sabato 25 giugno 2016

DAL CARNISMO AL VEGANESIMO: scelta definitiva o fase transitoria?



    

              “Amati, odiati, mangiati”[1] libro di Hal Herzog, uscito in Italia nel 2012, riecheggia fortemente nel titolo il contemporaneo “Perché amiamo i cani, indossiamo le mucche, mangiamo i maiali”[2] di Melanie Joy. E in effetti analoghe sono le domande che entrambi gli autori si pongono, alla ricerca del  bandolo della matassa intricata dei nostri comportamenti scombinati, schizofrenici, dissociati che ci portano a trattare come un principino il nostro cane e a lasciare con indolente indifferenza che il maiale venga scannato nel più turpe dei modi. Pur compiendo un percorso investigativo nella psiche umana per certi versi coincidente, i due autori, entrambi  studiosi di psicologia,  pervengono a conclusioni fortemente divergenti, lei ad abbracciare uno stile di vita vegano, lui a santificare quella virtù che per definizione sta nel mezzo e quindi a perorare il  consumo di ogni prodotto di origine animale, però in modo moderato, senza esagerare.

venerdì 20 maggio 2016

LAUDATO Sì Mì SIGNORE PER ALCUNE TUE CREATURE





 
Domenica 14 maggio: Piazza San Pietro è gremita come sempre per  l’Udienza Giubilare.  La pioggia battente non ha certo trattenuto la folla dei fedeli, che hanno  lo sguardo rivolto in alto, verso papa Francesco, pendono dalle sue labbra, perché lui è il papa, ma soprattutto è Francesco, “papa buono”, che parla al cuore, al buon cuore, ai sentimenti. Nel farlo, non ha neppure bisogno di appellarsi al mito dell’infallibilità, perché possiede quello ben più popolare della credibilità, conquistata sul campo, tanto dirompente che neppure ci si fa caso quando, con il suo lessico schietto, un po’ domestico, mimando il  gesto, si chiede per esempio, nel caso in cui qualcuno offendesse sua madre, cosa mai potrebbe fare se non tirargli un pugno, e getta così all’aria in pochi secondi millenni di inviti a porgere l’altra guancia nonché, più modestamente, decenni di teoria sulla sublimazione dell’aggressività. Troppo grande l’amore da cui tutti lo riconoscono animato per rinfacciargli, anche se solo sottovoce, qualche uscita un filo discutibile; troppo grande la sua tensione verso Dio, che deve essere celebrato e laudato per tutte le sue creature. Tutte le sue creature? Beh, non proprio tutte: occorre qualche distinguo. Perché, dice, la pietà non va confusa con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro, né con  la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi. Accade che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli“.
Un invito quindi a una distinzione tra una sorta di Pietà con la P maiuscola, che è atteggiamento nobile, e invece una sua sottospecie, tanto gretta da offendere addirittura la dignità altrui, che va a identificarsi con la compassione verso gli animali, non virtù, ma difetto evidentemente da annoverare tra i vizi di questo nostro mondo allo sbando, perché poi questa gente attaccata a cani e gatti magari lascia sola la vicina. No, supplica papa Francesco, per favore No! E sancisce anche un patto non scritto con l’uditorio a non cadere in questa fuorviante deprecabile consuetudine: “D’accordo?!”

