domenica 28 giugno 2026

ANIMALI NONUMANI: VITTIME IN PACE E IN GUERRA


Tutto si tiene, e il nostro disgusto per la violenza



                                                                           delle società organizzate e dell’uomo sull’uomo

deve allargarsi a quello dell’uomo sulla natura,

 dell’uomo sulle altre specie viventi

Goffredo Fofi

Parlare della vittimizzazione  degli animali in guerra comporta  parlare di loro come  vittime anche in tempo di pace e porta a considerare  come la loro situazione sia tanto simile a quella dei più diseredati tra gli umani.

Non ha bisogno di essere esplicitata l’affermazione che considera gli  animali vittime anche in pace, vittime della strabordante violenza che  è la costante del nostro interagire  con loro, dal momento che, a fronte dei pochissimi di cui ci occupiamo con amore, sono  centinaia di miliardi quelli che noi  tormentiamo anche in tempo di pace: li uccidiamo, mangiamo, vivisezioniamo, imprigioniamo, cacciamo, peschiamo, sottomettiamo,  estinguiamo.

In questo panorama devastante c’è ben poco da meravigliarsi che la loro situazione peggiori in tempo di guerra, quando cioè quella che è la  più disumana tra tutte le attività umane celebra  l’apoteosi della nostra potenziale violenza contro tutto e tutti, dando la stura anche ai più inaccettabili tra i nostri comportamenti, che, da vergognosi che erano, diventano leciti quando non addirittura oggetto di encomio.

Oggi l’argomento è quanto mai vitale nei nostri pensieri vista la quotidianità delle informazioni che ci arrivano da  Ucraina, Gaza,  Iran, Libano… Luoghi che sono solo  la punta di un iceberg di violenze istituzionalizzate perché l’ACLED Armed conflict location & event data project, ONG che si occupa di monitorarne gli sviluppi dei conflitti) ci informa che in giro per il mondo ce ne sono attualmente circa 60, attive in luoghi di cui spesso poco o nulla sappiamo, talvolta in difficoltà come siamo persino a localizzarli sulla carta geografica.  Se l’ampiezza  geografica spaventa, non consola certo l’estensione temporale dal momento che le guerre sono state una costante della nostra storia, che ha  conosciuto solamente  29 anni (non consecutivi!) di pace, secondo le ricostruzioni di Chris Hedges contenute nel suo libro Il fascino oscuro della guerra, titolo per altro quanto mai evocativo nel richiamare  l’attrazione che la guerra nei millenni ha continuato ad esercitare sulla nostra specie, unica tra tutte le altre. O almeno, considerata tale fino a non molto tempo fa, quando Jane Goodall, primatologa che aveva passato la vita a studiare gli scimpanzè  nel loro habitat naturale in Tanzania,  aveva cominciato a percepire con stupore e dolore che anche tra loro avevano luogo dinamiche distruttive assimilabili a quelle belliche, intuizione recentemente ripresa e confermata dagli etologi. Scimpanzè , guarda caso, specie a noi più vicina di qualunque altra, visto che condividiamo il 98,8 delle sequenze del DNA.

Al di là di ogni retorica che esalta (in mala fede) coraggio, virilità ed eroismi vari, ogni guerra è teatro inesauribile di morte, distruzione, dolori inenarrabili, disastri del corpo e della psiche. Anche i soldati, che sono quelli chiamati, ma frequentemente obbligati, ad esserne gli attori principali e gli esecutori materiali dei peggiori crimini, sono spessissimo vittime oltre che carnefici,[AM1]  impossibilitati a sottrarvisi e costretti a divenire quello che mai avrebbero voluto né pensato, lontani mille miglia dal desiderio di combattere e infliggere dolori speculari ai propri desiderosi solo di ritornare dove sentirsi amati, alla vita di sempre, alle piccole abitudini di un tempo  divenute ora sogno.

Anche gli  animali nonumani subiscono sofferenze indicibili, assoluto spaesamento, terrore dilagante: sono da sempre soldati arruolati a loro stessa insaputa, destinati a diventare  vittime sconosciute e mai rimpiante.

E’ invece una sorta di obbligo morale provare a dare loro la visibilità che gli spetta;  occuparcene diventa  anche un osservatorio privilegiato della nostra relazione con loro, del  nostro bisogno della loro presenza e nello stesso tempo della abissale asimmetricità di questo rapporto.

Soldati inconsapevoli: leve obbligatorie senza obiezione di coscienza

Gli animali vengono arruolati a forza nelle guerre, che dovrebbero invece essere un affare tutto nostro:  c’è una recente affermazione del primo ministro britannico Starmer, che, riferendosi  alla volontà di non intervenire nella situazione del golfo,  ha sentenziato “Non è la nostra guerra”, frase divenuta una sorta di  mantra ripetuto  dalle nazioni non intenzionate ad entrare in conflitti che ritengono estranei ai loro interessi.  Ecco: ogni animale nonumano, arruolato suo malgrado, avesse le parole per dirlo, avrebbe il diritto di dichiarare la stessa cosa: Non è la nostra guerra. Purtroppo del loro modo di comunicarcelo ci fa comodo continuare a non prendere atto.

