lunedì 19 giugno 2023

LA GUERRA DEI SOLDATI


La GUERRA dei SOLDATI

“La storia insegna, ma non ha scolari” diceva Antonio Gramsci.

Da qui il perpetuo rinnovarsi di ciò che è stato, quale che sia  il carico di orrore che si porta dietro, che, se fossimo gli animali razionali che ci vantiamo di essere e che invece non siamo, dovrebbe farcene stare lontano anni luce. Niente di più vero quando si tratta di guerre, che dovremmo ben conoscere essendo un ambito di considerazioni smisurate da parte degli storici, visto che accompagnano la specie umana da sempre e visto che, ora che siamo oltre otto miliardi di individui ad avere colonizzato la terra,  riusciamo a combatterne non una per volta, ma molte decine insieme, in ogni angolo, in ogni dove. Attualmente 59, secondo quanto riportato da  Acled, (Armed conflict location & event data project), organizzazione che si occupa di raccogliere dati per monitorare i conflitti. Di molte non conosciamo quasi nulla e a mala pena sappiamo individuare su una carta geografica i paesi in cui hanno luogo; al momento l’attenzione pubblica, magistralmente guidata da mass media tanto spesso ridotti a cassa di risonanza del potere, è veicolata quasi esclusivamente sull’Ucraina: ma basta e avanza per provare a cogliere quelli che sono i denominatori comuni di tutte le guerre. Anche se le informazioni arrivano spezzettate, incomplete, comunque parziali; anche se la verità è la prima vittima di ogni conflitto.

Per parlare di attualità della guerra, la più disumana tra tutte le attività umane, cercando di riempire i buchi della disinformazione, un grande aiuto lo offre ciò che sappiamo di quelle che hanno insanguinato il secolo scorso, e lo offre in tempi più recenti Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura, che delle conseguenze umane di tanti conflitti si è occupata: i suoi “Ragazzi di zinco” sono quelli che ritornano, chiusi nelle bare metalliche, dall’Afganistan, dove erano stati mandati a combattere tra il 1979 e il 1989 durante l’occupazione sovietica del paese: lei dice di tutto quello che si sarebbe voluto censurato, ma che le drammatiche testimonianze dei sopravvissuti e delle famiglie fanno emergere dalla volontà di oblio. 

mercoledì 19 aprile 2023

QUELLA COLT SEMPRE CARICA


https://comune-info.net/quella-colt-sempre-carica/ 


 Annamaria Manzoni

16 Aprile 2023

Cosa ci fanno gli orsi nei boschi trentini? Ci sono sempre stati? In realtà la loro presenza è ricominciata nel 1999, quando il primo di loro fu importato dalla Slovenia: da allora, con soldi Ue, decine di orsi sono stati anestetizzati, catturati, deportati per rendere più affascinanti montagne già incantevoli. Quel progetto non è stato accompagnato da investimenti in cultura e informazione sul territorio. Cosa è accaduto in questi anni? Tante cose: Maurizio Fugatti, ad esempio, nel 2011 ammise di non riuscire proprio a capire la ragione dell’intervento dei NAS, arrivati a rovinare il banchetto a base di carne d’orso (sloveno) organizzato per una festa dei leghisti; oggi, come presidente della Regione Trentino Alto-Adige, ha già decretato la condanna capitale all’orsa che ha provocato la morte di Andrea Papi, preannunciando anche l’eliminazione di altri 50, ma forse 60, ma, secondo l’ultima conferenza, meglio 70 “esemplari”, proprio come nei film western, quando il forestiero non gradito infastidiva e dalla fondina si estraeva la colt, sempre carica. È accaduto anche che migliaia di cacciatori abbiano provocato in ogni stagione decine di vittime umane. Infine, è accaduto che si è smesso di attribuire agli orsi nomi di battesimo, meglio designarli con sigle, in fondo sono soltanto oggetti

La drammatica morte di Andrea Papi in Trentino, ad opera di un orso, desta lo sgomento e il grande cordoglio che la perdita di una giovane vita porta con sé: il dolore, lungi dall’ostacolare, esige la giustizia che può solo derivare dall’analisi delle situazioni che l’hanno determinata. È quindi necessario impedire che questa morte divenga il lasciapassare per le decisioni della Regione Trentino Alto Adige, presidente Maurizio Fugatti, che, con la rapidità dell’azione che precede il pensiero, hanno decretato la condanna capitale all’orso assassino (in realtà la diciassettenne orsa JJ4) e a due suoi conspecifici “problematici”, preannunciando altresì l’eliminazione di altri 50, ma forse anche 60, ma, secondo l’ultima conferenza, meglio 70 “esemplari”. La condanna (che sta mobilitando le forti proteste delle associazioni animaliste ed è al momento sospesa dal TAR, su esposto della LAV) è stata comminata con una rapidità che può derivare solo dalla convinzione che la scia di paura e di emotività sollevata dall’episodio possa travolgere e cancellare quel genere di interventi critici, vale a dire ragionati, che già nel passato avevano ostacolato analoghe decisioni.