sabato 30 aprile 2016

DIVIETO D’ACCESSO NEI MATTATOI




L'ultimo lungo flash dal mondo dei macelli è un video di EssereAnimali, che riprende l'agonia, protrattasi per  oltre mezz'ora,  di una scrofa presa a martellate e i piccoli suinetti sottoposti ad altre  variegate e creative angherie: non in qualche luogo sperduto, non per qualche azienda sconosciuta: no: in un civilissimo luogo del centro Italia in un allevamento connesso alla produzione del mai abbastanza celebrato prosciutto di Parma. 
Il filmato, pressochè inguardabile per l'inaccettabile atrocità messa in onda, è l’ennesima occasione per alzare  il velo su quella realtà negata e offuscata in tutto il mondo occidentale che è quella dei macelli. Realtà rimossa e nascosta dal punto di vista fisico e della sua stessa esistenza, se è vero che, nonostante l’immenso numero di animali quotidianamente mangiati (dati Fao non aggiornati) parlino di 56 miliardi di animali terrestri uccisi ogni anno) , i luoghi della loro uccisione sono molto spesso ignoti: non ne conosciamo la dislocazione e tanto meno sappiamo cosa veramente abbia luogo al loro interno. Ne intravediamo la realtà visto che ci capita di incontrare  su strade e autostrade camion stipati di vitelli, mucche, maiali, cavalli: incrociamo persino il loro sguardo attraverso le barre che li imprigionano e ne sentiamo i lamenti se ci capita la malaugurata sorte di fermarci in una piazzola dove anche il loro autista si è preso una sosta. Imbarazzante allora camminare vicino a loro e cogliere l’orrore in atto nel rapido sguardo che gettiamo prima di girare di scatto la testa dall’altra parte, perché non ce la facciamo proprio ad osservarli ancora. E se l’estate è torrida o l’inverno gelido, i lamenti che udiamo  sono strazianti non solo di sete e stanchezza. Da qualche parte, dobbiamo pur dircelo, stanno andando e dove se non ad essere ammazzati? Ma dove sia il posto in genere lo ignoriamo.

sabato 16 aprile 2016

TORI : FIESTA PER CHI?


 


  A volte siamo colpevoli di colpe che proprio non attengono alla tipologia delle nostre manchevolezze, colpe che non commetteremmo mai se solo fossimo liberi di scegliere, come quando, pacifisti nel profondo, siamo costretti a sostenere con le nostre tasse, senza averlo mai voluto,  le spese per una produzione (esorbitante) di armi da vendere qua e là per il mondo; non meno odiosa e altrettanto insensata è la somma che per anni abbiamo versato, quali cittadini europei, per sovvenzionare regolarmente e lautamente (129 milioni di € ogni anno) un’istituzione nefasta, crudele e ignobile quale  è la corrida, che  il parlamento europeo ha fino a tutto il 2015 sostenuto con un flusso di denaro pubblico, che solo nell’ottobre scorso è stato per la prima volta interrotto dal voto finalmente contrario di una maggioranza di deputati.
Siamo lontanissimi dalla  fine della corrida, ma si tratta comunque di un passo importante per contenerne  la diffusione, visto che, in assenza di questi aiuti da parte dell’Europa, le municipalità, che in Spagna si scontrano  per decidere se disinvestire da altri progetti in favore della nobile  causa della mattanza pubblica dei tori, incontreranno per lo meno difficoltà a sostenerne i costi. Al momento si  stanno confrontando animatamente i vari partiti.

domenica 20 marzo 2016

IL GRANDE AFFARE DELL’AVORIO E LA TRAGEDIA DEGLI ELEFANTI




   Il  31 marzo 2016 a Roma al Circo Massimo ha avuto luogo un Ivory Crush, evento straordinario, almeno per l’Italia: un grande rogo ha bruciato, dopo averli triturati,  quintali di avorio sequestrati a trafficanti e cacciatori nonché tutti quegli oggetti in avorio che turisti poco responsabili o pentiti si sono portati dai loro viaggi esotici o, molto più semplicemente, qualcuno ha comperato  in negozi, che tranquillamente ancora li vendono e che, ahimè, non mancano sul patrio suolo.
L’avorio è finalmente diventato politicamente scorretto e bruciarlo sulla pubblica piazza è un modo prima di tutto per impedirne definitivamente un ulteriore commercio, secondariamente per dare visibilità e risonanza ad una realtà, quella dello sterminio degli elefanti,  che colpevolmente tarda a entrare nella testa e nelle coscienze della gente: richiama altresì altre cerimonie analoghe in cui non ci si limitava a distruggere qualcosa (o qualcuno!),  ma si voleva distruggere  l’idea stessa, annientare, liberarsi anche dei miasmi postumi: per secoli si sono fatti roghi di streghe, e poi si sono bruciati libri pericolosi; ora finalmente è l’avorio, oggetto di precedenti Ivory Crush a partire dal 1989 in Kenia, a New York, in Mozambico….: ad imporre l’insolita cerimonia è  la tragedia che vede un numero enorme di elefanti uccisi ogni anno, in un balletto di cifre che si misura comunque in alcuni esemplari uccisi ogni ora (!!!) , e che ci parla del loro numero ridotto dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila con una previsione di estinzione nel giro di pochissimi decenni, forse anni: 2050? 2025?