Eppure, tra i tanti episodi, ne esiste uno che nessuno ignora: si tratta di   Annibale che nel 3° secolo A.C. valicava le Alpi con gli elefanti, impresa che è entrata in ogni libro scolastico a partire dalle classi elementari per le suggestioni di cui veniva arricchita,  raccontata come un’enorme avventura, senza  che venisse sollevata una critica, un dubbio  su ciò a cui gli elefanti venivano costretti: loro, esseri assolutamente gregari, abituati ad una vita sociale intensa con legami affettivi stringenti, erano stati catturati in Africa, nei loro territori di vita, schiavizzati, costretti ad un viaggio di migliaia di km fino al  gelo delle Alpi. Ora sappiamo che dei 37 animali, con cui Annibale era partito, solo uno sopravvisse per un anno prima di morire: tutti gli altri dovettero soccombere nel primo inverno per fame, freddo, ferite, costretti ad un percorso fatale. Ma di tutto questo nei libri non si parlava e quello di Annibale che valica le Alpi con gli elefanti si è strutturato come un racconto mistificato sulle prodezze del condottiero  cartaginese. Grande occasione persa per sensibilizzare i più giovani sulla terribile ingiustizia in atto nei confronti di quella meraviglia della natura che gli elefanti sono e per mobilitare reazioni di indignata empatia.

La storia degli elefanti-soldato è tra le più trucide perché si è più volte affiancata a comportamenti di un cinismo inconcepibile, vale a dire quello dei maiali incendiati perché le loro grida di dolore, disumane, spaventavano a tal punto i pachidermi da causarne la fuga.

Purtroppo, come i soldati che non possono scegliere, gli animali da almeno 45 secoli vengono costretti a partecipare alle operazioni belliche: almeno da 45 secoli perché sappiamo per esempio che i cavalli venivano impiegati già dagli Assiri, dal 2000  A.C.. Da allora nessuna guerra pare avere salvaguardato nessuna specie animale.

I cavalli in particolare sono  onnipresenti sui campi di battaglia dai secoli prima di Cristo, attraverso il Medio Evo e l’età moderna fino alle guerre mondiali del 20° secolo.

Una vasta filmografia ce li ha mostrati   gettati in uno stato di assoluto terrore contro l’esercito nemico (nemico dei loro padroni umani, non certo loro) in terribili corpo a corpo, tra nitriti terrificanti,  li abbiamo visti crollare feriti  con le viscere che fuoriuscivano dall’addome, lasciati a morire sul terreno senza l’ombra di un conforto. E la loro presenza così ubiquitaria ha finito per essere normalizzata,  i loro nitriti spaventati  musica di fondo di ogni battaglia, mai assoggettata a critiche. I recenti fatti di Roma, quando nei preparativi per la Festa della Repubblica i fuochi d’artificio incautamente lanciati da un carabiniere li hanno terrorizzati al punto di farli fuggire nel traffico cittadino, molto ci dicono di quello che devono avere provato nel frastuono clamoroso di battaglie terrificanti: un veterinario ha spiegato che si tratta di  animali sensibilissimi ai rumori: nulla da aggiungere.

Nulla da aggiungere se non che le nostre città ospitano, orgogliosamente, alcune centinaia di monumenti equestri, che sono un inno ai cavalieri armati, e quindi alla guerra, e nello stesso tempo celebrano la sottomissione dei cavalli, che appaiono nella rappresentazione come null’altro che una sorta di accessorio, di eroica bellezza, al condottiero di turno.

Insieme ai cavalli, sono state impiegate tante altre specie animali: cani, muli, piccioni viaggiatori, cammelli ed elefanti fuori dall’Europa, ognuna sfruttata per le proprie caratteristiche. Basti dire  che durante la prima guerra mondiale furono usati e morirono almeno 11 milioni di equidi, cavalli e muli, sfruttati fino allo sfinimento per trasportare viveri, mitragliatrici e ogni altro strumento bellico, e, alla fine, macellati e mangiati.   Mentre almeno 200.000  piccioni vennero usati per portare messaggi, sfruttando alcune loro enormi abilità di “viaggiatori” e finendo in molti casi colpiti dal fuoco “nemico”.

Neppure i cani vennero risparmiati: sia  nella prima che nella seconda guerra mondiale vennero arruolati a forza, presi, forse meglio dire sottratti, dovunque tanto che si parlava di leva, obbligatoria, per essere impiegati per il trasporto di feriti, addestrati a cercare i morti, a trasportare masserizie varie.  Ma spessissimo  trasformati in bombe viventi:  legati a cariche esplosive venivano spinti  contro reticolati dove venivano fatti esplodere. Nella seconda guerra mondiale, addestrati a ricevere cibo solo sotto i cingolati, venivano  lasciati a digiuno di modo che poi, affamati, fossero  pronti ad andare sotto i cingolati nemici e lì  fatti esplodere.

