Fu l’onorevole Calderoli a
definire "porcata", da cui poi il termine invalso di "porcellum", il sistema elettorale da lui stesso sostenuto
nel momento in cui cominciò a considerarlo una sozzeria, un abominio, un
disastro. Prescindendo dalla spensieratezza con cui un uomo politico prende atto dei propri
errori e
serenamente resta dov’è, non può
non colpire la determinazione con cui l’onorevole pesca nel suo bestiario interiore in cerca di metafore ad hoc. E se è nel
mondo dei primati che trova immagini che,
nel suo pensiero, sono utili a denigrare la gente di colore, è di quello dei
suini che si serve per connotare lo
sprezzo per ciò che ritiene innegabilmente idiota: una vera porcata, insomma. domenica 28 luglio 2013
DAL PORCELLUM ALLA PORCHETTA: IL PASSO è BREVE
Fu l’onorevole Calderoli a
definire "porcata", da cui poi il termine invalso di "porcellum", il sistema elettorale da lui stesso sostenuto
nel momento in cui cominciò a considerarlo una sozzeria, un abominio, un
disastro. Prescindendo dalla spensieratezza con cui un uomo politico prende atto dei propri
errori e
serenamente resta dov’è, non può
non colpire la determinazione con cui l’onorevole pesca nel suo bestiario interiore in cerca di metafore ad hoc. E se è nel
mondo dei primati che trova immagini che,
nel suo pensiero, sono utili a denigrare la gente di colore, è di quello dei
suini che si serve per connotare lo
sprezzo per ciò che ritiene innegabilmente idiota: una vera porcata, insomma. lunedì 22 luglio 2013
L’ONOREVOLE E L’ORANGO
I PENSIERI
E LE PAROLE
L’onorevole
(a quando la messa al bando degli ossimori?!?) Calderoli che pensa ad un orango
quando guarda il ministro Kienge è l’occasione per alcune riflessioni sul
linguaggio. Linguaggio che non è mai casuale: veicola informazioni, idee, modi di pensare
non solo attraverso l’elaborazione del pensiero, ma anche grazie all’uso dei
termini che sempre sono carichi di un significato che va oltre il letterale per
includere il suggerito, il metaforico, il simbolico.
Il mondo
animale, in questo senso, è un pozzo senza fondo di idee, qualche volta frutto
di associazioni logiche, molto più spesso legate alla rappresentazione che
degli animali abbiamo costruito, altre volte ancora connesse ad una distorsione
di pensiero.
Si può
cominciare dalla constatazione che metafore dal mondo animale sono regolarmente
e sapientemente utilizzate nel corso delle guerre, antiche e moderne, quando la necessità di solleticare i peggiori
istinti, di animare un odio che stenta a svilupparsi perché non è nutrito da
alcuna ragione, connota con epiteti animali il nemico: lo scopo, purtroppo
raggiunto, è quello che l’altro viene disumanizzato, abbassato al rango di
animale non umano, e in questo modo reso più facile vittima di una violenza irragionevole.
“Prima di morire, la vittima deve essere degradata, affinchè l’uccisore senta
meno il peso della sua colpa” commenta lucidamente
Primo Levi (“I sommersi e i
salvati”, Einaudi 1986) cercando l’introvabile senso degli orrori di
Auschwitz. L’elenco è quanto mai vasto: era Churchill a parlare del “cane
giapponese”, i giapponesi definivano “maiali” i cinesi, “topi di fogna” erano gli ebrei durante il
nazismo, “scarafaggi” i tutsi nel massacro a colpi di machete in Ruanda, “tacchini”
gli iracheni in fuga nella guerra del golfo; topi drogati, nel linguaggio di
Gheddafi, i ribelli che lo stavano spodestando nella guerra civile del 2011.
giovedì 4 luglio 2013
LA PELLICCIA DI LUCIO DALLA E LE CORNACCHIE CONDANNATE A MORTE
Alla morte di Lucio Dalla, nel marzo
del 2012, tra le tante fotografie pubblicate, due lo vedono, in tempi diversi, avvoltolato
in pellicce di imprecisati animali
C’è una fotografia di Lucio Dalla che obbliga a tanti pensieri, quella in cui appare avvolto in una pelliccia, di animale non bene identificato. Superfluo tessere le lodi di Lucio Dalla e ricordare che lui è stato molto di più di un cantante, è stato il cantore di un’umanità sconfitta, ha guardato nelle pieghe delle ingiustizie sociali e ne ha colto la sofferenza; ha visto la pena dei carcerati e ne ha condiviso gli aneliti a vivere la propria umanità nei sentimenti umiliati da una giustizia disumanizzante. Il soldato che, in Itaca, combatte una guerra che darà vanto solo al suo capitano ha la stessa profondità del povero di Bertol Brecht, che, qualunque sarà l’esito della guerra, sarà sempre un vinto.
L’AMBIGUA FASCINAZIONE DELLE ARMI
Negli Stati Uniti un bambino di due anni uccide per sbaglio sua madre con la pistola che lei teneva nella borsetta: e si torna a parlare della diffusione delle armi.
La vendita di armi è
commercio internazionale che non conosce crisi, in cui gli italiani-brava-gente occupano posizioni di tutto
rispetto: se non è recente la notizia degli indiani dello stato del Madhya Pradesh, disposti a farsi sterilizzare se il
compenso è un’arma, è invece ciclica quella che le annuali fiere
delle armi in varie città italiane registrano un numero sempre crescente di visitatori (lì i
papà ci portano anche i bambini in gita); mai sopite richieste di norme meno restrittive per la concessione
del porto d’armi a privati cittadini
fanno da eco ad ogni argomentazione sul bisogno di sicurezza; se sono
addirittura superflue le osservazioni sulle tragedie sempre in onda negli Stati Uniti, anche in Italia di tanto in tanto si legge che in varie città ”è corsa al porto d’armi”.
Insomma, per motivi solo in parte
coincidenti, il fascino delle armi si esercita sulle nazioni e sugli individui.