Per altro sono gli stessi genitori di Andrea, pur nel mezzo della dolorosissima tempesta emotiva che li sta travolgendo, a esigere verità e ad opporsi allo scaricabarile sull’animale, chiedendo a gran voce giustizia, vale a dire assunzione di responsabilità da parte di chi responsabile è.

La logica di fondo di quanto sta succedendo è quella ben praticata secondo cui ogni e qualsivoglia animale deve essere considerato al servizio dei desiderata di noi umani, autorizzati a disfarcene nel momento stesso in cui non risultano più rispondenti alle nostre aspettative. Quando questo succede, la soluzione è quella che dilagava nei vecchi film western: quando il forestiero non gradito infastidiva, dalla fondina si estraeva la colt, sempre carica perché in questo mondo malvagio è bene non distrarsi mai, e si sparava, eliminando il problema insieme al suo portatore: il diritto era ed è quello del più forte, universalmente riconosciuto in territori dove le idee sono forse poche, ma ci si è profondamente affezionati.

Per capire cosa ci facciano gli orsi nei boschi trentini, va ricordato che la loro presenza data dal 1999, quando il primo di loro ci fu importato dalla Slovenia, in omaggio al progetto LIFE URSUS. Masun (questo il suo nome) fu seguito da tanti altri, come lui anestetizzati, catturati, trasportati a vivacizzare e colorire con la propria grande mole il paesaggio montano per altro già universalmente considerato incantevole: progetto antropocentrico che ha visto splendidi animali usati come oggetti di “ripopolamento”, da spostare in cambio di generosi contributi economici dell’unione europea, nella evidente convinzione che avrebbero abdicato ai loro istinti riproduttivi, quelli che hanno oggi portato il loro numero a un centinaio, e alle loro caratteristiche di specie, comportandosi come ospiti garbati, attenti a non infastidire quegli umani che tanto gioiosamente avevano decretato la loro immigrazione obbligatoria.

Nel corso degli anni a seguire, alcuni casi sono saliti alla ribalta della cronaca: ci fu l’orso Bruno, deliberatamente ucciso (era il 2006), perché aveva avuto l’inaccettabile idea di sconfinare in Baviera dove si era reso responsabile dell’uccisione di capi di bestiame, togliendo così il monopolio agli umani, gelosissimi della loro esclusiva. Nel 2014 fu Daniza, che, per avere cercato, come ogni buona madre umana o nonumana, di difendere i suoi cuccioli, fu destinata ad una cattura, eseguita con tanta poca perizia da causarne la morte. Di altri orsi si è poi deciso l’imprigionamento a seguito di minacce ad umani, benché mai davvero provate. Nel frattempo si era già prudentemente smesso di attribuire loro nomi di battesimo, facilmente memorizzabili e capaci di risvegliarne, insieme al ricordo, anche le vicende dei grandi soprusi patiti, preferendo designarli con sigle neutre e burocratiche (M62, MJ5…): il nome designa un individuo, una sigla soltanto un oggetto. Scelta rivelatasi indovinata visto l’evolversi delle situazioni, che sono andate prendendo forma ogni qual volta un orso ha seguito le proprie inclinazioni e i propri istinti, anziché adattarsi diligentemente alla tipologia di orso Yoghy, gigante buono e inoffensivo interessato al massimo ai cestini da pic nic dei turisti nel fantastico parco di Jellystone: questo era forse nelle previsioni delle autorità trentine. F43 è stata uccisa durante una cattura ancora una volta eseguita malamente; KJ2 abbattuto perché colpevole di avere attaccato e lievemente ferito un settantenne e non fa niente se il cane di quest’ultimo lo aveva probabilmente spaventato; il giovane maschio M57 spostato in un parco zoo in Ungheria….

sabato 25 marzo 2023

Accumulare fino a soffocare

Il nostro disturbo da accumulo

Annamaria Manzoni
Pubblicato su Comune-info il 25 Marzo 2023

Alcuni giorni fa a Foggia un uomo scomparso da mesi è stato ritrovato cadavere in casa propria, sommerso da una cumulo inimmaginabile di oggetti e spazzatura. In questo articolo Annamaria Manzoni racconta che non si tratta affatto di un caso isolato e spiega come che chi è affetto dal cosiddetto “disturbo di accumulo” subisce una compulsione irrefrenabile a conservare ogni cosa e anzi ad acquisirne sempre altre. Un problema sociale dunque, non solo una bizzarra notizia di cronaca, di cui si sa ancora poco e di cui tutti dovremmo occuparci, dal momento che colpisce sempre più persone, uomini e donne di qualsiasi classe sociale. Di certo si tratta di persone che per lo più si trovano a vivere senza legami sociali: viene in mente un libro straordinario, L’era degli scarti, di Marco Armiero, secondo il quale l’epoca del “Wasteocene” che viviamo non solo produce un numero infinito di rifiuti e di scarti umani, ma cerca anche di soffocare qualsiasi percorso, fatto prima di tutto di condivisione e cura, che metta in discussione quel regime e le sue conseguenze