In quello che pare estremo spregio, venivano chiamati cani suicidi, nonostante di certo nel loro comportamento non vi fosse alcun intento  suicidario, ma solo la spinta ad  obbedire agli ordini, inconsapevoli della fine a cui erano destinati. E un pensiero dolente va  ai bambini e alle bambine a cui  in tempi recenti abbiamo saputo essere stata inflitta sorte simile in Iran, Nigeria, Irak, Afganistan: venivano chiamati  martiri, attribuendo anche a loro un’intenzione autodistruttivo quasi fossero portatori di una scelta consapevole di autoimmolazione: in realtà vittime del buio della ragione, che oscura drammaticamente l’etica dei nostri tempi.

Cani suicidi e bambini martiri sono mistificazioni linguistiche funzionali ai mandanti per deresponsabilizzare sé stessi: e sono spaventosi esempi di come i più fragili e deboli, umani e nonumani, siano le vittime prescelte per le azioni più devastanti. Senza dimenticare i soldati delle prime linee, costretti a lanciarsi contro una morte certa: tanto poi, ci sarà sempre una medaglia, consegnata alla famiglia al suono toccante dell’inno nazionale, a certificare come valore e sacrificio la trappola mortale in cui hanno dovuto abbandonare la loro giovane vita.

 

Amicizie interspecifiche sbilanciate

In tutto questo  va sottolineato  un particolare fenomeno, testimoniato da foto e diari risalenti soprattutto alla  prima guerra mondiale, guerra di trincea, quindi stanziale. Si tratta del  ruolo amicale che molti animali, cani, cavalli, muli, finirono per assolvere, ruolo importantissimo per i soldati che vivevano una situazione di estrema drammaticità, paura, solitudine, lontananza dagli affetti. Gli animali erano in grado di sollecitare sentimenti di tenerezza, preziosissimi in mezzo alle carneficine dove ogni briciolo di umanità sembrava perduto ed era l’animalità a rintracciarlo: insomma, presenze vitali anche in termini di sostegno emotivo, capaci di creare. forti legami in una sorta di affratellamento interspecifico. La presenza di un animale, a cui dedicare affetto e cura, agiva come antidoto alla disperazione e alla paura e restituiva ai soldati il senso della propria umanità, sopravvissuta nonostante l’abbruttimento quotidiano. I soldati percepivano l’enorme distanza tra l’innocenza delle bestie e la crudeltà degli uomini; e questa consapevolezza permetteva loro di  lasciare a volte emergere, nei confronti dei nonumani,  quella affettività e quelle emozioni, che la paura di esporre la propria fragilità bloccava davanti agli altri uomini. I diari arrivati fino a noi parlano, per esempio,  del dolore di  un ufficiale per la morte di una cagnetta, dolore che emergeva più facilmente dell’angoscia per la morte collettiva degli uomini. O di chi   affermava non esserci cosa che tocchi il cuore come la visione di una bestia morente o ferita mortalmente: davvero lancinante se si pensa che questa sensibilità trovava modo di emergere dal profondo nel mezzo delle peggio carneficine umane. Si trattava davvero di una forma di  lutto per la morte di una proprio animale, a cui solo oggi, a distanza di un secolo, finalmente si comincia a concedere diritto di cittadinanza. 

Favola bella, davvero: ma senza happy end: al termine della prima guerra mondiale, per esempio, molte centinaia di cani furono abbandonati sull’Adamello, nel momento. della dispersione dell’esercito. Non solo abbandonati, ma addirittura lasciati legati alla catena e quindi condannati ad una morte lenta e atroce. Sarebbe bello poter pensare ad un evento isolato, ma in realtà la stessa dinamica abbandonica aveva avuto luogo  in Libia nel 1912: i cani furono abbandonati sul suolo africano  quando i soldati italiani se ne andarono: e la loro sorte può solo essere immaginata. E niente da relegare ad un passato lontano da dimenticare, visto che, negli anni ’70, furono le truppe americane ad abbandonare in Vietnam i 5000 cani usati nel corso della guerra.

Certo: si tratta di  comportamenti da contestualizzare  tenendo conto  della drammaticità dei momenti, ma sono  comunque significativi del totale disvalore attribuito agli animali:  quello che si stava facendo era lecito, non comportava  il rischio di alcuna sanzione, nemmeno morale, ad eccezione, si può immaginare, del senso di colpa di almeno alcuni soldati.

Di certo il legame era stato forte, ma  la sua forza non aveva mai  la meglio sul dovere di obbedienza agli ordini superiori né tanto meno sulla disperazione della fuga.