Le considerazioni sulla loro diffusione per uso bellico richiedono argomentazioni
politiche, sociali, economiche: ma, quando si tratta di difesa personale, sarebbe
importante non misconoscere la prospettiva
psicologica e concedere attenzione alle disposizioni e reazioni personali, punto di
partenza di ogni altra analisi. Anche i fatti dell’India, il cui governatore, soddisfatto
dell’inaspettato risultato della sua iniziativa, aveva affermato di avere “disinnescato il mito
maschile della virilità con quello ben più forte delle armi”, aiutano ad una
lettura a 360 gradi delle complesse dinamiche che restano vivaci dietro l’invocazione
al diritto alla legittima difesa.
mercoledì 3 luglio 2013
ZOO, CIRCHI, SAGRE
Foto di Wei Seng Chen
Zoo, circhi, sagre, sono contesti in cui gli animali vengono tenuti
imprigionati, costretti in condizioni incompatibili con la loro natura, obbligati a
performances estranee alle loro inclinazioni, allo scopo esclusivo di divertire il pubblico.
Il fenomeno non è di poco conto se si considera che in Italia i circhi sono circa 300, che
gli zoo vanno aumentando pur nelle forme di zooparchi, che hanno ancora luogo annualmente un
migliaio di sagre di Paese dove, ad un certo punto, la folla per divertirsi maltratta quache
animale.
Non possiamo fingere di non sapere che gli orsi in bicicletta, le tigri che attraversano
cerchi infuocati, i leoni seduti sugli sgabelli, gli elefanti che danzano a ritmo di musica
nei circhi sono il risultato di tecniche di ammaestramento crudelissime. Un percorso che ha
sempre il suo prologo con un rapimento, la sottrazione forzata di questi animali dai loro
luoghi di origine con l'inevitabile uccisione di molti esemplari e la morte accidentale di
tanti altri. Una sottomissione che prosegue poi con metodi per indebolire la volontà degli
animali prigionieri. Con la privazione di acqua e cibo, con gli ordini impartiti alle povere
bestie percosse con fruste, bastoni e ferri roventi. Non hanno difficoltà ad ammetterlo gli
stessi circensi, i "domatori" secondo cui la libertà e la bellezza della natura
sono sacrificabili al gusto di un addomesticamento forzato.
TOPI CHE RIDONO E MAIALI CHE PROVANO NOSTALGIA
Chiunque abbia un animale sa perfettamente a cosa ci si riferisce quando si parla dei loro sentimenti e delle loro emozioni; conosce l'imbarazzante capacità del proprio cane di immensamente gioire per ogni ritorno quotidiano del suo compagno umano rimasto lontano solo per poche ore come quella di farsi invadere dall'angoscia con crisi di inappetenza al solo vedere ricomparire valigie che risvegliano il ricordo di separazioni inaccettabilmente prolungate; distingue il miagolio di protesta da quello di pigra soddisfazione del micio di famiglia; addirittura si accorge quando gli scatti del suo pesce nell'acquario testimoniano inquietudine e nervosismo o invece, sinuosi e lenti, lo rivelano appagato e tranquillo.
Insomma, la conoscenza e la familiarità, mediati dall'affetto, consentono di prendere atto dell'esistenza articolata di un mondo interiore degli altri animali, fatto per altro già evidenziato alla metà del 1800 da Darwin, che aveva riconosciuto che essi provano emozioni di tutti i tipi: sono gelosi e nostalgici, sentono simpatie ed antipatie, sanno divertirsi e desiderano giocare.
domenica 30 giugno 2013
IL TOPO FABRIZIO
Siccome non c'è niente di nuovo sotto
il sole, ma corsi e ricorsi storici, dejavu stancamente si ripetono, la recente polemica del richiamo dell'onorevole Calderoli all'orango, alla vista del ministro Kienge, richiama alla mente pari pari la campagna (2010) della
Confederazione Elvetica contro gli
stranieri che rubano il posto di lavoro a chi è nato sul suolo patrio: si intitolava
BALAIRATT, ballano i topi, e l'immagine di tre topastri veniva usata per incarnare lo sporco spregevole che
sempre viene da fuori, dalle altrui fogne: la soluzione? Ovvio: derattizzare.
Di tutto si può accusare questa
campagna tranne che di originalità: l’altro, il diverso, lo straniero, e poi
piano piano a seguire il nemico, quello da cui guardarsi e quello da eliminare,
ha le fattezze di un animale. Il meccanismo è funzionale ad accentuare le
differenze: tanto maggiori queste sono, tanto più forte è l’identificazione con
il proprio gruppo di appartenenza, che
spesso non ha altri elementi di coesione se non la distanza da altri.
Tali metafore divampano
soprattutto nel corso delle guerre, quando i freni inibitori di qualsiasi tipo
collassano, e la necessità di sollecitare aggressività e violenza diventa
fondamentale, ma non sempre facile, dal momento che il nemico è identificato come
tale dalla classe al potere, ma non da chi deve andare a ucciderlo.
SBATTI LA CARNE IN PRIMA PAGINA
Se
uno dei quotidiani più diffusi mette sulla copertina del suo inserto
l’immagine di tre grossi pezzi di carne rossa con striature di grasso
sotto il titolo "Carne al TOP", la tipologia stessa dell’immagine, più
adatta alla vetrina di una macelleria che ad un settimanale, qualche
riflessione la impone.
Il piatto è ghiotto, per restare in tema,
ed è bene individuare gli ingredienti. Che i media, con il loro potere
culturale, sociale, politico ed economico, non mostrino aperture alla
difesa del mondo animale è cosa nota e spiegabile: lo sfruttamento
animale nelle sue variegate forme dà lavoro e/o arricchisce un infinito
numero di persone, allevatori, aziende, commercianti, ricercatori, case
farmaceutiche. Ce ne è quanto basta per uno schieramento senza se e
senza ma dalla parte "giusta", quella che nega, rimuove, svilisce la
sofferenza degli animali. Ma loro sono ubiquitari nelle nostre vite,
necessari, irrinunciabili. I media, che non lo
ignorano, si
occupano solo di alcuni e solo in determinati contesti: non vi è
giornale che non dedichi spazi inteneriti a vicende di cani in attesa
del proprio padrone scomparso o alla vecchia signora che spende la
pensione per nutrire i gatti; il veterinario dice la sua su come
evitasre la carie al coniglietto e tutti sanno quanto funziona la
pet-therapy.
