venerdì 12 ottobre 2018

#MeToo E LA DIFFAMAZIONE DEL MAIALE



       
“AFFANCULO MAIALE” è il titolo, francamente poco gentile, sulla copertina del quotidiano tedesco Die Zeit dell’8 ottobre. Ma perché mai il maiale dovrebbe raccogliere l’esortazione?
Di certo, a trattamenti non di favore ci è più che abituato: tra gli animali peggio citati, insultati, diffamati, il posto d’onore va senza ombra di dubbio alla sua specie, a quei maiali, che continuiamo a non conoscere nonostante  li abbiamo addomesticati , alias schiavizzati nel peggiore dei modi, da un bel po’ di millenni, dal 6000 A.C. dicono gli studiosi; abbiamo da allora lasciato alla loro “controfigura”, quella dei cinghiali, un destino di libertà che resta però vigilata e controllata, soggetta al piacere dei cacciatori, che così, pur lontano dalle lusinghe dell’Africa nera, possono fingere il brivido della caccia grossa, da alternare a quella a minuscoli volatili, che, per eccitante che sia, dopo milioni di individui impallinati e disintegrati, magari finisce per annoiare un po’.

martedì 19 giugno 2018

MONDIALI 2018: CALCI AI PALLONI E PALLOTTOLE AI CANI



   
Finalmente i mondiali di calcio hanno preso avvio: la soddisfazione non é  dovuta a incontenibile impazienza da calcio di inizio, ma alla speranza che questo inizio possa segnare la fine dell’ennesima strage di migliaia di cani randagi, messa in atto per ripulire le strade russe, da offrire in tutto il loro lindore agli acclamati eroi del pallone e dei loro fans, tifosi magari virili come si conviene allo sport che li calamita, ma pur sempre amanti dell’ordine e della pulizia. Insomma un sospiro di sollievo a strage conclusa, tipo quello  che, quando arriva Pasqua, sottolinea che non si uccidono più agnelli, perché sono morti tutti,  o, alla fine del periodo natalizio, ci consola perchè a quel punto la gente, abbuffata e satolla, magari per un po’ si asterrà dal mangiare altri animali.
L’attuale massacro russo è la riproposizione di un copione più volte visto anche in anni recentissimi: a Kiev, Ukraina, nel 2012, in occasione degli europei di calcio; a Sochi, Russia, nel 2014 dove si svolgevano  le Olimpiadi invernali; in Marocco, pochi mesi fa, in attesa dell’arrivo di una  delegazione FIFA che valutasse la candidatura del paese ad ospitare i  Mondiali 2026. Quello che si ripete con regolare precisione  è che, in occasione di eventi calcistici di particolare risonanza, in alcuni paesi migliaia di cani, che normalmente vivono nelle strade in vario modo integrati nel tessuto urbano, o in alcuni casi senza che nessuno si preoccupi di  idonei interventi di sterilizzazione, divengono improvvisamente elementi di disturbo, dissonanti rispetto ad una presunta immagine di civiltà, presenze moleste e  sgradevoli da eliminare. Sui modi per farlo c’è grande tolleranza e scarsa  pubblicità: ci sono i bocconi avvelenati e le armi da fuoco, ma nel passato è giunta notizia persino di cerbottane e picconate, inferte con perizia da squadroni della morte, composti da volenterosi esecutori di ordini evidentemente non così sgraditi, resi per altro più appetibili da un riconoscimento in denaro per ogni “carcassa” presentata. Le autorità sembrano poco preoccupate da una possibile propaganda negativa, forti del fatto che ogni volta anche la peggior grana è sfumata in denunce  via via sempre più flebili delle organizzazioni animaliste internazionali, in questa ultima occasione poco più che silenti, e in  rimozione totale della carneficina al primo fischio di inizio che fa della vasca dello stadio fonte di obnubilamento di ogni malessere dell’animo, tanto efficace e popolare  da fare impallidire al confronto una fumeria dell’oppio della Cina ottocentesca.