 

Spaventosi prezzi preventivi

Agli  animali, prima e durante le guerre,  sono stati inflitti  anche trattamenti davvero impensabili, tra i quali vale la pena ricordare quello noto come olocausto dei pets del 1939: nei giorni successivi alla dichiarazione di guerra , in una Gran Bretagna in cui l’affetto per i propri pets era già molto diffuso, tanto che esistevano cliniche veterinarie e negozi per la loro toelettatura, vennero soppressi circa 750000 animali cosiddetti d’affezione, animali e gatti soprattutto: il governo aveva diffuso non ordini, ma consigli del tipo che, se non si potevano evacuare gli animali, era meglio sopprimerli, perché avrebbero sofferto per mancanza di cibo o a causa di bombardamenti. Furono moltissime le persone che aderirono alla richiesta tanto che si videro lunghe file fuori dagli studi veterinari dove gli animali venivano portati per essere soppressi. Si trattò di  una reazione di massa dettata dalla paura, dalla forza della propaganda, dalle condizioni di guerra, che non mancò poi di causare  sensi di colpa e vergogna.

Qualche cosa di analogo, in qualche modo ancora più tragico, ebbe luogo a Tokyo nel 1943, quando il governo giapponese ordinò alla popolazione (questa volta non si trattò di  un consiglio, ma di un ordine) di uccidere tutti gli animali domestici, facendolo  personalmente oppure consegnandoli alle autorità: il provvedimento fu giustificato con la carenza di cibo e il pericolo che gli animali spaventati dai bombardamenti potessero costituire. Fu un evento molto impopolare e traumatico, alla base del quale agiva un clima di sacrificio, il richiamo delle autorità alla necessità che in tempo di guerra tutti dovessero essere pronti a pagare un prezzo personale, si trattasse di umani o nonumani. Al di là della crudezza della decisione, non si può non sottolineare il divario tra la normale svalutazione degli animali e la loro mancanza di diritti, e l’improvvisa equiparazione agli umani quando si trattava di far pagare colpe non commesse, attribuendo loro un’etica normalmente disconosciuta.

 

Gli zoo: contesti di un pericolo specifico

E poi ci sono gli zoo, che meritano un discorso a parte perché sono una realtà a parte. Se nel passato erano popolati da animali esotici, orgogliosi  bottini di guerra, vanto dei vincitori, di cui erano lì a testimoniavano la supremazia,  anche ai giorni nostri celebrano il dominio dell’essere umano su tutte le altre specie, ingabbiati o comunque reclusi come sono.

Allo scoppio delle guerre, quando il cibo scarseggia e si fa reale il pericolo che gli animali impazziti di paura scappino e terrorizzino la popolazione, l’orgoglio di esibirli lascia velocemente il posto a soluzioni ben più pragmatiche: evacuare i pochi che è possibile evacuare, arruolarne alcuni (per esempio elefanti) e uccidere tutti gli altri, spesso poi trasformandoli in cibo.

Tanti i luoghi dove la storia si è ripetuta: per esempio lo zoo di Berlino, dove a salvarsi furono solo 91 dei 3000 lì rinchiusi nel corso della seconda guerra mondiale. o quello di Varsavia., reso celebre da un film del 2017,  La signora dello zoo di Varsavia.

Ma descrizioni sconvolgenti che rendono conto dell’atrocità insita in queste situazioni si trovano in un piccolo pressochè sconosciuto libro dal titolo magnetico, Questa vita tuttavia mi pesa molto, di Edoardo Franzosini, che descrive il massacro pianificato e scrupoloso nello zoo belga di Anversa nell’agosto del 1914, ordinato dalle autorità che stabiliscono che tutti gli animali dello zoo debbano essere uccisi nel giro di 48 ore. Già gli orsi erano stati eliminati perchè la loro mole così interessante in  altri momenti si era già trasformata in ingombro. Poi la spaventosa faccenda, come la chiama Franzosini, viene affidata all’efficienza di un  plotone di esecuzione di 50 uomini, armati di fucile Mauser a ripetizione con baionetta innestata. Si comincia  dagli uccelli, che, alla vista dei soldati, strepitano impazziti e sbattono contro le reti delle voliere. Riempiono l’aria i colpi dei fucili, ma anche le grida inutili degli uccelli, il rumore dei loro becchi contro le reti delle voliere, senza che ci sia scampo per nessuno. E’ poi la volta dell’elefante alla cui morte provvedono dieci  sodati disposti su due file, davanti quelli inginocchiati e dietro quelli in piedi perché lui, poverino, non riesce a morire. E si procede con tutti gli altri, usando per le antilopi solo la baionetta, perché con loro è facile. Non ci risparmia, Franzosini, l’agonia di molte ore del rinoceronte e finalmente la sporca vicenda si conclude con le scimmie ,  lasciate per ultime, forse perché la loro somiglianza con gli umani non facilita il compito. La carneficina portata a termine con precisione risulta una sorta di anteprima di quella che proseguirà per anni nelle trincee dove a non avere scampo saranno milioni di esseri umani.

Se questo è un racconto del passato, è facilmente  applicabile al presente solo modificando le coordinate geografiche, per arrivare per esempio allo zoo di Baghdad in Irak, dove dei 700 animali ne rimasero in vita poche decine, a cui fu dedicato grande sforzo per guarirli dai traumi subiti.

Come risaputo, la storia insegna, ma gli studenti non imparano:  finita la tragedia con la morte terribile di ogni animale, a nessuno si affacciò alla mente  che gli zoo fossero da chiudere perché luoghi di prigionia e ingiustizia, pronti ad esplodere nei momenti di difficoltà.