Contestualmente un pietosissimo velo di silenzio è
steso sul non politicamente corretto, cioè sui tragici costi pagati
dagli animali all’alimentazione "normale", basata sul consumo di carne:
la pubblicità è pervasiva, ma attenta a scindere nelle parole e nelle
immagini il prodotto finito dalla sua origine: troppo sensibile ormai
gran parte dei consumatori che mangiano di gusto, ma si ribellano al
ricordare l’origine di tante prelibatezze. Decantare il tonno in scatola
non è rischioso, perché, poveretto, pressato com’è nella scatoletta,
non reca traccia della sua morte cruenta e crudelissima. Così noi, anime
belle del mondocivilizzato, ad eccezione di un po’ di machi che
come sport praticano la caccia, di tanti vivisettori che si esercitano
in quella che autorevoli riviste scientifiche hanno definito "cattiva
scienza", di tanti operatori che fanno in prima persona il lavoro sporco
e, con le parole di Coetzee, hanno avvolto la loro anima nel carapece,
pur sostenendo con il nostro stile alimentare il massacro degli animali,
abbiamo eliminato dal nostro repertorio mentale i riferimenti al loro
olocausto: davvero una nuova sensibilità si è andata instaurando, grazie
ad una progressiva eliminazione di spettacoli di violenza, crudeltà,
accanimento brutale, alla cui esposizione si deve un processo di
spegnimento della pietà.
PERCHE' MANGIAMO CARNE
L'analisi psicologica di ANNAMARIA MANZONI nell'intervista di Elena Bernabè, www.eticamente.net
All'interno
del suo libro, "Noi abbiamo un sogno", vi è un'analisi psicologica
illuminante riguardo le motivazioni che spingono le persone a mangiare
carne: ce le può riassumere brevemente?
Il discorso è articolato e complesso e poco adatto ad una sintesi che inevitabilmente trascura elementi importanti. In ogni caso,focalizzando il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne”, si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, la propria alimentazione , il proprio modo di vestire sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro.
Se fare fronte e contrastare l’aggressività può essere compito complesso, ma per il quale nel corso del tempo sono stati approntati strumenti, frutto di molti approfondimenti sulla sua eziologia, più complicato è occuparsi di quella banalità del male, di cui il mangiar carne è chiaro esempio, che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, senza nemmeno essere riconosciuta come male.
Da sottolineare quanto la psicologia sia ancora oggi omissiva al riguardo: le ragioni vanno ricercate, io credo, nel fatto che coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre. In altri termini: gli psicologi, meglio: noi psicologi siamo parte del problema esattamente come lo sono tutte le altre persone, quando non riconosciamo come prodotto di prepotenza e predominio il mangiare gli animali, nonostante il corollario di schiavizzazione e uccisione che ciò comporta, non mettiamo a fuoco la situazione , non ci rendiamo conto della tragedia quotidiana in atto, rispetto alla quale dovremmo sentirci chiamati a intervenire per cercare di decodificarla, dal momento che, per formazione e professione, possediamo , o dovremmo possedere, gli strumenti per farlo. Per altro tutte le forme di violenza legittima intraspecifica, vale a dire all’interno della specie umana, (si pensi alla pena di morte, alle punizioni fisiche sui bambini…) sono davvero poco studiate, in se stesse e nelle loro conseguenze, se non in modo indiretto, come per esempio con l’interpretazione degli studi di Milgram sulla obbedienza distruttiva; esattamente come succede per quanto riguarda la violenza legittima interspecifica, quella contro gli altri animali.
Di fatto sono molti i meccanismi che consentono il perpetuarsi dell’attuale stato di cose, permettendo di non riconoscere il male, per legalizzato che sia, insito nel nostro rapporto con gli altri animali: si tratta di meccanismi inconsci, definiti di difesa proprio in quanto assolvono il compito di proteggerci dall’angoscia che potrebbe esplodere se la realtà in atto venisse riconosciuta. In primo luogo non si può prescindere dal nostro essere totalmente immersi in una cultura antropocentrica, per cui il concetto stesso di animale è svilito e identificato non con quello di essere vivente, sofferente e senziente, ma con quello di entità che è di fatto reificata, ridotta allo stato di cosa. Solo questa rappresentazione dell’animale permette per esempio che la gente possa tranquillamente accordarsi per “andare a mangiare il pesce”, oppure organizzi gioiose grigliate o celebri con soddisfazione piatti stagionali come lenticchie con zampone o polenta con capriolo. I termini sono scollegati dall’animale che sono, le vittime indifese non sono neppure pensate, non vivono nemmeno nell’immaginario, non possiedono esistenza propria. Si pensi a quell’immagine tanto spesso pubblicizzata, in cui la sagoma di una mucca è divisa in parti corrispondenti ad altrettanti “pezzi” destinati a variegati trattamenti culinari: l’essenza stessa dell’animale è negata in favore della sua riduzione a cibo. Tradizioni filosofiche e convincimenti religiosi teorizzano la liceità di tutto ciò: agli animali non umani ancora oggi non è stata attribuito il possesso dell’anima, e questo basta alla scellerata giustificazione di ogni male contro di loro: per attribuirla alle donne sono state necessarie lunghissime riflessioni (da parte degli uomini), per gli schiavi è stato più complicato ancora. La cinica osservazione che tenere categorie di esseri viventi in condizioni di inferiorità procura enormi vantaggi a chi detiene il potere non rende ottimisti sul tempo necessario a che una salutare rivisitazione del nostro rapporto con gli animali dia loro la dignità che loro neghiamo, siano o meno contenitori di quell’anima che pare essere il salvacondotto per ogni attribuzione di dignità.