Ci sono realtà che ignoriamo totalmente fino a quando non ci vengono letteralmente portate in casa dai media, e a quel punto ci lasciano interdetti. È successo ancora in questi giorni, quando a Foggia un uomo scomparso da mesi è stato ritrovato cadavere in casa propria, sommerso da una cumulo inimmaginabile di oggetti, cose, spazzatura.

In breve: il signore in questione, un omone grande e grosso, non più giovane, che viveva da solo e deambulava con l’aiuto di stampelle, non si era più visto in circolazione. I vicini di casa, che avevano potuto guardare nel suo appartamento, si erano trovati davanti alla scena sconcertante di oggetti, cibo e rifiuti di ogni tipo, che congestionavano ogni spazio disponibile. L’evidentissimo degrado, la sporcizia, gli odori, sommandosi alla forte preoccupazione per la scomparsa dell’uomo, li avevano dapprima indotti a chiedere l’intervento delle autorità locali, amministrative e sanitarie, che si erano limitate a un sopralluogo e niente più. Si erano quindi rivolti alla trasmissione Chi l’ha visto, che, la sera stessa della messa in onda dei filmati nell’abitazione, aveva compiuto il miracolo di fare materializzare sul luogo i responsabili locali. A distanza di poche settimane, l’attuazione dello sgombero aveva portato al temuto, ma prevedibile ritrovamento del cadavere dell’uomo sotto gli strati di “cose”.

Superfluo qualsiasi discorso su quali siano le leve che hanno il potere magico di risvegliare ai loro compiti sonnolenti poteri pubblici, perché sono scandalosamente evidenti. Interessante invece mettere a fuoco quella forma di malessere diffuso, ma poco conosciuto, che può comportare risvolti o epiloghi tragici come quello descritto. Si, perché non si tratta affatto di un caso isolato: e tra i tanti vanta (si fa per dire) il caso divenuto famoso dei fratelli Collyer, Homer Lusk e Langley, che nel 1947 furono letteralmente dissepolti, ormai cadaveri, da oltre 140 tonnellate di cose e spazzatura che riempivano fino al soffitto i tre piani dello stabile nella Fifth Avenue a New York, in cui vivevano asseragliati da oltre 10 anni. Anche in quel caso, proprio come in quello di Foggia, fu un vicino ad allertare la polizia, spinto dall’odore insopportabile proveniente dall’appartamento.

martedì 10 gennaio 2023

Dei delitti contro gli animali

https://comune-info.net/dei-delitti-contro-gli-animali/?fbclid=IwAR0l-d26-hT934RiqeoLndTiOQq_3f-mwp-C02sJd4SKRrnPNAkrJyijF40

Annamaria Manzoni
02 Gennaio 2023

Il video del maremmano che un paio di settimane fa, in Salento, per aver fatto irruzione in un pollaio, è stato legato al paraurti di un’auto e trascinato fino a incontrare un’orribile morte, ha fatto il giro del web. Ma è solo la punta dell’iceberg della violenza gratuita contro i nonumani, fatta di maltrattamenti ma anche di caccia, vivisezione, avvelenamenti di massa, corse clandestine. “L’importanza del contesto è tale per cui anche delitti che appaiono individuali, totalmente attribuibili alla responsabilità di un singolo individuo – scrive Annamaria Manzoni -, in realtà risentono di variabili che vanno a costituirne il brodo di cultura. In fondo la lezione un po’ la stiamo imparando: è da qualche anno, per esempio, che ogni episodio di violenza sulle donne… risolleva dibattiti sulla cultura e i pensieri dominanti che lo rendono possibile…”

Ci risiamo: nei pressi di Santa Cesarea Terme (Le) un cane, un paio di settimane fa un maremmano reo – a quanto pare – di avere ucciso per fame due galline, è stato legato al paraurti di una macchina e trascinato fino a incontrare un’orribile morte. Autore dell’ignobile gesto il proprietario delle galline, un uomo anziano, che lo ha costretto a correre alla velocità dell’auto fino a quando non ce l’ha fatta più: a quel punto il cane si è lasciato andare ed è stato trainato sull’asfalto. Una guardia ambientale (Dania Carelli, che ha poi dato il nome di White al cane) li ha incrociati: con ammirevole determinazione ha costretto l’uomo a fermarsi e ha fatto intervenire le forze dell’ordine. Sta facendo il giro di molti giornali e siti on line la foto che vede il povero animale a terra, morto, ancora umiliato dal cappio al collo, e, sullo sfondo, (oscurato dai media main stream, ma non dai social) l’autore di tanta nefandezza, mano in tasca e sguardo altrove.