Anzi: ancora oggi la cronaca rimbomba di situazioni al limite del grottesco: giusto nel marzo scorso, 10 babbuini sono stati uccisi nello zoo di Zurigo, perché il loro numero è stato giudicato troppo elevato rispetto al gruppo dei loro conspecifici e quindi in grado di innescare una dinamica di gruppo instabile nel clan di 48 animali. Anni prima, era il  2014, aveva indignato l’opinione pubblica l’uccisione, nello zoo di Copenaghen, del giraffino Marius, di soli 18 mesi, anche lui con l’unico torto di essere in sovrannumero rispetto alle esigenze dello zoo. Non mancò in quel caso l’ulteriore spregio di sezionarlo pubblicamente e darlo in pasto ai leoni, davanti ad un pubblico anche di bambini. L’aver parlato le autorità di intento educativo non può che lasciare basiti.

Stessa sorte per i più diseredati

Tantissimi sono gli animali  che  rimangono sotto le macerie insieme agli umani; quelli feriti che non hanno modo di essere curati, quelli che muoiono per mancanza di cibo, allo stesso modo di cani e gatti portati nei rifugi e lasciati anche loro lì a morire di fame e di sete.

 Un’intervista contenuta nel  libro inchiesta Ragazzi di zinco, di Svetlana Aleksievic, Premio Nobel per la letteratura 2015, che ha ripercorso la guerra dei russi in Afganistan (1979-1989) nel racconto dei reduci, riporta la testimonianza  di un soldato che ricorda come gli animali non venissero risparmiati nemmeno dalle rappresaglie: come quando  fermata una carovana che traportava armi,  gli uomini vennero messi da una parte, asini e muli dall’altra e tutti aspettarono la morte in silenzio: fino a quando le urla di un asino ferito gli attraversano le orecchie e il cuore. Oppure il sogno che perseguita come un incubo un altro reduce che risente i lamentosi guaiti dei cani cercamine. Avevano anch’essi i loro morti e feriti . Erano distesi vicini, morti. Uomini senza gambe. Cani senza zampe.

Come se non bastasse la carneficina quotidiana, non mancano certo gli episodi di animali sottoposti ad angherie di ogni genere, o uccisi appositamente a fucilate o avvelenati nelle strade come  spregio alla popolazione: è possibile che vengano volutamente colpiti rifugi, allevamenti, zoo, e  stragi effettuate per pura crudeltà in spregio alla popolazione. La crudeltà che è tanto spesso la cifra del nostro rapporto con loro anche in tempo di pace, si amplifica a dismisura in territori bellici dove la violenza sembra essere l’unico possibile modello di relazione, e più che mai legittimata quando tutto intorno è caduta ogni remora morale. Poco da meravigliarsi per altro perché nel corso delle guerre si verifica un black out di tutti i freni morali, dal momento che la ripetizione continua della violenza scatena altre pulsioni oscure, che sfociano in episodi  gratuiti contro chiunque, di solito umani, ma perché no anche animali.

La caccia e la guerra: cambiano le vittime, ma non sempre

Come si legge nel libro Il bravo soldato mulo, questa assuefazione alla violenza e alla crudeltà diventa a volte talmente pervasiva che, nei momenti più tranquilli, i soldati decidono di occupare il tempo nelle frequenti battute di caccia, come diversivo, in questo modo trasformando gli animali in ulteriori vittime dell’atmosfera bellica . Si leggono frasi tratte dai diari del tipo “la guerra è una grande avventura, una battuta di caccia in cui le prede, anziché le solite volpi o anatre, erano esseri umani” (pg. 19). ”Frequenti battute di caccia servivano ad occupare il tempo a scacciare la noia e ad arricchire la mensa”. Insomma, il clima di violenza che è la cifra di ogni guerra si espande a dismisura, crea assuefazione, tendenza alla ripetizione, crollo dei freni morali: se uccidere è quello che viene richiesto, lo si fa senza  più alcuna  remora.

E molto ci sarebbe da argomentare sul confine fragile che separa caccia e guerra, dando alla caccia il significato che le è proprio di attività sadica, fonte di piacere davanti alla sofferenza procurata, esercizio di predominio crudele, altro che  attività sportiva, dal momento che  è sorretta ed alimentata dal gusto di uccidere provocando prima terrore e poi estremo dolore. Il confine con l’uccisione degli umani è stabilito solo dalle norme sociali che in tempo di pace considerano l’uccisione di un umano attività penalmente perseguibile, quella di un animale un’attività lecita e addirittura piacevole. In tempi di guerra questo confine viene abbattuto. Recenti fatti di cronaca informano come, durante la guerra nella ex Yugoslavia, alcuni cacciatori italiani, stimati professionisti, si siano sentiti autorizzati ad uccidere non più animali, ma uomini, donne e perché no, bambini. Pagando il loro piacere secondo uno sconcio tariffario.