A questa imprescindibile cornice cognitiva, entro la quale ci poniamo come razza padrona di altre specie, si affiancano molte altre dinamiche. Un forte ruolo lo giocano la dittatura della consuetudine, la pervasività stessa del fenomeno che induce a delle non scelte: l’abitudine si riproduce e si propaga nelle nostre vite inducendoci a reiterare gesti e comportamenti senza che emerga il bisogno di interrogarci al proposito. E così si continua a mangiare ciò che si è sempre mangiato. E’ tra l’altro provato che, non solo dal punto di vista psicologico ma anche da quello fisiologico, esiste un adattamento positivo ai gusti e ai sapori a cui da sempre siamo assuefatti: per rendersene conto, basta il confronto quotidiano con tanta variegata immigrazione, che ci mostra come le persone portino con sè dai loro paesi d’origine consuetudini alimentari, da cui tendono a non staccarsi, non solo per proteggere un filo di continuità con un passato e un luogo pregno di affetti, ma perché i loro stessi sensi, il gusto, l’olfatto si sono programmati ad apprezzarli. Allo stesso modo staccarsi da una pratica alimentare in cui i prodotti di origine animale sono potentemente presenti (e questa, nel mondo occidentale, è la norma nell’educazione dei bambini) richiede una scelta a fronte della sua perpetuazione che procede “in automatico”, tanto più semplice perchè frutto di inerzia. Quando nuove consapevolezze, a cui è davvero impossibile sottrarsi, inducono a prendere atto della realtà di indicibile dolore che questo comporta, altri meccanismi arrivano in salvataggio dal rischio di sperimentare intollerabili sensi di colpa: il fatto che si tratti di un’abitudine del tutto condivisa, ubiquitaria, “normale” induce a non assumere il senso della propria responsabilità, talmente parcellizzata da risultare incorporea. Per altro il percorso che porta la carne in tavola è facile da ignorare: non conservando traccia visibile e percepibile dell’animale da cui proviene, la gran parte dei cibi cucinati facilita marcatamente i meccanismi salvifici di rimozione e di negazione: il salame si è materializzato lì sul bancone del supermercato, il tonno è sempre stato nella scatoletta e se un passato è riconosciuto al pollo è al massimo quello del tempo trascorso nel forno. E così possono essere i bambini stessi, nel mondo pubblicitario, gli sponsor di questi “prodotti”, bambini che con tanta facilità sono indotti ad ignorare il dietro le quinte di tutto ciò, bambini rispetto ai quali gli adulti compiono dei veri disastri nel trasformare quella che è la loro naturale attrazione affettiva verso gli animali in quell’appiattimento sullo status quo, che passa dalla negazione del problema alla sua progressiva accettazione attraverso un processo di desensibilizzazione.
Non si può dimenticare come le società, le culture si preoccupino delle propria sopravvivenza riproponendo valori sempre uguali a se stessi: l’educazione, la scuola trasmettono riferimenti che perpetuano l’esistente e sostengono come valore quello dell’obbedienza, dell’adattamento alle norme. Disobbedire, cambiare lo stato delle cose, ribaltare le abitudini, sconvolgere le convinzioni richiede invece la capacità di dare corso al proprio sentire anche quando questo segue direzione contraria al sentire dei più, richiede fiducia in sé stessi e nei propri pensieri, richiede il coraggio dell’essere contro.
Il pensiero divergente deve sempre difendersi dagli attacchi del conformismo, che si serve di innumerevoli strumenti per affermare se stesso: chiunque si occupi di difesa attiva degli altri animali , per esempio, ha inevitabilmente dovuto fare i conti con il “confronto vantaggioso”, si è in altri termini sentito obbligato a giustificarsi davanti all’accusa che ben altri sono i problemi del mondo che meritano dispiegamento di energie, le guerre e la fame, le donne violentate e i bambini sfruttati: ma l’ingiustizia in qualunque luogo è una minaccia per l’ingiustizia in qualunque altro luogo, diceva Martin Luther King in tempi in cui l’utopia sembrava essere ad un passo dalla realtà. E Che Guevara esortava ad essere sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia contro chiunque, in qualunque parte del mondo. Quei chiunque sono sempre e dovunque anche e soprattutto gli animali non umani, tanto disconosciuti come vittime; purtroppo, ed è amarissima considerazione , anche chi della difesa dei deboli sembra fare ragione di vita oggi sembra ignorarlo.
Non va dimenticata poi la mistificazione della realtà, quella sorta di etichettamento eufemistico che ci parla di mucche felici (di vedersi sottratto il vitellino appena nato, che viene allontanato urlante e disperato), che ci mostra maialini danzanti ( per essere stati evirati,amputati appena nati di denti e coda), che definisce la caccia “buona” (perché stermina a pallettoni animali in sovrappiù per il gioioso piacere di uomini – e donne!- in assetto di guerra), di macellazione umanitaria (ma gli ossimori sono per definizione termini incompatibili tra di loro):il mondo non sarebbe quel disastro che è se venissero usati termini corretti per descrivere la realtà, dice Tom Regan in “Gabbie vuote”. Purtroppo non chiediamo di meglio che sentirci rassicurati: così accettiamo con sollievo la mistificazione della realtà, la negazione di ciò che risulta insopportabile: bisognerebbe invece ricordare che , come dice il filosofo Galimberti, la negazione è la prima radice, la più profonda dell’immoralità collettiva: perché il rifiuto a riconoscere le grandi ingiustizie evita la reazione che potrebbe avere luogo se venissero riconosciute. Molti dei grandi massacri della storia non avrebbero forse potuto essere portati a termine se non fossero rimasti inerti coloro che avrebbero potuto intervenire.
