giovedì 29 novembre 2018

UCCIDERE PER SPORT



      
Per quanto non ci si possano  aspettare notizie confortanti dalla zone di caccia,  dove, con armamentario da  missione bellica,  c’è chi va a  braccare, ferire, uccidere esseri senzienti, il bollettino delle ultime settimane non può non lasciare esterefatti: prescindendo per un momento dalle vittime designate, gli animali,  dall’inizio della “stagione venatoria” (si chiama così!) morti e feriti umani occupano cronache quotidiane: per il fuoco amico, che colpisce i compagni,

per quello amicissimo, sbadatamente diretto contro il proprio piede o la propria spalla, e per quello per nulla amico per cui a caderne vittima sono gli altri, i passanti casuali. Tra questi ultimi trovano posto persone impallinate perché scambiate per fagiani; altri così mimetizzati da suggerire la presenza di un cinghiale, talmente desiderata da allucinarla nel pensiero; ci sono bambini colpiti mentre giocavano in cortile;  braccianti impegnati nella raccolta di kiwi,  atterrati l’uno dopo l’altro come birilli; volontari alla ricerca di una bambina autistica scomparsa raggiunti da colpi di cacciatori infastiditi dalla loro importuna presenza. Ci sono altri  bambini nel ruolo di discepoli portati con sé per un precoce imprinting, aggirando spensieratamente non solo norme di legge ma soprattutto minimale senso di responsabilità genitoriale;  e ci sono i danni collaterali, accidenti imprescindibili di ogni guerra che si rispetti, che, nella forma di infarto o grave malore, colpiscono cacciatori di solito un po’  agé, il cui fisico, ahimè,  come per altro in tante cose della vita, non sostiene debitamente una inalterata passione dei sensi.
Insomma i dieci morti e i circa 25 feriti umani, che sono il bilancio in continuo aggiornamento di questo inizio “stagione”,  meriterebbero un interesse di cui non si vede traccia nelle istituzioni:  la caccia non solo non si tocca, costi quel che costi, ma continua a godere  imperterrita delle sovvenzioni destinate agli sport,  perché tale è considerata; incredibilmente non solo in base ad un barlume di senso etico per cui non vi può essere nulla di sportivo, nel senso di leale, corretto e rispettoso,  nell’andare ad uccidere esseri indifesi, ma neppure volendosi attenere alla definizione  letterale di “sport” data dalla Commission of the European Communities WHITE PAPER  ON SPORT (luglio 2007), fatta propria dal CONI, secondo cui il termine si riferisce a  qualsiasi attività  fisica che …….. abbia per obiettivo l’espressione  o il  miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento  di risultati in competizioni di tutti i livelli”. Le “relazioni sociali” e le “condizioni fisiche” così care all’attività venatoria sono quelle di cui sopra, che, per imperizia, imprudenza, superficialità, incompetenza, discontrollo emotivo, deliri di onnipotenza, dato l’accesso, per certificata idoneità psicofisica, al   fucile caricato a pallettoni,   comportano l’evenienza che tali relazioni risultino mortifere, quindi non esattamente in fase di implementazione e sviluppo come vorrebbe l’autorevole libro bianco: non esiste stagione di caccia che non si concluda con decine di morti e un numero di gran lunga superiore di feriti [1]: il chè testimonia la natura niente affatto accidentale delle vittime umane, che sono invece intrinseche alle dinamiche venatorie.
Quanto alle condizioni psichiche, beh il discorso, nella sua complessità, risulta quanto mai interessante. A partire dalla considerazione che la caccia , per gli occidentali, è attività di svago e fonte di piacere, alternativa ad una partita a tennis o a calcetto, per intenderci; le motivazioni reali che ne sono alla base sono offerte generosamente dai diretti interessati, i cacciatori, i quali, nei loro siti, la celebrano in estasi con espressioni che diventano mantra: palpitante avventura, eccitazione, magia, ardore, passione, ebbrezza, euforia: se non altro si deve dar loro atto di ottime competenze introspettive, nell’autoriconoscimento di emozioni e stati d’animo. Per calare i discorsi nell’attualità, è di questi giorni la notizia che Zlatan Ibrahimovic un po’ annoiato nell’attesa di una chiamata del Milan, sia “volato in Turchia per dedicarsi a quella che è la sua più grande passione dopo il calcio: la caccia”. Nella speranza che la chiamata arrivi quanto prima, ci si può rallegrare che nella sua vita ci sia una cosa, anche se una sola, che lo appassiona più dell’uccidere animali.  
Temendo comunque di trovare ben poca condivisione al di fuori della loro rassicurante e autoreferenziale cerchia e ben sapendo di quanto la loro passione  da una fiumana in crescita di detrattori venga connotata come pesante disvalore anziché estasi mistica, i cacciatori fanno poi seguire giustificazioni ideali, riferite all’ amore per la natura, al dovere di civiltà  e alla missione ecologica di cui si sentono portatori: il tutto sintetizzato nel concetto di “caccia buona, distorsione linguistica al servizio della mistificazione della realtà, a cui, dal momento che la guerra può essere preventiva o di difesa e l’amore può essere criminale, ci sarà sempre qualcuno disposto a credere o a fingere di farlo.  
La difesa ad oltranza  della loro attività suggerisce ai cacciatori di bypassare prudentemente il punto di vista delle vittime : grandi assenti, nelle loro descrizioni, sono gli animali, il loro terrore, la disperata fuga per la salvezza, il ferimento, gli spasmi, l’agonia talvolta interminabile, la  disperazione di cuccioli vicino alle madri morte, l’annichilimento delle madri davanti al corpo immobile dei figli. Assenti sono  “il cervo senza scampo che chiede grazia con le sue lacrime” (Montaigne); la cerva che assiste il maschio ferito, con la testa levata al cielo e l’espressione piena di cordoglio (Tolstoj). Quelli che ansimano increduli  nei filmati dai luoghi della carneficina: volpi stanate da buche profonde, rifugio vano da cani che le estraggono strappando loro la pelle, e aprono la strada al cacciatore di turno, appostato nei dintorni. 