Qualcosa di positivo  

In cerca di appigli a un’idea di umanità che è allo sbando, l’attenzione di molti si è concentrata in questi ultimi anni su qualche notizia rassicurante, fornita dai mass media: ha rincuorato per esempio sapere dell’impegno e dell’abnegazione di associazioni e volontari (un nome per tutti quello di Andrea Cisternino rimasto in Ucraina per non abbandonare il suo rifugio dove ospita ancora oggi centinaia di animali), che dall’inizio della guerra stanno facendo il possibile per prestare loro soccorso, cercando di fornire cibo e di curare i feriti, a rischio della propria stessa vita. E hanno emozionato i filmati di gente costretta a fuggire dall’Ucraina come da Gaza portando con sè il proprio cane o il proprio gatto. Testimonianza di una nuova visuale che include nel concetto di famiglia anche i nonumani che quindi finiscono per farne parte a tutti gli effetti:

Il fenomeno ha colpito l’opinione pubblica per la sua ampiezza, e perché, ci dicono gli storici, non se ne era avuta testimonianza   nelle disperate occasioni di guerre precedenti. Certo, come fenomeno degno di considerazione è vero, ma se si va a ricercare nelle esperienze individuali si scopre che c’è qualcosa di antico al suo interno, c’è qualcuno che ha sperimentato in anteprima la disperazione dell’abbandono del proprio cane o del proprio gatto, quando ancora non era possibile parlarne perché si trattava di un amore non riconosciuto, a cui non concedere diritto di cittadinanza, di cui quasi vergognarsi nel teatro di assoluta oscenità bellica. Se ne  trova una struggente  testimonianza in un  docufilm di pochi anni fa dal titolo più che emblematico, Not a time for children, Non è un tempo per bambini:  una donna molto anziana in una Ukraina dalle immense sofferenze storiche, ripercorre tutte le atrocità viste nel corso della sua storia personale a partire dall’inizio della seconda guerra mondiale nel suo paese. Ma una disperazione incontenibile la invade    nel momento in cui racconta della fuga della sua famiglia sui carri, mentre il loro cane Rex cercava faticosamente di seguirli correndo, e lei e il fratellino imploravano inutilmente il padre di portarlo con loro: lei vede Rex investito  e ferito che piange sdraiandosi a morire ai lati della strada: dopo 70 anni e le tante ignominie viste e subite, mai più ha provato una disperazione altrettanto potente, un dolore così assoluto. [AM2] Quello che oggi in molti cercano di fare, anche perché sorretti da una cultura, un senso comune che lo autorizza e lo apprezza, probabilmente è sempre esistito senza essere riconosciuto ed è stato forse appannaggio della fascia delle  persone più inascoltate: i bambini, che, con la perdita drammatica del loro animale, hanno vissuto traumi di enorme impatto, per quanto non riconosciuti.  

Ritornando all’attuale situazione delle guerre di cui sappiamo, questa è però solo una piccola parte della realtà: enorme è il numero degli animali che  sono stati abbandonati da chi fuggiva e spaccano il cuore i video dei cani  che si aggiravano nei pressi delle stazioni ferroviarie ucraine: restano probabilmente in attesa dei loro compagni, che dalla stazione sono partiti per chissà dove. Un po’ come aveva fatto il cane Hachico nella storia vera divenuta poi un film, interpretato da Richard Gere, cane che resta per anni fuori dalla stazione dove ha visto entrare per l’ultima volta il suo compagno umano.

Morte degli animali quali danni collaterali

Davvero scarsa attenzione si è dedicata alla morte di molte migliaia di delfini  nel Mar Nero, a causa dei sonar militari utilizzati da navi e sommergibili russi, che danneggiano il loro udito: loro si disorientano, si schiantano contro le rocce, non riescono più a cercare cibo. E’ la loro morte, ma contestualmente la distruzione dell’intero ecosistema del Mar Nero.

E’ la modernizzazione delle guerre, che continua a servirsi degli animali come strumenti sacrificabili, modificandone i modi. Tanto per esemplificare, si continuano ad usare i cani perché in grado di percepire gli IED (Improved Explosive Device), bombe artigiane usate per esempio nelle guerre cecene. Sono ancora i cani ad essere costretti a lanciarsi col paracadute  da altezze di 5000 metri, con buona pace delle loro caratteristiche etologiche . E vale la pena pensare al cane da guerra Cairo, un belga Malinois, l’unico nome ricordato e omaggiato dal presidente Obama alla base militare di Fort Campbell  (6 maggio 2011) nel suo discorso di ringraziamento al commando degli 81 membri dell’unità segreta Seal Team Six, che uccise Osama Bin Laden.

Senza tutela

Di fatto , per quanto poco o, ahimè, per nulla applicata, per gli umani esiste la Convenzione di Ginevra che si occupa della protezione delle fasce deboli nel corso delle guerre, ma non contiene nessun riferimento al dovere della protezione dei nonumani, che non rientra nel DIU, Diritto Internazionale Umanitario. Ad oggi non esiste tutela alcuna nei loro confronti:  si contano e talvolta si piangono le vittime umane, ma a quelle animali non viene dedicato interesse alcuno: chi saprebbe dire quanti maiali, quanti cani, gatti, vitelli, delfini, galline… sono morti fino ad oggi in Ucraina, a Gaza, in Libano…? Ma più semplicemente:  quanti di noi si sono posti questa domanda? E ancora: a quanti interessa la risposta?