Il discorso si complica con tante altre considerazioni che vanno a includere il tema della violenza che non può essere distinta a seconda di chi ne è l’oggetto: perché un link indissolubile, a livello sia di responsabilità che di conseguente sofferenza, lega quella esercitata contro chiunque: uomini, donne, bambini, animali. Invece ci nutriamo di affermazioni generali (“la violenza è da rifiutare”) , i comandamenti sono assoluti (“non uccidere” ), ma poi è insito nelle convinzioni che gigantesche eccezioni possono serenamente essere elevate al rango di norma: sui bambini la violenza, che è il vero nome delle punizioni fisiche, è considerata ancora oggi educativa anche in alcuni paesi del mondo occidentale, come se i bambini non fossero persone, i più deboli tra le persone; e uccidere gli animali non umani non è peccato.
2- Secondo lei è possibile cambiare questa mentalità "carnivora"? se si in che modo?
A questa domanda credo si possa rispondere solo richiamando il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo del cuore: la realtà è devastante e il compito di cambiarla ciclopico, perché, diceva Saramago, premio Nobel per la letteratura, questo mondo è sbagliato, non imperfetto: sbagliato.
Quali siano i modi più utili per fare la propria parte nell’incidere sull’esistente è difficile stabilirlo; sono comunque tanti e ognuno di essi contiene la possibilità di modificare lo stato di cose. E’ in circolazione in rete un filmato spagnolo, che mostra l’ operatore di un reparto macelleria che, dopo avere offerto ai clienti assaggi di pasticci di carne, molto apprezzati, chiede loro se vogliano la salsiccia fresca da cucinare e, al loro assenso, si china a raccogliere da un cesta un maialino vivo, lì insieme ai suoi fratellini, che lui infila in una macchina tritacarne da cui escono salsicce già belle pronte. Si tratta, inutile dirlo, di finzione perché il maialino viene in realtà messo in salvo tra le braccia di una ragazza, ma ciò che vedono i clienti non lo lascia supporre: interessante la reazione dei clienti, che guardano quello che il macellaio va facendo dapprima stupiti poi costernati: cercano di fermarlo, lo coprono di insulti :nessuno accetta più di acquistare quello che prima era parso un prodotto prelibato. Il filmato rende evidente l’ ignoranza e la disinformazione che avvolgono il mondo dello sfruttamento animale, inverosimile in epoca di internet, ma reale: persino persone di ottima cultura, di certo non escluse dall’accesso all’informazione, spesso si meravigliano per esempio di venire a sapere che il latte che bevono è quello sottratto al vitello, quasi le mucche lo producessero in automatico, essendo “animali da latte”. Dato lo stato delle cose, sollevare il velo sulle nefandezze è necessario, come lo è una corretta controinformazione sulla percorribilità del veganesimo senza rischi per la salute.
Ma, al di là delle singole strategie, il discorso vero è quello della necessità di un rivolgimento esistenziale, filosofico, di pensiero che rimetta in gioco dalle fondamenta il nostro modo di essere: la cultura che può opporsi all’attuale stato di cose è la cultura della solidarietà, dell’ empatia, della comprensione dell’altro, tutti valori che non possono fermarsi sul confine di specie, che è un confine fittizio, ma devono inglobare nel proprio orizzonte etico tutti gli esseri viventi. Una cultura consapevole che le relazioni devono essere costruite sulla collaborazione e non sull’antagonismo, sulla cooperazione e non sulla prevaricazione. Una cultura che riesca a vedere gli animali non umani come, con le parole di Henry Beston “altri universi captati insieme a noi, nella rete della vita e del tempo; nostri compagni di prigionia nello splendore e nel travaglio di questa terra”. E che si giochi sulla grande partita che ha inizio dall’educazione dei bambini, che deve essere prima di tutto educazione alla non violenza e al rispetto, e si propaghi poi in ogni piega della società in cui amplissimi mezzi per ingenerare il cambiamento di certo sono appannaggio di chi detiene il potere: ma non potendo avere soverchie illusioni al proposito, dal momento che tanto spesso il medico è esso stesso parte della malattia, è necessario recuperare la consapevolezza della possibilità di ognuno di poter incidere in modo impensato sulla realtà. Non bisogna dimenticare che “l’ingiustizia è negligenza individuale”, che sulla scena del crimine, oltre a carnefice e vittima , c’è un terzo personaggio che è lo spettatore, da cui tanta parte del finale dipende. Allora è fondamentale, se spettatori siamo, non essere silenziosi, diventare noi il cambiamento, agire contro ogni infamia, recuperando il senso di vicinanza con tutte le forme di vita, anche attraverso la disubbidienza alle leggi degli uomini, nel rispetto di un’etica che arriva in luoghi pacificati, che tali leggi, oggi, non sanno nemmeno immaginare.
3- Psicologia e vegetarismo: quale delle due ha dato inizio al suo libro?
E’ stata la convinzione che gli altri animali, quelli non umani, non sono esclusi dall’interesse psicologico: vivono in numero enorme all’interno delle relazioni con la loro presenza, anche quando non riconosciuti perché ridotti a cibo: è inaccettabile relegarli, come facciamo con l’eccezione dei cosiddetti animali da compagnia, allo stato di silenzio e di invisibilità. Se è vero che ogni esperienza incide su di noi, sul nostro modo di essere, modificando persino la nostra realtà cerebrale, è fondamentale prendere atto del ruolo degli altri animali nelle nostre vite, prendere atto di loro anche come oggetti di studio, oltre che, e questo viene al primo posto, di stupita fascinazione, se solo si ha voglia di guardarli nell’incredibile ricchezza delle loro vite
Per quanto mi riguarda, posso solo dire che da sempre conosco i nomi di Firpo, Ras, Laika, cani vissuti molto prima che io nascessi e che la memoria di mio padre mi ha consegnato con tanta dolcezza, negli aneddoti della sua infanzia molte volte ripetuti, da farli entrare nel mio mondo psichico : che di persone e di animali è popolato .
Il discorso è articolato e complesso e poco adatto ad una sintesi che inevitabilmente trascura elementi importanti. In ogni caso,focalizzando il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne”, si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, la propria alimentazione , il proprio modo di vestire sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro.