E’ un guardiacaccia, Giancarlo Ferron[2], che racconta di caprioli in fuga, inseguiti per giorni,  che corrono con la schiuma alla bocca, senza più fiato, tremanti e sfiniti con la bocca spalancata per la fame d’aria; racconta di cacciatori che hanno due o tre mute di cani, per sostituire quella sfiancata nell’inseguimento di un capriolo, che lui però di sostituti non ne ha; ancora racconta di animali che si suicidano buttandosi dalle rocce, pur di  sottrarsi allo sbranamento annunciato dai latrati che si fanno più vicini. Nessun animale, lo sappiamo bene, può sottrarsi alla furia omicida dei cacciatori, che siano elefanti o uccellini di pochi grammi: “sparerebbero pure alla colomba dello Spirito santo, sentenzia un bambino nel colorito spirito napoletano[3], che bene compendia l’impulso ad andare ad ammazzare esseri di ogni genere e taglia, che volino, corrano, che siano miti o aggressivi: purchè respirino.
La descrizione degli “annessi e connessi” dell’attività venatoria può sfidare per tasso di crudeltà quella che trasuda dai tanti musei della tortura, sparsi nelle nostre città, a imperitura testimonianza della profondità del male che l’essere umano sa creativamente produrre: ci sono uccellini impigliati nelle reti, quelli accecati così da richiamare con il canto i loro consimili; quelli ingabbiati per il medesimo scopo ; c’è l’infierire ignobile contro animali spossati dalla migrazione o dallo sforzo di sopravvivere a inondazioni, terremoti o altre calamità.  Addestrare i cani ad  estrarre a morsi animali dalle tane per sparargli addosso è attività per la cui connotazione il linguaggio non dispone di aggettivi appropriati ; non ne dispone per definire il piacere di uccidere orsi in letargo; oppure elefanti o leoni dal sedile di  un elicottero; ulteriori perversioni, già diffuse in altri continenti, tra cui quella di sparare ad animali esotici, intrappolati in stretti recinti (canned hunts è l’espressione usata) dopo la dismissione da circhi e zoo o cresciuti come pet una volta sottratti da neonati  alle madri, non sono ad oggi penetrate nel nostro territorio. Ma non c’è da preoccuparsi: basta spostarsi, perché il turismo venatorio supplisce generosamente a questo fastidioso limite, basta pagare, dal momento che i capi uccisi devono giustamente essere remunerati con generosità ai legittimi proprietari. 
Un discorso a parte meriterebbero poi altre vittime animali, i cani, trasformati in aiutanti killer mediante un addestramento vigoroso: le  cronache raccontano dell’abbandono e della soppressione dei “soggetti” non idonei, della detenzione in gabbie che sono prigioni per tutto il tempo non destinato alle battute,  di quelli da annoverare tra le vittime accidentali di colpi sparati a casaccio. A completamento, è una novella cacciatrice, Catia, a fornire nella sua intervista un grazioso particolare, quello tanto diffuso da meritare un termine ad hoc, la frustata, vale a dire una fucilata che abitualmente i cacciatori sparano nel sedere di cani disobbedienti o lenti nell’apprendimento (“la famosa frustata” dice, dando bene l’idea della sua diffusione), metodo di addestramento da cui lei però  si vanta di smarcarsi.[4] Ora, oltre a spietatezza, soprusi, crudeltà, esplode in tutto il meccanismo venatorio un ancestrale bisogno di sangue, che spesso esonda in un crescendo di esaltazione, in un delirio fuori controllo, che lascia sul terreno vere e proprie carneficine: non basta mai, tanto che leggi pur tanto permissive, al servizio di una più che compiacente politica, devono porre dei limiti al tempo del cacciare e al  numero delle vittime da uccidere, supplendo con le restrizioni normative all’assenza di quelle etiche .
Non a caso, il parallelismo tra caccia e guerra è stato colto in ogni epoca, essendo l'una e l'altra attività connesse dalla stessa essenza basata su uccisioni di massa: la caccia è sempre stata considerata una raffigurazione ritualizzata della guerra[5], un sostituto ugualmente sanguinario, ma tanto più rassicurante vista la sproporzione delle forze in campo, nonchè la non belligeranza degli animali che, nemici inconsapevoli di esserlo, cercano solo di fuggire. Se la causa più profonda della reiterazione delle guerre, come diceva già Freud, sta tutta nelle pulsioni aggressive e distruttive, insite nell’uomo, altrettanto si può sostenere a proposito della caccia, l'una e l'altra da porre in contesti in grado  di fare emergere la nostra ombra più oscura, le nostre parti più nascoste e abiette.
Alla luce di tutto ciò, si impone la necessità di scrutare di più nelle emozioni e nei pensieri dei cacciatori[6], alla ricerca dell’origine di quel vuoto etico che è il brodo di cultura della loro passione; si viene così a contatto con elementi che dovrebbero essere fonte di grande preoccupazione per chiunque abbia a cuore la condizione psichica delle persone, come sostiene di fare il CONI: nei loro comportamenti prepotenti e brutali   la fa da padrona quella assenza di empatia che esonda in  psicopatia nel piacere dichiarato di essere artefici dell’estrema sofferenza e della morte di esseri senzienti. Soprattutto appare virulenta una forma grave di sadismo, nell’accezione psicologicamente corretta del termine, che lo definisce quale “tratto del carattere proprio di chi si compiace della crudeltà” ,  e lo collega a istanze innate o ad una risposta a frustrazioni e umiliazioni; diretto alla ricerca di un piacere generato dal dolore provocato o del senso di potenza personale che deriva dalla capacità di sopraffarre l’altro.[7]