Episodio in drammatica fotocopia di quello che a Priolo Gargallo (Sr, maggio 2019) ha visto un altro cane fare identica fine ad opera di un altro sessantenne che ha poi gettato in un campo, a mo’ di spazzatura, quel che restava di lui mentre era ancora in vita: Matteo (questo il nome con cui ci si è poi riferiti alla povera bestia) è morto poco dopo, ridotto a carne smembrata, sul tavolo del veterinario da cui era stato portato dai soccorritori, allertati da due coraggiosi ragazzi, che avevano avuto la prontezza di scattare foto che riprendevano anche il numero di targa dell’auto.

Lecito pensare che in entrambi i casi, in assenza di testimoni, il rinvenimento dei corpi martoriati dei cani non avrebbe indotto a nessuna indagine, perché collegato a fatti di consueta malvagità, come dimostrano i resti di tanti animali ritrovati in discariche con segni di torture, ai quali solo in casi assolutamente eccezionali fa seguito al più un brevissimo trafiletto su qualche notiziario locale particolarmente sensibile. È auspicabile che l’indignazione sollevata da questo ennesimo episodio non si esaurisca in un orrore solubile in breve nell’indifferenza dell’abitudine, ma costringa a riflettere su quale possa essere il percorso di formazione di quella oscenità che porta degli uomini a infierire contro esseri incatenati e indifesi, insensibili alla sofferenza che urla sotto i loro stessi occhi, e anzi pervicacemente determinati a portarla a termine. Fino alla morte. Siamo di fronte al male allo stato puro: ingiustificabile, estremo, opera compiaciuta di menti lucide; non delitti d’impeto, generati da emozioni che esondano e obnubilano i pensieri, ma massacri precisi e scrupolosi.

sabato 22 ottobre 2022

LA GUERRA E GLI ANIMALI

 Annamaria Manzoni  su Comune-info 17.10.2022

 

 

 

 

https://comune-info.net/la-guerra-e-gli-animali /?fbclid=IwAR1hnr9p4b3uGQTzhLyBbL8G8eyii6siDLGpaEmP2D64u57wbLSlBXo43WE

 Quanti cani sono morti dall’inizio della guerra in Ucraina? Quanti cavalli? Quanti gatti? Quanti maiali? Domande che nessuno si pone, perché sconvenienti, forse immorali quando lo scenario è quello di parchi gioco bombardati, bambini torturati, edifici crollati con il loro contenuto umano ridotto in briciole.

Loro, i nonumani, non vengono conteggiati tra le vittime degne di conteggio perché non sembrano neppure avere il diritto di essere inseriti nella categoria delle vittime, relegati in un limbo, in una terra di mezzo tra gli umani da una parte, della cui sorte è doveroso almeno dare notizia, e l’ambiente, con case rase al suolo, ponti fatti saltare, immensi campi che non produrranno cibo, dei quali ci vengono proposte le immagini.

Eppure il loro tributo di sangue è enorme, sangue innocente come lo è quello dei bambini, degli indifesi, degli oltraggiati senza colpa e senza senso.

martedì 20 settembre 2022

ELISABETTA II, TRA CORGI E FAGIANI

    

   Post mortem, si sa, chi se ne é andato sembra entrare di diritto nel consesso delle migliori persone: cordoglio, tristezza, rimpianto e quell’inquietante  senso di ineluttabilità, di fine segnata che prima o poi riguarderà ognuno dei sopravvissuti , appannano le emozioni negative e trasformano anche  i sentimenti meno nobili che magari erano stati l’unica linfa di una conoscenza non apprezzata nel loro contrario. Potenza della nostra psiche, capace di facili giri di valzer tra ammirazione e denigrazione, stima e disprezzo 

venerdì 22 luglio 2022

L'abbandono degli animali

sabato 30 aprile 2022

PERUGIA-ASSISI: DOVE SI FERMANO PACIFISMO E NONVIOLENZA?



“Chi è nonviolento è portato ad avere simpatia particolare

 con le vittime della realtà attuale, i colpiti dalle ingiustizie,

dalle malattie, dalla morte, gli umiliati, gli offesi, gli storpiati,

i miti e i silenziosi, e perciò tende a compensare queste persone

 ed ogni altro essere (anche il gatto malato e sfuggito)

con maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia

del mondo ottenuta buttando via le vittime”.