Se fare fronte e contrastare l’aggressività può essere compito complesso, ma per il quale nel corso del tempo sono stati approntati strumenti, frutto di molti approfondimenti sulla sua eziologia, più complicato è occuparsi di quella banalità del male, di cui il mangiar carne è chiaro esempio, che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, senza nemmeno essere riconosciuta come male.
Da sottolineare quanto la psicologia sia ancora oggi omissiva al riguardo: le ragioni vanno ricercate, io credo, nel fatto che coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre. In altri termini: gli psicologi, meglio: noi psicologi siamo parte del problema esattamente come lo sono tutte le altre persone, quando non riconosciamo come prodotto di prepotenza e predominio il mangiare gli animali, nonostante il corollario di schiavizzazione e uccisione che ciò comporta, non mettiamo a fuoco la situazione , non ci rendiamo conto della tragedia quotidiana in atto, rispetto alla quale dovremmo sentirci chiamati a intervenire per cercare di decodificarla, dal momento che, per formazione e professione, possediamo , o dovremmo possedere, gli strumenti per farlo. Per altro tutte le forme di violenza legittima intraspecifica, vale a dire all’interno della specie umana, (si pensi alla pena di morte, alle punizioni fisiche sui bambini…) sono davvero poco studiate, in se stesse e nelle loro conseguenze, se non in modo indiretto, come per esempio con l’interpretazione degli studi di Milgram sulla obbedienza distruttiva; esattamente come succede per quanto riguarda la violenza legittima interspecifica, quella contro gli altri animali.
Di fatto sono molti i meccanismi che consentono il perpetuarsi dell’attuale stato di cose, permettendo di non riconoscere il male, per legalizzato che sia, insito nel nostro rapporto con gli altri animali: si tratta di meccanismi inconsci, definiti di difesa proprio in quanto assolvono il compito di proteggerci dall’angoscia che potrebbe esplodere se la realtà in atto venisse riconosciuta. In primo luogo non si può prescindere dal nostro essere totalmente immersi in una cultura antropocentrica, per cui il concetto stesso di animale è svilito e identificato non con quello di essere vivente, sofferente e senziente, ma con quello di entità che è di fatto reificata, ridotta allo stato di cosa. Solo questa rappresentazione dell’animale permette per esempio che la gente possa tranquillamente accordarsi per “andare a mangiare il pesce”, oppure organizzi gioiose grigliate o celebri con soddisfazione piatti stagionali come lenticchie con zampone o polenta con capriolo. I termini sono scollegati dall’animale che sono, le vittime indifese non sono neppure pensate, non vivono nemmeno nell’immaginario, non possiedono esistenza propria. Si pensi a quell’immagine tanto spesso pubblicizzata, in cui la sagoma di una mucca è divisa in parti corrispondenti ad altrettanti “pezzi” destinati a variegati trattamenti culinari: l’essenza stessa dell’animale è negata in favore della sua riduzione a cibo. Tradizioni filosofiche e convincimenti religiosi teorizzano la liceità di tutto ciò: agli animali non umani ancora oggi non è stata attribuito il possesso dell’anima, e questo basta alla scellerata giustificazione di ogni male contro di loro: per attribuirla alle donne sono state necessarie lunghissime riflessioni (da parte degli uomini), per gli schiavi è stato più complicato ancora. La cinica osservazione che tenere categorie di esseri viventi in condizioni di inferiorità procura enormi vantaggi a chi detiene il potere non rende ottimisti sul tempo necessario a che una salutare rivisitazione del nostro rapporto con gli animali dia loro la dignità che loro neghiamo, siano o meno contenitori di quell’anima che pare essere il salvacondotto per ogni attribuzione di dignità.
A questa imprescindibile cornice cognitiva, entro la quale ci poniamo come razza padrona di altre specie, si affiancano molte altre dinamiche. Un forte ruolo lo giocano la dittatura della consuetudine, la pervasività stessa del fenomeno che induce a delle non scelte: l’abitudine si riproduce e si propaga nelle nostre vite inducendoci a reiterare gesti e comportamenti senza che emerga il bisogno di interrogarci al proposito. E così si continua a mangiare ciò che si è sempre mangiato. E’ tra l’altro provato che, non solo dal punto di vista psicologico ma anche da quello fisiologico, esiste un adattamento positivo ai gusti e ai sapori a cui da sempre siamo assuefatti: per rendersene conto, basta il confronto quotidiano con tanta variegata immigrazione, che ci mostra come le persone portino con sè dai loro paesi d’origine consuetudini alimentari, da cui tendono a non staccarsi, non solo per proteggere un filo di continuità con un passato e un luogo pregno di affetti, ma perché i loro stessi sensi, il gusto, l’olfatto si sono programmati ad apprezzarli. Allo stesso modo staccarsi da una pratica alimentare in cui i prodotti di origine animale sono potentemente presenti (e questa, nel mondo occidentale, è la norma nell’educazione dei bambini) richiede una scelta a fronte della sua perpetuazione che procede “in automatico”, tanto più semplice perchè frutto di inerzia. Quando nuove consapevolezze, a cui è davvero impossibile sottrarsi, inducono a prendere atto della realtà di indicibile dolore che questo comporta, altri meccanismi arrivano in salvataggio dal rischio di sperimentare intollerabili sensi di colpa: il fatto che si tratti di un’abitudine del tutto condivisa, ubiquitaria, “normale” induce a non assumere il senso della propria responsabilità, talmente parcellizzata da risultare incorporea. Per altro il percorso che porta la carne in tavola è facile da ignorare: non conservando traccia visibile e percepibile dell’animale da cui proviene, la gran parte dei cibi cucinati facilita marcatamente i meccanismi salvifici di rimozione e di negazione: il salame si è materializzato lì sul bancone del supermercato, il tonno è sempre stato nella scatoletta e se un passato è riconosciuto al pollo è al massimo quello del tempo trascorso nel forno. E così possono essere i bambini stessi, nel mondo pubblicitario, gli sponsor di questi “prodotti”, bambini che con tanta facilità sono indotti ad ignorare il dietro le quinte di tutto ciò, bambini rispetto ai quali gli adulti compiono dei veri disastri nel trasformare quella che è la loro naturale attrazione affettiva verso gli animali in quell’appiattimento sullo status quo, che passa dalla negazione del problema alla sua progressiva accettazione attraverso un processo di desensibilizzazione.