Esiste anche un’altra accezione di sadismo, che è strettamente connessa alla sessualità, nello specifico ad una sua perversione : ed è anche in questa direzione che vanno espandendosi studi sulla personalità dei cacciatori, nel  cui inconscio si troverebbe  un vaso di Pandora di elementi sessuali repressi. Lo afferma la psicologa clinica Margaret Brooke-Williams secondo cui il sentimento di potenza che l’attività venatoria comporta è in grado di offrire temporaneo sollievo al disagio esperito dai cacciatori. Teoria suffragata dallo psicologo sociale Rob Alpha secondo cui nella pulsione sessuale e nella compulsione a cacciare e uccidere vengono attivate le stesse aree cerebrali. Alle spalle,  una tradizione corposa, dal momento che già lo psichiatra Karl Manninger (1893-1990) sosteneva che il sadismo tipico della caccia rappresenta le energie distruttive e crudeli dell’uomo verso le creature più indifese[8]. La caccia, come la guerra, dà forma a pulsioni aggressive, a cui vengono dati significati di comodo, crea dipendenza e desiderio di ripetizione; si va ad uccidere spinti da aspetti della propria personalità, ma poi è lei a modificare i cacciatori nella reiterazione degli stessi atti: niente viene sperimentato e vissuto senza che ne restino tracce che ci modificano. 