 In questi dannati tempi di guerra, la riproposizione della marcia Perugia-Assisi assume una valenza più forte del solito: quello che, “dalle nostre parti”, sembrava per sempre superato, ci sta invadendo con la furia di un incubo, da cui ci si aspetta inutilmente un risveglio salvifico che ci riimmetta nel mondo che credevamo fosse il nostro. E così quella che da oltre 60 anni sembrava avere il sapore di una celebrazione, capace di onorare i valori della pace e della nonviolenza in un’atmosfera festosa, diventa oggi una marcia definita straordinaria in tutti i sensi: fuori dall’ordinario di un omaggio  routinario alla pace; appello drammatico a che la ragione umana, esaltata come certezza fin dagli albori dell’illuminismo, torni ad essere il navigatore di riferimento; richiamo angosciato alla intollerabilità degli orrori in atto. 

mercoledì 23 marzo 2022

Da Kiev a Kherson

   Pubblicato su Comune-info, 22 marzo 2022      

     

  

 

       C’è l’Ucraina delle persone comuni, coloro che da anni vivono in una condizione fortemente precaria e difficile. Ci sono tanti bambini e bambine, ma anche ragazzi e ragazze che vivono negli orfanotrofi. Poi ci sono giovani come Igor, che all’uscita dall’orfanotrofio ha trovato aperta una strada solo, arruolarsi nell’esercito ed essere ucciso nel Donbass. Infine ci sono donne e uomini migranti che ogni tanto ritornano nel paese. Fermi immagine di una full immersion, datata 2019, da diverse località dell’Ucraina, luoghi dai quali oggi arrivano notizie di persone in fila per il pane, di ospedali pediatrici bombardati, di infiniti allarmi antiaereo, di milioni di persone in fuga senza più nulla.

 

Sono 550 i kilometri che si percorrono da  Kiev da Kherson. Si lascia una città ben poco diversa da tante altre sparse in Europa: peculiari sono chiese e munumenti, esposizioni di foto che richiamano le sofferenze e gli eroismi di battaglie e rivolte recenti, mentre l’umanità che popola le strade gode (o soffre) dell’omologazione dilagante: i giovani sono  uniformati da una moda che pare obbligata, con tanto di auricolari alle orecchie; nella grande piazza Maidan, che è il cuore pulsante della città, uno sfavillio di acque che si innalzano e scendono raccoglie intorno bambini, famiglie, coppie. Il ricordo della storia anche drammatica, vicina nel tempo, sembra  sopito, conservato tutto negli opuscoli informativi, ma pronto a riesplodere come la tragedia dei giorni nostri dimostra. Prima,  è facile non pensarci: a sera l’aria estiva è dolce e la voglia di normalità diffusa ovunque. I bar sono tanti, si mangiano panini per strada e, qua e là, l’offerta anche culinaria è ampia, con tanto di incredibili scelte vegane, che parlano di imprevista attenzione: ai turisti? Alla gente del posto? Agli animali e all’ambiente? Non lo so, ma conforta. Le acque del Dniepr attraversano ampie la città: tranquille,  consueto polo di attrazione con le sensazioni primordiali che ogni corso d’acqua non manca di sollecitare.  

Per andare a Kherson, dove io sono diretta, si può prendere un aereo, ma non è male l’idea  di  attraversare con un autobus un pezzo di Ukraina: chi lo sa che non ci si possa trovare immersi in quella suggestione visiva di grano, di girasoli, di campagna infinita che accompagna l’immaginario stesso di questo grande paese: immaginario che mezzo secolo fa il film  I girasoli alimentava, richiamando, a cominciare dal titolo, campi sterminati di fiori gialli, ondeggianti, a proteggere per sempre i corpi delle decine di migliaia di soldati italiani, vittime dell’orrore della seconda guerra mondiale. Fino ad arrivare a Ogni cosa è illuminata, e al viaggio di Jonathan Safran Foer nel paese e nella storia dei suoi nonni, storia familiare struggente di ricordi e rimpianti, alla ricerca di Augustine, la donna che aveva salvato il nonno ebreo dallo sterminio nazista e aveva messo umana pietà e forse amore al di sopra delle ragioni (e dei torti) di ogni stato.

Per prendere l’autobus bisogna raggiungere la periferia della città e mischiarsi con la varia umanità che formicola all’interno e nei pressi della stazione, odorosa di ogni frittura e indiscutibilmente maleodorante. Il pulmino locale è piccolo: la sicurezza dei posti prenotati può essere mantenuta solo a suon di gomitate, che mi vedono inesorabilmente perdente;  l’aria condizionata assicurata all’acquisto del biglietto è in realtà una provvidenziale apertura in alto, tra le pareti del mezzo e il tettuccio. Ma l’elemento di sicuro più …suggestivo è la temeraria guida di un autista che, del tutto indifferente ad ogni elementare principio di prudenza, affronta la strada, a tratti dissestata, ad acceleratore schiacciato: ogni curva provoca uno scostamento violento destra/sinistra dei passeggeri. Io impatto ripetutamente contro i vicini di sedile, che per altro si affannano ad assicurarmi che siamo nelle mani di un  autista molto esperto.