Se in tempo di pace un lungo percorso, nel mondo occidentale, ha portato a riconoscerli come esseri senzienti e la strada scientifica è aperta al loro riconoscimento quali esseri dotati di autoconsapevolezza, ogni progresso etico viene spazzato via in tempo di guerra, quando di loro si può fare e si fa di tutto. Muoiono senza essere citati né contati,  sono trattati alla stregua di cose, non c’è spazio alcuno per il riconoscimento della loro smisurata sofferenza né gratitudine per l’aiuto che costantemente forniscono agli umani. Per loro non c’è spazio nelle cronache quotidiane, nei reportage . Sotto gli occhi di tutti è solo la sorte di alcuni che vengono ripresi in quanto la macchina da presa li inquadra vicino agli umani: è il caso per esempio degli asini di Gaza, che è impossibile non vedere nei servizi che mostrano le persone in fuga con le loro povere cose: è impossibile non vederli, ma possibilissimo non notarli. Sono lì,  ridotti a sagome scheletriche e costretti a tirare carretti strapieni di  gente e di cose: la loro sofferenza non è certo inferiore a quella delle persone, ma è  disconosciuta, nonostante sia lì ad urlare un dolore non meno grave di quello degli umani.   In questo vuoto percettivo è risultato fortemente  apprezzabile il commento di Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia (Skytg24; 31 luglio 2025) in un suo collegamento da Gaza. Raccontando le inenarrabili miserie umane, ha commentato dicendo anche “Gli asini, poverini, stanno morendo di fame anche loro come i bambini":  lui,  persona da sempre impegnata in difesa dell'infanzia tradita, umiliata, offesa,  in mezzo allo strazio di bambini, donne, anziani,  è riescito a vedere anche lo scempio e il dolore degli altri animali  E su di loro ha espresso uguale pena. Ha avuto il coraggio di dire ciò che chiunque, non obnubilato dalla cronica convinzione che solo noi umani contiamo,  potrebbe e dovrebbe  dire, perchè l’empatia, per essere tale non può conoscere confini di specie. E invece la sua voce si è alzata in mezzo al silenzio tombale che avvolge la vita e la morte degli altri animali : nella devastazione bellica come approdo finale di comportamenti e convinzioni  incistate nel quotidiano dei più.

Vale la pena ricordare che in Hyde Park, a Londra, esiste l’Animals in War Memorial, inaugurato nel 2004, quale omaggio ai milioni di animali impiegati nelle guerre combattute da britannici e alleati. L’iscrizione è They had no choice, Non ebbero scelta. Non è molto un monumento per ripagare delle tragedie a cui si riferisce ed è davvero troppo poco se il suo obiettivo è una sorta di tardivo riconoscimento lavacolpe. Ma la scritta è fondamentale nel sancire, al di là di ogni retorica, la nullificazione di ogni possibilità di scelta da parte degli animali, in guerra, ma anche in pace. L’unica possibilità resta  sperare, pur al di là di ogni razionalità,  nell’esistenza di un  Paradiso ad hoc perché, dice un bambino napoletano nel libro cult Nessun porco è signorina, quando andranno in Cielo, Dio gli domanderà scusa di averli creati. Perchè lanciarli in una vita di spasmodico insopprimibile dolore non può essere ascrivibile che ad imperdonabile leggerezza.

 

Il confronto vantaggioso

Nella grande rimozione delle vittime animali di ogni guerra entra in gioco prepotentemente un meccanismo difensivo ben conosciuto, quello del confronto vantaggioso[AM3] , più noto con l’espressione di benaltrismo, che ci permette di  esasperare tutte le forme di abuso sugli altri animali, che commettiamo senza neppure sentirci in colpa, di indignarci. Si confrontano situazioni oggettivamente gravi con altre   considerate peggiori dal pensiero comune: il mantra è con tutto quello che succede, c’è ben altro di cui occuparsi. Quindi se gli umani vengono feriti, uccisi, deportati, torturati, sottoposti a violenze oscene, se i bambini vengono resi orfani, perdono gambe o braccia, se si lanciano bombe sulle scuole e gli ospedali  di certo non è il momento di occuparsi degli animali.

Insomma si traccia una gerarchia delle ingiustizie. Si tratta di un meccanismo pericoloso perchè induce a compiere o a tollerare tantissime situazioni in cui il male viene inflitto senza neppure provare sensi di colpa: si sdoganano le peggio ingiustizie, senza opporvisi, inserendole nel registro delle cose poco importanti, bagatellare se confrontate a quelle cosmiche. Bisognerebbe finalmente riflettere che   nessuna ingiustizia ne giustifica un’altra: nessuna crudeltà viene cancellata da un’altra, ma ad essa si somma rendendo il mondo un luogo ancora un po’ peggiore. Mondo, che, trasformato in un inferno per gli animali, dovrebbe essere una faccenda non da minimizzare né tanto meno ignorare, ma da farci  interrogare a fondo sulla nostra stessa essenza e indurci ad affrontare alla radice il tema della violenza.