In attesa di ulteriori spunti dalle ricerche in corso, è interessante sottolineare che quello della caccia è un territorio in cui la prevalenza maschile raggiunge percentuali bulgare e in cui l’accesso delle donne è visto con l’evidente fastidio che sempre provoca l’ingresso femminile in aree in cui il machismo è tratto distintivo: non è casuale che il primo convegno internazionale di donne cacciatrici, tenutosi a Riva del Garda lo scorso settembre, sia stato completamente ignorato dai colleghi maschi.  Un po’ diversa da quella italiana la situazione nei paesi nordici, dove  la presenza femminile nell’universo venatorio è maggiore: ciò quale conseguenza della  convinzione  che parità significhi  adattamento agli standard maschili,  standard che, in quei paesi,  sono incistati in una  cultura, che, per esempio, celebra e ritualizza l’ingresso dei bambini nell’età adulta con il dono del fucile e la partecipazione alla prima battuta: grande  uguale cacciatore insomma. Emblematica è la situazione della Norvegia, dove la caccia è sostenuta e praticata dal 70% della popolazione e la presenza femminile si attesta intorno al 30%. Per analogia, si può pensare all’ingresso delle donne nelle forze armate: se ci riferiamo al nostro paese, il Parlamento lo ha autorizzato nel 1999: ad una ventina di anni di distanza, risulta evidente che la chiamata alle armi ha conservato uno scarso appeal, essendo la presenza delle donne nelle Forze Armate ferma intorno al 5%: resta da noi saldamente radicata l’idea che l’impegno militare risponda alla logica di un universo maschile. Ben diversa la situazione nella già nominata Norvegia, in cui invece il servizio militare è obbligatorio per uomini e donne, sempre in funzione del postulato che parità di genere significhi da parte delle donne accoglimento acritico dei punti di vista maschili. Il discorso porta lontano, ma il parallelismo tra caccia e guerra, unificate dal comune uso delle armi, dalla disponibilità ad uccidere, dall’assunzione di una filosofia di vita aggressiva, è innegabile punto di partenza dei necessari approfondimenti.