sabato 30 gennaio 2016

LA GALLINA DI ALEXANDER BOETTCHER



   
A volte la realtà è tanto disgustosa che persino i media, pur tanto prodighi di immagini orrifiche, si astengono dall’esporla nella loro interezza:  succede a proposito di Alexander Boettcher, parte maschile della famosa coppia all’acido, che occupa da tempo le cronache per essersi macchiata, secondo le accuse, di crimini efferati e senza senso: avrebbero ustionato con l’acido ragazzi, rei di avere avuto trascorsi sessuali con Martina Lovato, allo scopo delirante di conseguire una sorta di  purificazione da tale contaminazione . Il prezzo pagato dalle vittime è inenarrabile: ustioni, conseguenze invalidanti, traumi fisici e psichici pressochè insuperabili, sconvolgimento di tutto lo stile di vita.

SULLA STELLA DI DAVID BOWIE
















Sono vibrazioni  dell’anima quelle che David Bowie provoca ogni volta con le note di  Space Oddity, quello spazio strano in cui, nei panni di  Major Tom, è andato a perdersi, in un’avventura spaziale diventata mito musicale. E oggi, che la sua natura terrena si è dissolta, la fascinazione di saperlo lassù, anzichè in grigia terra, è tale che chi dà  i nomi alle stelle, ne ha vista una in cui poterlo ritrovare. Perché i miti non muoiono: alimentarli ci è necessario per immaginare l’eterno dove invece c’è il finito.
E’ bello allora saperlo per sempre là, seduto sopra il mondo, dove the stars look very different today, dove le stelle oggi sembrano così diverse; non è da solo però a errare nell’universo: c’è un’altra non lontano da lui, lei partita  senza averlo deciso né mai voluto, e condannata a vagare in uno spazio di cui non aveva mai sentito il desiderio, perché  Laika, cagnetta randagia, non chiedeva altro che continuare a raccattare un po’ di cibo nelle strade pur fredde e  inospitali di Mosca, magari insieme a  qualche compagno vagabondo, tanto per vincere la solitudine ed ingannare il gelo.

venerdì 2 ottobre 2015

PESCI LIBERI, ACQUARI VUOTI






I ricorrenti dibattiti sull’opportunità di aprire  nuovi acquari e gli ampliamenti di quelli già esistenti (Cagliari....Roma....) sono l’occasione per alcune riflessioni su queste strutture e soprattutto sui loro inquilini, strutture presenti in gran numero sul territorio nazionale: dal più antico, che è quello di Napoli, al più celebrato, quello di Genova, inaugurato nel 1992 con la benedizione architettonica di Renzo Piano, e divenuto  indiscusso polo d’attrazione della città, meta turistica, occasione di gite, soprattutto scolastiche, ma non solo.
Gli animali, ospitati secondo la terminologia in uso, imprigionati secondo un approccio più rispettoso della realtà che passa anche da  un uso più corretto del linguaggio, possono essere i più disparati: pesci marini, pesci d’acqua dolce, animali provenienti da foreste pluviali, squali, delfini, tartarughe, foche, pinguini, anfibi, rettili.

martedì 1 settembre 2015

La vivisezione di Ignazio Marino

 Ignazio Marino di nuovo in  Italia? Vale   la pena ricordare il passato di cui è orgoglioso, con un suo articolo apparso sull'Espresso e la mia replica, rimasta senza risposta.