Vicini di viaggio con i quali è facile entrare in contatto, vista l’imprevisto annullamento delle distanze fisiche,  ma vista anche  l’inevitabile curiosità solleticata da una  improbabile presenza straniera, la mia: che ci fa lei qui? Che questa è roba da  ukraini. Ed è facile incrociarsi con  spicchi di mondo altro: il signore anziano alla mia sinistra è un muratore, dal viso segnato e rassegnato, che parla di fatica e sacrifici: lui è emigrato in Polonia per provare a sopravvivere ed è di ritorno per poco tempo per rivedere figlia e nipotini.

Del  ragazzo possente alla mia destra, capace di un ottimo inglese, vengo invece a sapere che è un combattente del Donbass: parla della difesa del suo paese e del bisogno di giustizia contro la prevaricazione russa con foga, con una convinzione che annulla ogni paura e un orgoglio che esonda da ogni parola e gesto mentre mi mostra sul cellulare la foto di lui e dei suoi compagni in divisa militare, sorridenti e decisi. Percepisco una distanza abissale rispetto al  nostro mondo, dove gli ideali di una giustizia da difendere a prezzo della vita, propria e altrui, appartengono se mai ad altre generazioni, spazzati via da decenni di una cultura che ha tolto diritto di cittadinanza all’idea stessa di guerra: perché la vita non è sui tank, nelle marce sfiancanti, nelle mutilazioni e nelle morti oscene:  la vita è altrove. Ripenso oggi a quell’incontro: e posso solo immaginare come davanti al massacro in atto il senso di appartenenza  alla grande comunità ukraina sia riesploso.

A lui ho risposto con poche frasi infarcite del pacifismo che è la mia cifra. Come lo è di tanta parte delle persone che vivono nei nostri paesi: ma non riesco a sentirmi a mio agio. Lo sarei se,  accanto all’dea tossica e nefasta di guerra, ci fossimo contestualmente liberati  come di un vestito in fiamme della costante e proficua produzione di armi: noi, gente comune, di tempo  ne abbiamo dedicato davvero troppo poco a riflettere sulla nostra realtà di grandi produttori di armi, tanto grandi da piazzare la nostra pacifista Italia, quella che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle contese,  al nono posto nella top ten (ultimo rapporto SIPRI, Stocholm Internationa Peace Research Institute) degli esportatori che non hanno sospeso né diminuito la propria attività neppure durante l’emergenza coronavirus. Mentre ogni mass media ci informava a tempo pieno su come proteggerci dalla devastazione di un terrificante virus, invisibile ad occhio nudo, il nostro governo, il nostro parlamento, le industrie sparse sul nostro territorio non hanno smesso un solo giorno di produrre altri strumenti di morte: destinandoli però a   paesi lontani dal nostro, dalla cronaca e dai riflettori, ben al di fuori della gittata delle stesse armi; tanto lontano da consentirci di preservare una salvifica illusione di innocenza. Che si sta sfaldando nel report dei 350 autoblindati Lince venduti a Mosca dall’italiana Iveco e che fronteggeranno ora altre armi italiane queste però consegnate all’Ukraina. L’italiana Leonardo, ex Finmeccanica, nel 2019 è risultata essere la 12esima produttrice al mondo  (ancora dati SIPRI) : qualcuno queste armi le dovrà pure comperare e poi anche usare.

Ce lo aveva spiegato così bene quello che ha continuato ad essere considerato un comico, quell’Alberto Sordi che nel 1974 ci aveva avvertito che  Finchè c’è guerra c’è speranza. Ne abbiamo preso atto e non ci abbiamo pensato più: hanno continuato a pensarci per noi politici e industriali. Non posso fare a meno di fare queste considerazioni oggi, mentre ripenso al giovane ukraino che quello in cui credeva era pronto a difenderlo  pagando sulla e con la propria pelle, a fronte dei grandi del mondo a cui gli ideali  (altrui) servono solo a produrre ricchezza in proprio. E non posso fare a meno di chiedermi se sia ancora vivo, mentre arrivano notizie  di giovani e giovanissimi uomini e donne, fino a ieri artisti, geni della matematica, sportivi di fama, gente comune, operai, studenti, contadini, che non hanno esitazioni a pagare con la vita la solidarietà con il proprio popolo offeso e ferito. Magari imbracciando armi che nemmeno sanno usare; cercando di soccorrere gente in fuga senza meta; restando uccisi mentre portano cibo in canili abbandonati per provare a pagare in prima persona anche il debito di generosità che la specie umana conserva nei confronti degli altri animali, e vanno  a  soccorrere  quelli che la follia umana ha prima schiavizzato e ora lascia a morire di fame e di terrore.  