Di tutto quanto detto  nulla importa alle vittime animali della caccia, impotenti a sottrarsi a quell’orgia di violenza di cui devono subire l’inenarrabile dolore, ma deve essere occasione di  una rivisitazione della realtà,  a fare inizio dalla decostruzione della mistificazione, vale a dire dell’attribuzione di un falso significato, attualmente in atto: se attività sadiche, tese alla sopraffazione, al sangue e alla morte di vittime inermi  sono legalizzate e incentivate dalle istituzioni, se vengono definite salutari da organismi internazionali, se sono giudicate utili al miglioramento delle condizioni psichiche e all’implementazione delle relazioni sociali di chi le pratica, beh allora la distinzione tra giusto e ingiusto, lecito ed illecito, civile ed incivile non può che collassare, con tutte le conseguenze del caso. La mistificazione in atto è implicitamente sostenuta in tanti modi: per esempio con la vendita delle armi accanto agli sci  o ai costumi da bagno nei negozi sportivi, giusto per sdoganare l’idea che farsi una  nuotata o massacrare un  cinghiale è solo una questione di gusti individuali. Per non parlare dell’ingresso sciagurato nelle scuole di cacciatori come testimonial della difesa del territorio: quando descrivono se stessi quali amanti della natura e degli esseri viventi che la popolano, godono della legittimazione derivante dall'investimento ufficiale da parte dell'istituzione scolastica. La loro posizione è rafforzata dal  legiferare irresponsabile  delle istituzioni che  sostengono, con inossidabile caparbietà, l’utilità della caccia e  ne indeboliscono sempre di più le restrizioni a vantaggio di  cacciatori sempre insoddisfatti, che reclamano di poter “concludere” in santa pace la stagione.
Utilità della caccia? Concludere la stagione? Colpevolizzazioni di animali, introdotti dall’uomo, che devastano le culture? "Prelievi" di animali?
Il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro nome, ha detto Rosa Luxembourg: applicato alla caccia, questo compito corrisponde all’imparare un’altra lingua.

 


[1] Per conoscere i numeri esatti, si consulti il sito www.vittimedellacaccia.org, che possiede archivi dal 2007 e aggiorna costantemente i dati.
[2] “Il suicidio del capriolo”,  Giancarlo Ferron; Biblioteca dell’Immagine 2003
[3] “Nessun porco è signorina”, Marcello  D’Orta; Mondadori 2008
[4] http://www.sabinemiddelhaufeshundundnatur.net/ale/caccia_intervista.htm
[5] Argomento trattato in “Finchè non lo vedrai cadere esangue”, in “In direzione contraria” di Annamaria Manzoni, Sonda2009;
[6] Si veda  “Ai cacciatori il posto d’onore” in “Sulla cattiva strada” di Annamaria Manzoni; Sonda 2014
[7] “Nuovo Dizionario di Psicologia”, Umberto Galimberti, Feltrinelli 2018
[8] https://www.feelguide.com/2016/11/07/hunting-linked-to-psychosexual-inadequacy-the-5-phases-of-a-hunters-life-of-sexual-frustration/

venerdì 12 ottobre 2018

#MeToo E LA DIFFAMAZIONE DEL MAIALE



       
“AFFANCULO MAIALE” è il titolo, francamente poco gentile, sulla copertina del quotidiano tedesco Die Zeit dell’8 ottobre. Ma perché mai il maiale dovrebbe raccogliere l’esortazione?
Di certo, a trattamenti non di favore ci è più che abituato: tra gli animali peggio citati, insultati, diffamati, il posto d’onore va senza ombra di dubbio alla sua specie, a quei maiali, che continuiamo a non conoscere nonostante  li abbiamo addomesticati , alias schiavizzati nel peggiore dei modi, da un bel po’ di millenni, dal 6000 A.C. dicono gli studiosi; abbiamo da allora lasciato alla loro “controfigura”, quella dei cinghiali, un destino di libertà che resta però vigilata e controllata, soggetta al piacere dei cacciatori, che così, pur lontano dalle lusinghe dell’Africa nera, possono fingere il brivido della caccia grossa, da alternare a quella a minuscoli volatili, che, per eccitante che sia, dopo milioni di individui impallinati e disintegrati, magari finisce per annoiare un po’.