lunedì 7 maggio 2018

SAGRE CON ANIMALI IN NOME DELLA TRADIZIONE E DELLA CULTURA CHE NON C’è



      
Questa volta della corsa dei buoi di Chieuti hanno parlato  giornali e media, almeno alcuni: perché lo “spettacolo” si è volto in tragedia, il 22 aprile scorso, quando un uomo di 78 anni, venuto dal Molise per assistere alla manifestazione, buttato a terra  da un cavallo, che aveva disarcionato il fantino, è stato travolto  poi da due carri dei buoi lanciati in una corsa folle, e ha riportato ferite tali da procurarne la morte.
Il doveroso cordoglio per la vittima pare avere esaurito l’interesse per l’accaduto, sulla cui dinamica, come da trito copione, “indagherà la procura”: che cercherà di risalire alle eventuali responsabilità relative alle misure di sicurezza, a quanto sembra non rispettate, visto che lo spazio per il pubblico non era adeguatamente transennato. Dopo di chè discorso chiuso fino all’aprile del prossimo anno, quando tutto si ripeterà, prevedibilmente  con qualche attenzione in più per gli umani, e con il solito spensierato menefreghismo per i nonumani, cavalli e buoi,  della cui sofferenza nelle cronache non si trova cenno alcuno.

La sagra di Chieuti può avere luogo solo su autorizzazione della regione competente, la Puglia, secondo quanto previsto dalla legge 189 del 2004, che, dopo pagine sul dovere di rispettare il benessere animale, esenta dal farlo le “manifestazioni storiche e culturali”. Che il rispetto  per il benessere animale sia del tutto estraneo alla sagra è  sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare: ogni anno il 23 o 24 aprile dei buoi legati in pariglia vengono costretti a galoppare per cinque kilometri, loro animali lenti per natura; ma non basta: devono farlo trascinando pesi di quintali; il loro tentativo di sottrarsi al supplizio viene abbattuto da uomini virilmente lanciati a cavallo che li pungolano con lunghe aste, mentre la folla intorno, eccitata e vociante, grida e tifa, incurante anche degli incidenti che inevitabilmente coinvolgono  buoi e cavalli.
Spettacolo davvero edificante, che considerare  “storico e culturale” pare davvero un azzardo linguistico e semantico. Eppure le autorità riescono nella mission impossible di farlo sulla scorta della credenza che le sue origini sarebbero legate alla leggenda di San Giorgio, il quale, secondo racconti risalenti all’Alto Medio Evo, avrebbe convertito al cristianesimo la città libica di Selèm, catturato e umiliato il drago che la affliggeva, dapprima trascinandolo come prigioniero  e poi, non pago di averlo sopraffatto, trafiggendolo e facendone trainare il cadavere fuori dalla città per l’appunto da  una coppia di buoi, lontani antenati di quelli oggi pubblicamente tormentati. Di leggenda appunto si tratta, sul cui senso esemplare tra l’altro molto ci sarebbe da argomentare: davvero la fama di un santo della tradizione cattolica può vantarsi  dell’uccisione terribile di un essere vivente, chiunque esso sia? Davvero la conversione di un’intera città, nessun abitante escluso, che parla non  di un percorso di consapevolezza, ma piuttosto di costrizione, può mantenere le valenze di  un atto meritorio? Comunque, se le autorità religiose possono arrogarsi il diritto dell’esclusiva in questo genere di valutazioni, è invece laico diritto di  ognuno esprimersi sulle sevizie su animali pacifici e indifesi, come momento di pubblico festeggiamento, di esaltazione e di gioia.