Non ho incrociato distese di grano né di girasoli nel mio breve viaggio: ma i frammenti di vita che mi hanno sfiorato si sono saldamente insinuati nel fondo della mia mente, dove continuano ad agitarsi.  

A Kherson,  che è la meta del mio viaggio, arrivo a sera: ampia pacifica cittadina al mio arrivo, ora, lo so,  una poltiglia di macerie e disperazione: allora, una vita fa, ma era solo l’estate del 2019, quieta e un po’ sonnolenta, anche lei cullata dalle anse del Dniepr nel suo percorso verso il Mar Nero. Vasti viali e un centro che pullula di gente: una donna,     con il fazzoletto sulla testa, il viso cotto dal sole e gli occhi azzurro immenso è presenza costante all’angolo di una strada: il suo cane è sempre sdraiato vicino a lei, che è lì a vendere sigarette: le vende ai giovani militari e  ai passanti, una o al massimo due a ognuno per pochissimi grivni, qualche centesimo di euro. Quando chiedo  di comprarle un pacchetto intero, convinta di abbreviare la sua giornata di lavoro, cozzo contro un testardo rifiuto, di cui proprio non capisco la ragione, ma è lei che gestisce la trattativa e non mi resta che accontentarmi delle due sigarette che mi destina. Irrazionalità senile la sua? Solo un automatismo incorreggibile? Senso di giustizia oltre ogni dire per cui ogni bene va diligentemente  diviso?  Non lo so: mi adeguo e me ne vado con il mio esiguo bottino, che è in grado comunque di allargare il sorriso di un uomo a cui lo consegno, pochi passi più in là. Di certo, al di là dell’immediatamente percepibile, arrivano da ogni dove segnali della condizione generale di vita, così precaria e difficile, nonostante le strade larghe, che danno respiro, e le tante  piccole case costruite in proprio, che possono contare su spazi verdi intorno.

E’ qui che si trova una grande scuola che anche varie associazioni italiane hanno nel tempo contribuito a sistemare. Fino a poco tempo fa si chiamava orfanotrofio, col tempo ha cominciato ad ospitare nei dormitori, accanto a bambini e ragazzi privi di qualsiasi riferimento familiare, anche altri che un parente ce l’hanno: spesso si tratta di una nonna, unica persona che supplisce a genitori scomparsi: alcool, emigrazione, violenza spesso falcidiano le famiglie e solo le persone più anziane sembrano avere la determinazione e la generosità per provare a preservare un brandello di vita possibile ai loro nipoti. Ma la difficoltà a trovare cibo per ogni pasto le induce a vedere nell’istituto una possibile alternativa: almeno lì si mangia.

Il posto è grande, ristrutturato, accogliente:  ma , dopo il tramonto l’atmosfera è quella di ogni istituto: finite le attività che riempiono il tempo di vita e di rumori, tanti bambini e ragazzi, maschi e femmine,  nelle camerate e nei corridoi hanno imparato a contare su se stessi per scambiarsi compagnia, a volte accudimento e affetto, altre solo indifferenza: perché è già tanto complicato pensare a se stessi quando si è così piccoli e di affetto se ne è conosciuto talmente poco da non essere in grado di distribuirlo ad altri.

Ex ospiti dell’istituto, ora adulti, raccontano le regole del posto e le storie personali. Quando compiono i 18 anni, i ragazzi non possono più essere ospitati e devono arrangiarsi, per conto loro, nei casi migliori con l’ausilio di borse di studio che consentono a qualcuno di proseguire con gli studi; ad andarsene precocemente sono a volte le ragazze che, giovanissime, restano incinte: vengono allontanate forse per evitare la diffusione di “modelli” di vita che sarebbero pericolosi all’interno della comunità, con fenomeni di imitazione; e comunque la presenza dei neonati in arrivo non troverebbe un ambiente strutturato in modo adeguato. Alcune storie di vita sono davvero “troppo”:  Olga, che in questi giorni è qui solo in visita, dall’istituto se ne è andata un paio di anni fa: c’era entrata molto piccola insieme alla sorellina e ad un fratello quando si sono trovati senza il padre, accoltellato a morte dalla madre stanca di soprusi impuniti e leì sì punita con il carcere. Una volta uscita, la madre inizia una nuova relazione e nasce un altro bambino; come “in un libro scritto male” si ammala e muore e anche il quarto figlio entra in istituto. Quando Olga diventa maggiorenne, secondo una norma a noi estranea, deve firmare per acconsentire alla sua adozione. Lo fa, ma la ferita di tutte queste separazioni è una cancrena: si adopera in favore della sorella, prestissimo divenuta madre anche lei, prende le distanze dal fratello più grande che è già sulla scia di un padre violento, e impara rapidamente l’arte di arrangiarsi in un mondo in cui solo i più temprati sopravvivono: lei è di rara intelligenza, lucidissima a cogliere le situazioni e ci prova a riscuotere i suoi crediti con la vita. La partita è in corso.