Non c'è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perchè della loro morte, Elsa Morante.
Gent. Senatore Marino,
in merito al suo intervento “Diciamo grazie a un babbuino” a cui l’Espresso ha ritenuto di dare tanto spazio, evito di entrare nel  merito delle sue affermazioni scientifiche,  per le quali non ho titoli, ma su cui ho comunque informazioni diverse sulla base delle tesi, opposte alle sue, di medici e biologi antivisezionisti  e autorevoli riviste scientifiche che, con argomentazioni incalzanti, definiscono
“falsa scienza” la vivisezione. 
Mi permetto invece alcune osservazioni di tipo etico, che non solo non prescindono dal rispetto che è dovuto alla sua persona per la forza di altre battaglie, ma a questo si appellano. Proprio sulla base di posizioni forti da lei assunte in altri campi, risulta in primo luogo incomprensibile il suo passivo  riferimento alle regole internazionali (“Rigorose regole internazionali vietano….”): in altre situazioni  lei sostiene che, quando le regole sono sbagliate, vanno combattute, non accettate come dogmi. Il principio di autorità non può essere invocato o attaccato a seconda dell’utilità che ne deriva alle proprie tesi.
Sorprendenti sono poi le  sue argomentazioni del tipo abbiamo percorso una strada sbagliata (alias: abbiamo ucciso un numero che preferiamo non precisare di animali) ma non rinnego nulla: non rinnega nulla??? Non crede che la leggerezza di cui si circonda esentandosi da sensi di colpa, l’ assenza di una adeguata riflessione critica sugli errori commessi, la serena indifferenza al dolore sordo e senza remissione degli animali  sia un ulteriore insulto al male che loro hanno dovuto subire?
E davvero è consono alla sua natura, quella della comunicazione diretta e franca che in altre occasioni ha mostrato,  parlare di “sacrificio” animale? Non crede sia solo auto difensivo attribuire un alone di sacralità all’uso di animali sottoposti ai peggiori tormenti immaginabili da parte di persone incuranti della loro sofferenza, della loro impotenza, dei loro disperati tentativi di sottrarsi a ciò che nessuno potrebbe sopportare? Che cosa c’è di sacro in tutto questo? Sacrificio è  parola davvero inidonea: e visto che chiamare le cose con il loro nome è doveroso se non si vuole mistificare la realtà, vale credo la pena di ricorrere a  termini più corretti: suggerirei tortura.
E che dire di quell’”eppure”, in grado di ribaltare una tesi “Il rispetto per ogni essere vivente è un dovere, EPPURE i test su animali….”: quindi basta una presunta necessità per scardinare un principio etico fondamentale: è questo quello che pensa?
Ancora: a proposito delle sue argomentazioni sulla perdita del lavoro che sarebbe indotta dallo smantellamento dei laboratori: per analogia si sentirebbe di osteggiare la sospensione della produzione di armi (industria italiana dal grande indotto) dal momento che  potrebbe avere analoghe conseguenze?
Quando passa al contrattacco accusando di mancanza di coerenza chi si oppone alla vivisezione senza abbracciare un’alimentazione vegana, ha di certo ragione: di questo ognuno deve rispondere  a se stesso e prima ancora agli animali che non si astiene dal mangiare: la strada è aperta e le speranze crescono per il diffondersi di una sensibilità nuova. Ciò non toglie che un’argomentazione che ha in sé la sua giustificazione non perde rilevanza a causa della possibile incoerenza di chi la sostiene.
Un pietoso velo di silenzio vale la pena di stendere, poi, su quella percentuale dell’86% di italiani che lei riconosce  contrari alla vivisezione: non è quello della maggioranza il principio cardine della democrazia che i politici dovrebbero rispettare?!?
In sintesi, senatore Marino, qualunque etica che si fermi ai confini dell’umano è a mio avviso incompleta, povera, insufficiente a definirci come rispettosi degli altri.  Non diciamo perciò grazie al babbuino che lei ha ucciso: prostriamoci se mai, per quello che può servire, a chiedergli scusa. Annamaria Manzoni

mercoledì 15 luglio 2015

COCCODRILLI, non CROCOBURGER




      “Cinturini” li chiamano i lavoratori e i dirigenti che si occupano dell’uccisione dei coccodrilli: “cinturini” perché in loro è questo che vedono, il prodotto della loro trasformazione in oggetti di consumo, tanto pregiati quanto inutili. Niente di nuovo sotto il sole: agli animali, quale che sia la specie di appartenenza, viene negata la natura di esseri viventi, senzienti, sofferenti, belli e speciali come ogni animale è. Il processo di reificazione comincia subito, molto prima che siano uccisi perché è proprio questo il modo per procedere con noncuranza alla loro eliminazione: non bisogna vedere  quello che sono, ma quello che, grazie a noi, diventeranno. Il linguaggio non è certo neutro né casuale, che anzi  dà forma al pensiero: loro sono borse, cinture, scarpe, valigie per umani ingordi di lusso e mai sazi: ma parlare di “cinturini” fa di più, perché è termine funzionale al  processo di offesa e denigrazione; grandi e forti quali sono, minacciosi persino, originali nell’aspetto così peculiare, non solo vengono ridotti e mistificati in oggetto, ma l’oggetto deve essere piccolo, irrisorio, antitesi alla loro imponenza.