Non si può dimenticare come le società, le culture si preoccupino delle propria sopravvivenza riproponendo valori sempre uguali a se stessi: l’educazione, la scuola trasmettono riferimenti che perpetuano l’esistente e sostengono come valore quello dell’obbedienza, dell’adattamento alle norme. Disobbedire, cambiare lo stato delle cose, ribaltare le abitudini, sconvolgere le convinzioni richiede invece la capacità di dare corso al proprio sentire anche quando questo segue direzione contraria al sentire dei più, richiede fiducia in sé stessi e nei propri pensieri, richiede il coraggio dell’essere contro.
Il pensiero divergente deve sempre difendersi dagli attacchi del conformismo, che si serve di innumerevoli strumenti per affermare se stesso: chiunque si occupi di difesa attiva degli altri animali , per esempio, ha inevitabilmente dovuto fare i conti con il “confronto vantaggioso”, si è in altri termini sentito obbligato a giustificarsi davanti all’accusa che ben altri sono i problemi del mondo che meritano dispiegamento di energie, le guerre e la fame, le donne violentate e i bambini sfruttati: ma l’ingiustizia in qualunque luogo è una minaccia per l’ingiustizia in qualunque altro luogo, diceva Martin Luther King in tempi in cui l’utopia sembrava essere ad un passo dalla realtà. E Che Guevara esortava ad essere sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia contro chiunque, in qualunque parte del mondo. Quei chiunque sono sempre e dovunque anche e soprattutto gli animali non umani, tanto disconosciuti come vittime; purtroppo, ed è amarissima considerazione , anche chi della difesa dei deboli sembra fare ragione di vita oggi sembra ignorarlo.
Non va dimenticata poi la mistificazione della realtà, quella sorta di etichettamento eufemistico che ci parla di mucche felici (di vedersi sottratto il vitellino appena nato, che viene allontanato urlante e disperato), che ci mostra maialini danzanti ( per essere stati evirati,amputati appena nati di denti e coda), che definisce la caccia “buona” (perché stermina a pallettoni animali in sovrappiù per il gioioso piacere di uomini – e donne!- in assetto di guerra), di macellazione umanitaria (ma gli ossimori sono per definizione termini incompatibili tra di loro):il mondo non sarebbe quel disastro che è se venissero usati termini corretti per descrivere la realtà, dice Tom Regan in “Gabbie vuote”. Purtroppo non chiediamo di meglio che sentirci rassicurati: così accettiamo con sollievo la mistificazione della realtà, la negazione di ciò che risulta insopportabile: bisognerebbe invece ricordare che , come dice il filosofo Galimberti, la negazione è la prima radice, la più profonda dell’immoralità collettiva: perché il rifiuto a riconoscere le grandi ingiustizie evita la reazione che potrebbe avere luogo se venissero riconosciute. Molti dei grandi massacri della storia non avrebbero forse potuto essere portati a termine se non fossero rimasti inerti coloro che avrebbero potuto intervenire.
Il discorso si complica con tante altre considerazioni che vanno a includere il tema della violenza che non può essere distinta a seconda di chi ne è l’oggetto: perché un link indissolubile, a livello sia di responsabilità che di conseguente sofferenza, lega quella esercitata contro chiunque: uomini, donne, bambini, animali. Invece ci nutriamo di affermazioni generali (“la violenza è da rifiutare”) , i comandamenti sono assoluti (“non uccidere” ), ma poi è insito nelle convinzioni che gigantesche eccezioni possono serenamente essere elevate al rango di norma: sui bambini la violenza, che è il vero nome delle punizioni fisiche, è considerata ancora oggi educativa anche in alcuni paesi del mondo occidentale, come se i bambini non fossero persone, i più deboli tra le persone; e uccidere gli animali non umani non è peccato.
2- Secondo lei è possibile cambiare questa mentalità "carnivora"? se si in che modo?
A questa domanda credo si possa rispondere solo richiamando il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo del cuore: la realtà è devastante e il compito di cambiarla ciclopico, perché, diceva Saramago, premio Nobel per la letteratura, questo mondo è sbagliato, non imperfetto: sbagliato.
Quali siano i modi più utili per fare la propria parte nell’incidere sull’esistente è difficile stabilirlo; sono comunque tanti e ognuno di essi contiene la possibilità di modificare lo stato di cose. E’ in circolazione in rete un filmato spagnolo, che mostra l’ operatore di un reparto macelleria che, dopo avere offerto ai clienti assaggi di pasticci di carne, molto apprezzati, chiede loro se vogliano la salsiccia fresca da cucinare e, al loro assenso, si china a raccogliere da un cesta un maialino vivo, lì insieme ai suoi fratellini, che lui infila in una macchina tritacarne da cui escono salsicce già belle pronte. Si tratta, inutile dirlo, di finzione perché il maialino viene in realtà messo in salvo tra le braccia di una ragazza, ma ciò che vedono i clienti non lo lascia supporre: interessante la reazione dei clienti, che guardano quello che il macellaio va facendo dapprima stupiti poi costernati: cercano di fermarlo, lo coprono di insulti :nessuno accetta più di acquistare quello che prima era parso un prodotto prelibato. Il filmato rende evidente l’ ignoranza e la disinformazione che avvolgono il mondo dello sfruttamento animale, inverosimile in epoca di internet, ma reale: persino persone di ottima cultura, di certo non escluse dall’accesso all’informazione, spesso si meravigliano per esempio di venire a sapere che il latte che bevono è quello sottratto al vitello, quasi le mucche lo producessero in automatico, essendo “animali da latte”. Dato lo stato delle cose, sollevare il velo sulle nefandezze è necessario, come lo è una corretta controinformazione sulla percorribilità del veganesimo senza rischi per la salute.