Aleksandra è prova provata di quanto l’accanimento a volte non trovi giustificazione: una vita in istituto perché orfana, con l’enorme fortuna di un breve viaggio in Italia grazie all’intervento di associazioni. Una volta adulta, uscita da poco dall’orfanotrofio, è vittima di un incidente che la immobilizza per sempre su una carrozzella.

Igor viene ricordato da chi lo ha conosciuto per avere trovato l’unica strada aperta, all’uscita dall’istituto, nell’arruolarsi nell’esercito e finire la sua breve vita disperata, ucciso  nel Donbass.

Ogni viso, e sono tanti,  una storia che vorrebbe essere raccontata, degna però per tragedia e ingiustizia di ben altro che poche righe. Ma alcuni fotogrammi dalla mente non se ne vanno proprio. Sono quelli di un istituto per bambini piccolissimi, uno di quelli che fino a pochi anni fa, prima che le norme divenissero più rigide, erano setacciati da potenziali genitori adottivi provenienti da paesi occidentali, sedotti dall’incanto di quei visi e favoriti da leggi comprensive. E’ un incredibile spettacolo quello che si apre nelle stanze della struttura : i piccoli...piccolissimi, quelli che hanno meno di una anno, sono chiusi uno per ogni lettino  a sbarre, ognuno  unito  all’altro sul  lato più corto, sormontati da un secondo e un terzo piano, vale a dire da altre file sovrapposte di lettini: l’impressione stringe alla gola, mentre il personale non rivela alcun  imbarazzo: lo spazio è questo: qualche idea migliore? Gli altri bambini, un pochino più grandi, sono in un’ampia sala, vestiti solo di un pannolone, ordinatamente seduti ai tavolini della merenda. Ci guardano seri, paciocconi, con gli occhi interrogativi: nessuno piange, nessuno fa richieste. Il silenzio è irreale, il tempo è sospeso, le domande si affollano. Chi è già venuto più volte in questi posti sa che, alla diffusa richiesta di medicinali necessari ai bambini, si deve rispondere evitando di lasciare  soldi, che prenderebbero direzioni variegate, e andando di persona  a comperare i farmaci da consegnare. Senza esagerate illusioni: perché anche i farmaci possono diventare merce di scambio, quando i bisogni sono tanti e incombenti. Resta doveroso astenersi da qualsiasi giudizio, che sia calato dall’alto del nostro benessere.   

Questi e tantissimi altri ancora sono i fermi immagine di una breve full immersion in Ukraina:  ora da quegli stessi luoghi arrivano notizie di persone in fila per il pane falcidiate, di ospedali pediatrici bombardati, di milioni di persone in fuga senza più nulla. Le comunità risultano occupate da guarnigioni russe; i bambini più piccoli sono stati spostati in luoghi che al momento non è dato conoscere, mentre i ragazzi un po’più grandi sono sparsi ovunque, alla mercè di ogni pericolo. Ex ospiti delle comunità, emigrati nelle nazioni vicine inseguendo sogni o solo sopravvivenza, stanno tornando nel loro paese in grande numero per andare a combattere. C’è poco da mangiare e persino cibi poveri quali le patate, fino a poche settimane fa alla portata di quasi tutti, assurte nelle campagne a  moneta di baratto, sono diventati preziosi.

L’orologio della storia, impazzito, sta girando in senso antiorario mentre  ci si chiede quante poche ore siano bastate per buttare all’aria decenni di fatiche e di speranze. Ci si chiede che ne è oggi di quei bambini e che ne sarà di loro, nel caso in cui riuscissero a diventare grandi: stanno provando sulla propria pelle le peggio   manifestazioni di quella crudeltà umana, a torto non inserita tra i sette peccati capitali, accanto alla stupidità come ottavo, che sono la cifra della nostra specie. Loro sono tra gli ultimi arrivati su questa terra, ma le precoci lezioni di prepotenza e prevaricazione sono impartite con corsi accelerati. Fortunati coloro che, davanti allo sfacelo del concetto stesso di umanità hanno qualcuno, nell’alto di qualche cielo,  a cui chiedere perdono: magari si possono illudere di ottenerlo.