martedì 19 giugno 2018

MONDIALI 2018: CALCI AI PALLONI E PALLOTTOLE AI CANI



   
Finalmente i mondiali di calcio hanno preso avvio: la soddisfazione non é  dovuta a incontenibile impazienza da calcio di inizio, ma alla speranza che questo inizio possa segnare la fine dell’ennesima strage di migliaia di cani randagi, messa in atto per ripulire le strade russe, da offrire in tutto il loro lindore agli acclamati eroi del pallone e dei loro fans, tifosi magari virili come si conviene allo sport che li calamita, ma pur sempre amanti dell’ordine e della pulizia. Insomma un sospiro di sollievo a strage conclusa, tipo quello  che, quando arriva Pasqua, sottolinea che non si uccidono più agnelli, perché sono morti tutti,  o, alla fine del periodo natalizio, ci consola perchè a quel punto la gente, abbuffata e satolla, magari per un po’ si asterrà dal mangiare altri animali.
L’attuale massacro russo è la riproposizione di un copione più volte visto anche in anni recentissimi: a Kiev, Ukraina, nel 2012, in occasione degli europei di calcio; a Sochi, Russia, nel 2014 dove si svolgevano  le Olimpiadi invernali; in Marocco, pochi mesi fa, in attesa dell’arrivo di una  delegazione FIFA che valutasse la candidatura del paese ad ospitare i  Mondiali 2026. Quello che si ripete con regolare precisione  è che, in occasione di eventi calcistici di particolare risonanza, in alcuni paesi migliaia di cani, che normalmente vivono nelle strade in vario modo integrati nel tessuto urbano, o in alcuni casi senza che nessuno si preoccupi di  idonei interventi di sterilizzazione, divengono improvvisamente elementi di disturbo, dissonanti rispetto ad una presunta immagine di civiltà, presenze moleste e  sgradevoli da eliminare. Sui modi per farlo c’è grande tolleranza e scarsa  pubblicità: ci sono i bocconi avvelenati e le armi da fuoco, ma nel passato è giunta notizia persino di cerbottane e picconate, inferte con perizia da squadroni della morte, composti da volenterosi esecutori di ordini evidentemente non così sgraditi, resi per altro più appetibili da un riconoscimento in denaro per ogni “carcassa” presentata. Le autorità sembrano poco preoccupate da una possibile propaganda negativa, forti del fatto che ogni volta anche la peggior grana è sfumata in denunce  via via sempre più flebili delle organizzazioni animaliste internazionali, in questa ultima occasione poco più che silenti, e in  rimozione totale della carneficina al primo fischio di inizio che fa della vasca dello stadio fonte di obnubilamento di ogni malessere dell’animo, tanto efficace e popolare  da fare impallidire al confronto una fumeria dell’oppio della Cina ottocentesca.

lunedì 7 maggio 2018

SAGRE CON ANIMALI IN NOME DELLA TRADIZIONE E DELLA CULTURA CHE NON C’è



      
Questa volta della corsa dei buoi di Chieuti hanno parlato  giornali e media, almeno alcuni: perché lo “spettacolo” si è volto in tragedia, il 22 aprile scorso, quando un uomo di 78 anni, venuto dal Molise per assistere alla manifestazione, buttato a terra  da un cavallo, che aveva disarcionato il fantino, è stato travolto  poi da due carri dei buoi lanciati in una corsa folle, e ha riportato ferite tali da procurarne la morte.
Il doveroso cordoglio per la vittima pare avere esaurito l’interesse per l’accaduto, sulla cui dinamica, come da trito copione, “indagherà la procura”: che cercherà di risalire alle eventuali responsabilità relative alle misure di sicurezza, a quanto sembra non rispettate, visto che lo spazio per il pubblico non era adeguatamente transennato. Dopo di chè discorso chiuso fino all’aprile del prossimo anno, quando tutto si ripeterà, prevedibilmente  con qualche attenzione in più per gli umani, e con il solito spensierato menefreghismo per i nonumani, cavalli e buoi,  della cui sofferenza nelle cronache non si trova cenno alcuno.

