lunedì 7 maggio 2018

SAGRE CON ANIMALI IN NOME DELLA TRADIZIONE E DELLA CULTURA CHE NON C’è



      
Questa volta della corsa dei buoi di Chieuti hanno parlato  giornali e media, almeno alcuni: perché lo “spettacolo” si è volto in tragedia, il 22 aprile scorso, quando un uomo di 78 anni, venuto dal Molise per assistere alla manifestazione, buttato a terra  da un cavallo, che aveva disarcionato il fantino, è stato travolto  poi da due carri dei buoi lanciati in una corsa folle, e ha riportato ferite tali da procurarne la morte.
Il doveroso cordoglio per la vittima pare avere esaurito l’interesse per l’accaduto, sulla cui dinamica, come da trito copione, “indagherà la procura”: che cercherà di risalire alle eventuali responsabilità relative alle misure di sicurezza, a quanto sembra non rispettate, visto che lo spazio per il pubblico non era adeguatamente transennato. Dopo di chè discorso chiuso fino all’aprile del prossimo anno, quando tutto si ripeterà, prevedibilmente  con qualche attenzione in più per gli umani, e con il solito spensierato menefreghismo per i nonumani, cavalli e buoi,  della cui sofferenza nelle cronache non si trova cenno alcuno.

La sagra di Chieuti può avere luogo solo su autorizzazione della regione competente, la Puglia, secondo quanto previsto dalla legge 189 del 2004, che, dopo pagine sul dovere di rispettare il benessere animale, esenta dal farlo le “manifestazioni storiche e culturali”. Che il rispetto  per il benessere animale sia del tutto estraneo alla sagra è  sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare: ogni anno il 23 o 24 aprile dei buoi legati in pariglia vengono costretti a galoppare per cinque kilometri, loro animali lenti per natura; ma non basta: devono farlo trascinando pesi di quintali; il loro tentativo di sottrarsi al supplizio viene abbattuto da uomini virilmente lanciati a cavallo che li pungolano con lunghe aste, mentre la folla intorno, eccitata e vociante, grida e tifa, incurante anche degli incidenti che inevitabilmente coinvolgono  buoi e cavalli.
Spettacolo davvero edificante, che considerare  “storico e culturale” pare davvero un azzardo linguistico e semantico. Eppure le autorità riescono nella mission impossible di farlo sulla scorta della credenza che le sue origini sarebbero legate alla leggenda di San Giorgio, il quale, secondo racconti risalenti all’Alto Medio Evo, avrebbe convertito al cristianesimo la città libica di Selèm, catturato e umiliato il drago che la affliggeva, dapprima trascinandolo come prigioniero  e poi, non pago di averlo sopraffatto, trafiggendolo e facendone trainare il cadavere fuori dalla città per l’appunto da  una coppia di buoi, lontani antenati di quelli oggi pubblicamente tormentati. Di leggenda appunto si tratta, sul cui senso esemplare tra l’altro molto ci sarebbe da argomentare: davvero la fama di un santo della tradizione cattolica può vantarsi  dell’uccisione terribile di un essere vivente, chiunque esso sia? Davvero la conversione di un’intera città, nessun abitante escluso, che parla non  di un percorso di consapevolezza, ma piuttosto di costrizione, può mantenere le valenze di  un atto meritorio? Comunque, se le autorità religiose possono arrogarsi il diritto dell’esclusiva in questo genere di valutazioni, è invece laico diritto di  ognuno esprimersi sulle sevizie su animali pacifici e indifesi, come momento di pubblico festeggiamento, di esaltazione e di gioia.