Poco da meravigliarsi dello stato delle cose, dal momento che gli animali nonumani sono le vittime predilette di questo meccanismo anche in tempi di pace:  meccanismo  a cui attinge a piene mani anche la politica sempre impegnata in compiti alti, che le consentono di non dovere neppure giustificazioni alla propria inerzia in materia di tutela animale. Inizio modulo

 

 

Che fare quindi?    Il contagio della violenza e del male

Inutile dire che non esistono ricette miracolose, perchè l’unica soluzione possibile dovrebbe essere cercata all’interno di modificazioni che coinvolgano tutto il contesto culturale. Bisognerebbe prendere atto che la regolare violenza praticata sui nonumani, che è la cifra della nostra abituale relazione con loro  anche in tempo di pace, è il primo grande tassello  di quella  cultura che, nelle sue forme più estreme, arriva a  quella praticata nel corso delle guerre . Fortemente esplicative sono  le parole  dello psicologo canadese Steven Pinker, il quale in un mastodontico studio  su questo argomento (Il declino della violenza) nella pagina di apertura scrive che, se vogliamo capire il perché della violenza, la dobbiamo studiare non a spot, quindi non solo nelle sue singole manifestazioni, ma nel suo percorso formativo. Dice testualmente dalle  sculacciate ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni: vale a dire facendo inizio da quelle considerate in genere accettabili quando non addirittura raccomandabili. Correggerei l’affermazione mettendo all’origine, ancora prima delle sculacciate ai bambini, la violenza sui  nonumani perchè ancora più indifesi dal momento che non possono neppure contare sullo scudo protettivo delle leggi.   Per altro era il 1884 quando George Angell, presidente della Massachussets Society for the Prevention of Cruelty to Animals, accusato di occuparsi troppo degli animali quando c’era tanto da fare per le persone, rispondeva categoricamente: Io lavoro alle radici. Alle radici del problema della violenza.

I grandi pacifisti

Questa tesi è collegabile al pensiero dei grandi pacifisti: Aldo Capitini (1899/1968), considerato il Gandhi italiano, arrivò a dire che è l’abitudine all’uccisione costante e senza tregua degli animali il brodo di cultura delle guerre. Decise perciò di diventare vegetariano nel 1932, mentre cominciavano a soffiare venti di guerra, nella convinzione dichiarata che, se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini. Sulla stessa linea è la posizione di altri pacifisti, Gandhi, Toltstoj, Terzani, Marcucci, Scweitzer, convinti che il  rifiuto della guerra,  non nasce improvvisamente, ma si nutre di un atteggiamento solidale, non predatorio con tutti gli altri, umani e nonumani, e coinvolge tutti gli aspetti della vita individuale e sociale.

Modificare  lo status della vittima

Se non siamo certo in grado di capire cosa fare per arginare le guerre, in buona compagnia nella nostra impotenza con le menti più geniali quali Albert Einstein, Sigmund Freud, Bertrand Russell, in questo contesto molto più modestamente possiamo provare a pensare a quello che è possibile fare almeno per intralciare l’immensa silenziosa vittimizzazione degli animali nonumani, soldati inconsapevoli e vittime dimenticate di ogni guerra.  Il cuore del problema pulsa nella convinzione  di essere noi  padroni e signori di vita e di morte, autorizzati e addirittura richiesti di  esercitare a nostro piacimento questo potere. Solo se e quando ci decideremo di restituire agli animali il loro posto nel mondo, accanto e non sotto di noi, si potrà ambire a ristabilire un equilibrio oggi fatto a pezzi, di cui è figlia tutta l’attuale situazione.

Situazione , ahimè, ancora ben sintetizzata in affermazioni lapidarie quali quella di  Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998, che intitolando una sua autobiografia Questo mondo non va bene, auspica e invoca che ne venga un altro.  E di uno scrittore come Jim Mason  che  intitola un suo sconvolgente libro Un mondo sbagliato. E si potrebbe continuare con Cesare Pavese che, per bocca di Nuto, personaggio del suo capolavoro La luna e i falò dice Il mondo è malfatto e bisogna rifarlo. Insomma: Mi fa male il mondo, per dirla con Giorgio Gaber

La situazione di questi ultimi anni sembra davvero negare  ogni possibilità all’ottimismo, vista l’enormità dei cambiamenti che sarebbero necessari. Ma ogni singolo individuo ha il potere di fare la propria parte: scandalizzarci del trattamento degli animali in guerra non ha senso se continuiamo a fare di loro quello che facciamo in tempo di pace. Perché, con le parole di Louise Michel dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo cosciente e libero non torturerà più né il suo simile né le bestie. Per questa speranza vale la pena attraversare l’orrore della vita..


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