Ma, al di là delle singole strategie, il discorso vero è quello della necessità di un rivolgimento esistenziale, filosofico, di pensiero che rimetta in gioco dalle fondamenta il nostro modo di essere: la cultura che può opporsi all’attuale stato di cose è la cultura della solidarietà, dell’ empatia, della comprensione dell’altro, tutti valori che non possono fermarsi sul confine di specie, che è un confine fittizio, ma devono inglobare nel proprio orizzonte etico tutti gli esseri viventi. Una cultura consapevole che le relazioni devono essere costruite sulla collaborazione e non sull’antagonismo, sulla cooperazione e non sulla prevaricazione. Una cultura che riesca a vedere gli animali non umani come, con le parole di Henry Beston “altri universi captati insieme a noi, nella rete della vita e del tempo; nostri compagni di prigionia nello splendore e nel travaglio di questa terra”. E che si giochi sulla grande partita che ha inizio dall’educazione dei bambini, che deve essere prima di tutto educazione alla non violenza e al rispetto, e si propaghi poi in ogni piega della società in cui amplissimi mezzi per ingenerare il cambiamento di certo sono appannaggio di chi detiene il potere: ma non potendo avere soverchie illusioni al proposito, dal momento che tanto spesso il medico è esso stesso parte della malattia, è necessario recuperare la consapevolezza della possibilità di ognuno di poter incidere in modo impensato sulla realtà. Non bisogna dimenticare che “l’ingiustizia è negligenza individuale”, che sulla scena del crimine, oltre a carnefice e vittima , c’è un terzo personaggio che è lo spettatore, da cui tanta parte del finale dipende. Allora è fondamentale, se spettatori siamo, non essere silenziosi, diventare noi il cambiamento, agire contro ogni infamia, recuperando il senso di vicinanza con tutte le forme di vita, anche attraverso la disubbidienza alle leggi degli uomini, nel rispetto di un’etica che arriva in luoghi pacificati, che tali leggi, oggi, non sanno nemmeno immaginare.
3- Psicologia e vegetarismo: quale delle due ha dato inizio al suo libro?
E’ stata la convinzione che gli altri animali, quelli non umani, non sono esclusi dall’interesse psicologico: vivono in numero enorme all’interno delle relazioni con la loro presenza, anche quando non riconosciuti perché ridotti a cibo: è inaccettabile relegarli, come facciamo con l’eccezione dei cosiddetti animali da compagnia, allo stato di silenzio e di invisibilità. Se è vero che ogni esperienza incide su di noi, sul nostro modo di essere, modificando persino la nostra realtà cerebrale, è fondamentale prendere atto del ruolo degli altri animali nelle nostre vite, prendere atto di loro anche come oggetti di studio, oltre che, e questo viene al primo posto, di stupita fascinazione, se solo si ha voglia di guardarli nell’incredibile ricchezza delle loro vite
Per quanto mi riguarda, posso solo dire che da sempre conosco i nomi di Firpo, Ras, Laika, cani vissuti molto prima che io nascessi e che la memoria di mio padre mi ha consegnato con tanta dolcezza, negli aneddoti della sua infanzia molte volte ripetuti, da farli entrare nel mio mondo psichico : che di persone e di animali è popolato .
venerdì 21 giugno 2013
ZOOSAFARI
Di certo uno zoosafari non è uno
zoo: non ci son gabbie, gli animali non vanno avanti e indietro con movimenti
stereotipati che manifestino la loro sofferenza; non si incrociano gli sguardi
immobili di quelli che sembrano avere abdicato persino ai desideri ed hanno
smesso di lottare per una irraggiungibile libertà.
Eppure, anche se quelli che vi
sono portati a vivere non sono assoggettati alle peggiori limitazioni, tante
cose non appaiono condivisibili in
questi luoghi, in cui di naturale non si trova nulla. Il fatto è che qui la loro
presenza è finalizzata a fungere da merce, da attrazione per futuri potenziali
visitatori, grandi e soprattutto piccoli;
in uno spazio delimitato vengono immessi animali di specie diversificate, i più svariati, a seconda
delle decisioni e delle convenienze del proprietario, che li fa nascere a
questo preciso scopo e abitare luoghi che
sono lontanissimi e diversi da quelli d’origine; qui devono restare in una
sorta di arca di Noè allargata in cui molte sono le specie che devono essere
rappresentate e possibilmente tenute in condizioni che ne favoriscano la riproduzione,
ma senza esagerare.
La grande maggioranza degli animali che popolano
gli zoosafari, quando si trovano nei luoghi dove sarebbero deputati a vivere se
lasciati in santa pace, conducono un’esistenza sociale complessa, in gruppi
speciespecificamente organizzati in cui esistono relazioni parentali, di coppia,
amicali; in cui gli anziani svolgono un ruolo importante per i più giovani; in
cui i piccoli crescono con l’apporto di tanti diversi adulti in ruoli
differenti. La vita e la morte lì seguono altri ritmi, sono estremamente composite, affascinanti e
tragiche al tempo stesso, perché passano attraverso la lotta per la
sopravvivenza, la difficoltà delle condizioni naturali, le differenze marcate
dalla propria forza o dalla propria debolezza. Di tutto ciò uno zoosafari non
può certo dare conto, imbrigliate come sono le esistenze degli animali lì trattenuti;
è scontato che le condizioni originarie non possono essere fittiziamente
riprodotte, e di conseguenza ogni intento conoscitivo è destinato ad abortire
sul nascere; meglio ancora: non è neppure perseguito, perchè l’unico vero scopo è miniaturizzare contesti di vita ben lontani
dall’originale, secondo le leggi di un
mercato teso a fornire non conoscenza, ma superficiale divertimento. Non è edificante lo spettacolo di macchine e
pullman che attraversano questi spazi sputacchiando i loro gas di scarico; lo è
ancor meno quello di vocianti ragazzini che, tra un panino e l’altro, allungano
ogni tipo di junk food a quelli tra gli animali che, proprio come loro, dovrebbero invece poter contare su
scelte alimentari sensate.
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