La sagra di Chieuti può avere luogo solo su autorizzazione della regione competente, la Puglia, secondo quanto previsto dalla legge 189 del 2004, che, dopo pagine sul dovere di rispettare il benessere animale, esenta dal farlo le “manifestazioni storiche e culturali”. Che il rispetto  per il benessere animale sia del tutto estraneo alla sagra è  sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare: ogni anno il 23 o 24 aprile dei buoi legati in pariglia vengono costretti a galoppare per cinque kilometri, loro animali lenti per natura; ma non basta: devono farlo trascinando pesi di quintali; il loro tentativo di sottrarsi al supplizio viene abbattuto da uomini virilmente lanciati a cavallo che li pungolano con lunghe aste, mentre la folla intorno, eccitata e vociante, grida e tifa, incurante anche degli incidenti che inevitabilmente coinvolgono  buoi e cavalli.
Spettacolo davvero edificante, che considerare  “storico e culturale” pare davvero un azzardo linguistico e semantico. Eppure le autorità riescono nella mission impossible di farlo sulla scorta della credenza che le sue origini sarebbero legate alla leggenda di San Giorgio, il quale, secondo racconti risalenti all’Alto Medio Evo, avrebbe convertito al cristianesimo la città libica di Selèm, catturato e umiliato il drago che la affliggeva, dapprima trascinandolo come prigioniero  e poi, non pago di averlo sopraffatto, trafiggendolo e facendone trainare il cadavere fuori dalla città per l’appunto da  una coppia di buoi, lontani antenati di quelli oggi pubblicamente tormentati. Di leggenda appunto si tratta, sul cui senso esemplare tra l’altro molto ci sarebbe da argomentare: davvero la fama di un santo della tradizione cattolica può vantarsi  dell’uccisione terribile di un essere vivente, chiunque esso sia? Davvero la conversione di un’intera città, nessun abitante escluso, che parla non  di un percorso di consapevolezza, ma piuttosto di costrizione, può mantenere le valenze di  un atto meritorio? Comunque, se le autorità religiose possono arrogarsi il diritto dell’esclusiva in questo genere di valutazioni, è invece laico diritto di  ognuno esprimersi sulle sevizie su animali pacifici e indifesi, come momento di pubblico festeggiamento, di esaltazione e di gioia.