venerdì 6 aprile 2018

SCIMMIETTE E SCIENZIATI: DALLA CINA SENZA AMORE




   I fatti: il 24 gennaio 2018, sulla prestigiosissima rivista Cell, l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia delle Scienze a Shanghai comunica la nascita, a due settimane l’una dall’altra, da due madri surrogate,  di due cucciole di macaco, frutto di clonazione; sono stati dati loro i nomi di Zhong Zhong e Hua Hua, in orgoglioso onore delle loro origini: Zhonghua, spiegano, significa infatti “popolo cinese”.
Tappa importante di un percorso avviato da molti anni: era il 1999 quando ebbe luogo la prima clonazione, in Oregon,  di Tetra, un’altra femmina di macaco, ottenuta però con una metodica diversa, vale a dire con la scissione dell’embrione che imita l’origine naturale dei gemelli omozigoti. La nuova tecnica, che gli scienziati indicano con la sigla SNCT (trasferimento nucleare da cellule somatiche), è invece quella che aveva dato vita nel 1996 alla famosa pecora Dolly (per la cronaca, “abbattuta” a circa 7 anni di età a causa di complicazioni di un’infezione e finita imbalsamata al National Museum of Scotland) a cui ha fatto seguito la clonazione di altre 23 specie di mammiferi: maiali, gatti, cani, ratti….; con l’Italia all’avanguardia  grazie al toro Galileo, alla cavalla Prometea e a un rinoceronte bianco.
Perché tanto clamore allora? Perché oggi si è ottenuto quello che con i primati era sempre fallito, e che permetterà, a detta degli scienziati, la creazione di un “esercito di scimmie” a fronte dei solo 4 cloni permessi dalle metodiche precedenti; ma soprattutto perché le scimmie sono “così vicine all’uomo”, come ha esclamato il cardinale Elio Sgreccia, paventando il possibile, diciamo pure probabile, passaggio alla clonazione umana, sulla scorta di quello che un altro cardinale, Angelo Bagnasco definisce “delirio di onnipotenza” . Tra gli scienziati sono quelli di area cattolica ad esprimere critiche, intravedendo ambizioni faustiane  dietro gli scopi filantropici, mentre gli altri esultano in nome della scienza o, se mai, come fa il ricercatore Cesare Galli, lamentano polemicamente quelle che ritengono restrizioni (sic!) ingiustamente imposte alla ricerca italiana.  Grandi assenti nel dibattito, che si snoda tra timori etici totalmente antropocentrati ed  entusiasmi scientifici, sono loro, le protagoniste perplesse e inconsapevoli su cui tutta la partita si gioca: una partita tutt’altro che piacevole dal momento che sono destinate a fungere da “modelli” per lo studio di malattie (Parkinson, Alzheimer, tumori, malattie del sistema immunitario e metabolico…) che quindi dovranno essere fatte insorgere sui loro corpicini. Insomma: animali da laboratorio da far crescere per un po’ in ambienti totalmente protetti, quanto più possibile sterilizzati affinchè, non sia mai, non si ammalino di alcunchè, per poi procedere scientemente a farle ammalare di patologie che presumibilmente in natura non potrebbero mai sviluppare. L’auspicato esercito di loro omologhe permetterà magari anche un po’ di tranquillità nell’uso, qualche spreco, qualche generosità nell’impiego del “materiale”, che ci si va assicurando abbondante.

venerdì 23 marzo 2018

GLI AGNELLI NON RISORGONO A PASQUA



  
Ci risiamo: è pasqua un’altra volta per le persone di buona volontà, che però non possono ignorare che non solo di resurrezione saremo qui a parlare, perché altre morti incombono che saranno però definitive, senza riscatto né nuove vite davanti. Gli agnelli sono nati da poco e fra pochi giorni saranno teneri al punto giusto. Ancora un po’ di latte dalla mamma, quella che ululerebbe se solo sapesse dove vengono portati i suoi piccoli, partoriti magari nella fantasia di vederli correre nei prati verdi dei loro desideri. E invece  è sui camion che vengono caricati,  ammassati l’uno addosso all’altro  a  belare a un cielo che tanto non si scompone perché se ne frega del dolore di quaggiù, e poi dentro all’inferno: gemiti e  bestemmie, lamenti e imprecazioni, braccia forti e lame affilate, e poi sangue, sangue ovunque. Senza perdere tempo,  perché ce ne sono proprio tanti da legare e poi ammazzare, e per quanto si sia esperti a farlo  a catena di montaggio, un po’ di tempo per sgozzare occorre e sono tanti i cuccioli necessari a soddisfare tutti quelli che l’agnello pasquale, inteso come arrosto, lo considerano irrinunciabile, per quanto a giustificazione non ci siano  certo fame nè digiuni da compensare: è solo che chi ama Dio a quel sacrificio di un innocente sembra non voler proprio rinunciare, non sia mai che, senza l’agnello a riproporlo,  qualcuno si scordi del dolore che Gesù ha sofferto, vittima innocente e senza scampo, inerme e dolorante. Ma anche chi con la metafisica e l’al di là non ha grande dimestichezza e, diciamolo, neppure il benchè minimo interesse, non ci sta  a sentirsi escluso: se anche non richiama  l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo quello che vuole nel piatto, è pur sempre una gustosa incarnazione.

venerdì 15 dicembre 2017

UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI






   Drapetomania  è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava.
 Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino  il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a  un disturbo mentale, caratterizzato dall’insano desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente (“…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…” diceva). Il  tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di  Cartwright, che al loro  padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi….

venerdì 21 luglio 2017

VIETATO FRUSTARE I CAVALLI



 

  VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia.
La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso.