, allora la bizzarria sta proprio nel sospendere i correlati pratici di queste convinzioni quando si tratta del proprio cane. Le argomentazioni diventano  incredibilmente poco elaborate: ne ha bisogno, non posso decidere per lui, gli piace di più. Argomentazioni che, quando riferite alla specie umana, sono fonte di reazioni inorridite nelle stesse persone, che sanno bene che i prodotti di origine animale non sono indispensabili, non lo sono per gli umani esattamente come non lo sono per i cani; che una giustificazione riferita al gusto è inammissibile e oscena, se pagata con  l’orrore delle morti atroci di tanti altri animali di diversa specie;  che decidono inevitabilmente per il proprio animale quando stabiliscono dove farlo dormire, quando e dove portarlo a fare una passeggiata, se e dove andare in  vacanza con lui ed ogni altra cosa, perché è del tutto evidente che i nostri pet non possono che adeguarsi, almeno in grande misura, alle nostre di abitudini, necessità, preferenze: né più né meno di come devono fare i bambini quando sono molto piccoli.
Così gli stessi  vegani che al supermercato sospirano tra l’indispettito e il rassegnato nel rimettere al suo posto il prodotto in cui è stata avvistata una  percentuale dello zero virgola di uova o formaggio, poi a Lapo, Pedro e Rex comperano scatolette di vitello, manzo, agnello, struzzo o maiale. Ma che succede mai? Davanti all’acquisto del proprio cibo sono perfettamente consapevoli che i parametri di normalità, naturalezza  e necessità (secondo l’efficace terminologia di Melanie Joy)  attribuiti all’alimentazione di origine animale sono dei falsi, utili  a connotare di obbligatorietà quella che in realtà è una  scelta. Davanti al cibo per il proprio cane, la carne di tacchino, salmone, anatra o cavallo viene assoggettata ad un meccanismo di rimozione per cui non sembra conservare più alcun legame con il corpo dell’animale ammazzato per essere trasformato in cibo. La cosa viene vissuta come inevitabile, con un dislocamento delle responsabilità all’animale stesso quasi la propria scelta derivasse dalla necessità di assecondare il suo stato di natura: come se i nostri cani, lasciati nella condizione di randagismo, mangiassero abitualmente salmone e maiale. Gli scaffali dei negozi per animali rigurgitano di questi “prodotti”, di questi animali trasformati in cibo per i nostri animali: di conseguenza il concetto di normalità non ha alcuna difficoltà ad affermarsi, viene sdoganato in virtù della sua stessa diffusione, esattamente come non si sta a riflettere davanti al salame, al  tonno, al latte, ai formaggi per noi umani: tutto normale.

A volte la realtà si colora: ci sono “animalisti” che   ordinano pizze divise in due: una metà rigorosamente marinara, tanto familiare a tutti i vegani ormai programmati al punto da non dare più neppure uno sguardo al menù prima di scegliere, e l’altra metà arricchita di wuster o prosciutto per il peloso che la ama così tanto, quasi che  il maiale abbia sofferto minore ingiustizia con  la propria macellazione per il fatto di essere destinato ad altro quadrupede: questo sì che, forse, è un pensiero magico.

Ma per gli inguaribile miscredenti che alla magia si ostinano a non credere, c’è la  psicologia sociale a venire in soccorso,  e a offrire un appiglio esplicativo con il concetto di dissonanza cognitiva, di quel meccanismo, cioè, (Leon Festinger; 1957),  di complessa dinamica mentale in cui credenze, nozioni, opinioni si trovano a contrastare funzionalmente in uno stesso soggetto, in cui coesistono pensieri antitetici; le rappresentazioni di due diverse situazioni non sono coerenti, ma anzi contrapposte, e, in quanto tali, potenziale fonte di  disagio psicologico. In altri termini, si è portatori di una convinzione e contestualmente i propri atti ne sostengono una inconciliabile, al punto tale da potere originare una forma di disagio, da cui sarebbe un sollievo potere  uscire. Ma quali sono le strade per riuscire a ripristinare una tranquillizzante coerenza? Quella più ovvia sarebbe quella di astenersi da comportamenti che confliggono con le proprie convinzioni, nello specifico di non comperare  i prodotti della uccisione degli animali, se la si stigmatizza come immorale . Evidentemente è più facile a dirsi che a farsi, dal momento che non risulta questa la strada più battuta: risulta più comune una diversa strategia, quella di modificare invece il proprio mondo cognitivo e interpretare le stesse informazioni in modi radicalmente diversi in momenti diversi, al servizio di una diversa visione del mondo. Nello specifico le persone si trovano a dover fronteggiare, davanti agli altri ma soprattutto davanti a se stessi, una innegabile incoerenza: convinto come sono che gli animali sono soggetti di diritto e il diritto di farli uccidere per nutrire, pur se non me, il mio cane,  non ce l’ho, agisco sulle mie convinzioni, modificando la realtà: non esiste scelta perché ci si trova davanti ad una necessità (i cani devono mangiare carne, con excursus, a seguire, sui  canini affilati che dimostrerebbero inequivocabilmente l’uso per cui esistono, quello di strappare brandelli di carne) che, come tale, mi esonera da responsabilità:  questo diventa il modo per superare il disagio; dimenticando che si tratta della stessa affermazione  potentemente osteggiata in altri contesti. Anche le altre convinzioni o assurgono a dogma (non posso scegliere per lui) e in questo caso è la negazione a venire in soccorso con l’esclusione della realtà che  sempre invece induce a scegliere per lui;  o vengono caricate di valenze (“gli piace di più”) ammantate di quella tenerezza che trasforma il proprio cane in un campione di egocentrismo: per procura, perché ancora una volta siamo noi a centralizzare la nostra posizione.

Se questi meccanismi sono sufficienti o meno a placare il disagio che la dissonanza cognitiva genera, sta ad ognuno verificarlo: di certo a quanto pare risulta per molti più facile cambiare atteggiamento mentale, con il ricorso a strategie difensive (per altro tanto rodate in temi di relazioni interspecifiche) , che non il comportamento, anche perché quando il disagio viene percepito, l’azione è già stata messa in atto e giustificarla è allora la strada più agevole.

Forse i nostri cani trarrebbero grande vantaggio se, oltre ad appigliarci a meccanismi tanto costosi in termini di logorio di energie mentali, ci limitassimo a immettere nel nostro hard disk banali informazioni sui reali contenuti di quelle scatolette che giudichiamo irrinunciabili, che sono spesso concentrati dei peggiori scarti: si potrebbero buttare all’aria tante convinzioni sul benessere che ne deriva. L’argomento porta lontano. Sufficiente per ora riflettere sulla complessità delle dinamiche che ci guidano ogni giorno, e anche su come le convinzioni di base inducano a tacciare di fanatismo ciò che, da un’altra ottica, ha invece i connotati di un approccio doverosamente coerente.