venerdì 6 aprile 2018

SCIMMIETTE E SCIENZIATI: DALLA CINA SENZA AMORE




   I fatti: il 24 gennaio 2018, sulla prestigiosissima rivista Cell, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia delle Scienze a Shanghai comunica la nascita, a due settimane l’una dall’altra, da due madri surrogate,  di due cucciole di macaco, frutto di clonazione; sono stati dati loro i nomi di Zhong Zhong e Hua Hua, in orgoglioso onore delle loro origini: Zhonghua, spiegano, significa infatti “popolo cinese”.
Tappa importante di un percorso avviato da molti anni: era il 1999 quando ebbe luogo la prima clonazione, in Oregon,  di Tetra, un’altra femmina di macaco, ottenuta però con una metodica diversa, vale a dire con la scissione dell’embrione che imita l’origine naturale dei gemelli omozigoti. La nuova tecnica, che gli scienziati indicano con la sigla SNCT (trasferimento nucleare da cellule somatiche), è invece quella che aveva dato vita nel 1996 alla famosa pecora Dolly (per la cronaca, “abbattuta” a circa 7 anni di età a causa di complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland) a cui ha fatto seguito la clonazione di altre 23 specie di mammiferi: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  grazie al toro Galileo, alla cavalla Prometea e a un rinoceronte bianco.
Perché tanto clamore allora? Perché oggi si è ottenuto quello che con i primati era sempre fallito, e che permetterà, a detta degli scienziati, la creazione di un “esercito di scimmie” a fronte dei solo 4 cloni permessi dalle metodiche precedenti; ma soprattutto perché le scimmie sono “così vicine all’uomo”, come ha esclamato il cardinale Elio Sgreccia, paventando il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, sulla scorta di quello che un altro cardinale, Angelo Bagnasco definisce “delirio di onnipotenza” . Tra gli scienziati sono quelli di area cattolica ad esprimere critiche, intravedendo ambizioni faustiane  dietro gli scopi filantropici, mentre gli altri esultano in nome della scienza o, se mai, come fa il ricercatore Cesare Galli, lamentano polemicamente quelle che ritengono restrizioni (sic!) ingiustamente imposte alla ricerca italiana.  Grandi assenti nel dibattito, che si snoda tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, sono loro, le protagoniste perplesse e inconsapevoli su cui tutta la partita si gioca: una partita tutt’altro che piacevole dal momento che sono destinate a fungere da “modelli” per lo studio di malattie (Parkinson, Alzheimer, tumori, malattie del sistema immunitario e metabolico…) che quindi dovranno essere fatte insorgere sui loro corpicini. Insomma: animali da laboratorio da far crescere per un po’ in ambienti totalmente protetti, quanto più possibile sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcunchè, per poi procedere scientemente a farle ammalare di patologie che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. L’auspicato esercito di loro omologhe permetterà magari anche un po’ di tranquillità nell’uso, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale”, che ci si va assicurando abbondante.

venerdì 23 marzo 2018

GLI AGNELLI NON RISORGONO A PASQUA



  
Ci risiamo: è pasqua un’altra volta per le persone di buona volontà, che però non possono ignorare che non solo di resurrezione saremo qui a parlare, perché altre morti incombono che saranno però definitive, senza riscatto né nuove vite davanti. Gli agnelli sono nati da poco e fra pochi giorni saranno teneri al punto giusto. Ancora un po’ di latte dalla mamma, quella che ululerebbe se solo sapesse dove vengono portati i suoi piccoli, partoriti magari nella fantasia di vederli correre nei prati verdi dei loro desideri. E invece  è sui camion che vengono caricati,  ammassati l’uno addosso all’altro  a  belare a un cielo che tanto non si scompone perché se ne frega del dolore di quaggiù, e poi dentro all’inferno: gemiti e  bestemmie, lamenti e imprecazioni, braccia forti e lame affilate, e poi sangue, sangue ovunque. Senza perdere tempo,  perché ce ne sono proprio tanti da legare e poi ammazzare, e per quanto si sia esperti a farlo  a catena di montaggio, un po’ di tempo per sgozzare occorre e sono tanti i cuccioli necessari a soddisfare tutti quelli che l’agnello pasquale, inteso come arrosto, lo considerano irrinunciabile, per quanto a giustificazione non ci siano  certo fame nè digiuni da compensare: è solo che chi ama Dio a quel sacrificio di un innocente sembra non voler proprio rinunciare, non sia mai che, senza l’agnello a riproporlo,  qualcuno si scordi del dolore che Gesù ha sofferto, vittima innocente e senza scampo, inerme e dolorante. Ma anche chi con la metafisica e l’al di là non ha grande dimestichezza e, diciamolo, neppure il benchè minimo interesse, non ci sta  a sentirsi escluso: se anche non richiama  l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo quello che vuole nel piatto, è pur sempre una gustosa incarnazione.

venerdì 15 dicembre 2017

UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI






   Drapetomania  è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava.
 Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino  il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a  un disturbo mentale, caratterizzato dall’insano desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente (“…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…” diceva). Il  tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di  Cartwright, che al loro  padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi….