sabato 18 marzo 2017

CAVALLI: QUELLA VITA CHE FU TENUTA A FRENO



Uno frustato nel maneggio di Capalbio, uno abbattuto nella corsa sul ghiaccio a St Moritz

In questi ultimi giorni i cavalli sono divenuti protagonisti di almeno un paio di situazioni di interesse mediatico: e, visto il trattamento che devono subire, davvero ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Una notizia, riportata su alcuni media stranieri, ma non risulta su quelli italiani, riguarda la corsa ippica (27.02.2017) del White Turf di St Moritz, interrotta in seguito alla caduta rovinosa di un cavallo, Boomerang Bob: secondo consolidata norma, il fantino ferito è stato trasportato in elicottero in ospedale, il cavallo più sbrigativamente è stato soppresso. Stava correndo al galoppo sul ghiaccio, perché questo è il White Turf. Si potrebbe disquisire a lungo sul senso del costringere cavalli a correre  su un tale genere di “terreno”l e ancora di più sull’abitudine di risolvere le immancabili tragiche cadute con un colpo di pistola, che sembra spazzare via ogni responsabilità, poco cambia se ad essere teatro delle sconsiderate corse sono le nobili curve di Siena, i ghiacci elitari di St Moritz o le strade di una malfamata Catania.  Senza entrare ulteriormente nel merito, l’episodio è utile a sottolineare che questa è la norma per i cavalli fortunati, quelli cioè non destinati alla macellazione.

Si, perché è necessario prima di tutto ricordare  la posizione del tutto particolare che occupano i cavalli nella nostra società e anche dal punto di vista della zooantropologia, vale a dire della disciplina relativa al rapporto uomo-animale: nella grande maggioranza dei casi sono considerati “animali da reddito”, tanto che esiste addirittura una inequivocabile sigla a definirne la sorte: DPA, vale a dire Destinato alla Produzione Alimentare. Altri, come lo sventurato Boomerang Bob, vengono destinati  a scopi diversi, connessi a corse, equitazione, pet therapy…… E’ facoltà del  proprietario (mai termine fu più adeguato) decidere quindi se non DPA oppure DPA: pollice alto o pollice verso. Differenza certo non di poco conto perché nel primo caso  i cavalli godono, almeno relativamente ad alcune situazioni, di pur pallide tutele quali per esempio, se considerati animali di affezione,  il non essere soggetti a pignoramento alla stregua di cose (già: è solo grazie alla recentissima legge di Stabilità per il 2016 che cani, gatti e pet in generale non vanno a pagare con la loro stessa esistenza  debiti del loro padrone,  insieme a frigor, televisione e affini) e, almeno teoricamente, non finiranno le loro disgraziate vite in un mattatoio. Per gli altri, tutti gli altri, le protezioni sono quelle pressochè inesistenti riservate agli “animali da reddito”, la cui esistenza è subordinata per definizione alla produzione di guadagni, che, come da sempre risaputo, sono tanto più cospicui quanto più è possibile risparmiare su qualche elemento della catena produttiva, elemento scelto diligentemente tra coloro che, privi di diritti, sono in questo caso anche privi di parola. I cavalli vengono così importati ed esportati da un paese all’altro con inenarrabili viaggi della morte che percorrono migliaia di km in un susseguirsi di giorni e di notti infernali, sulle navi provenienti dall’Argentina o sui tir in viaggio da  Romania e Polonia, per finire nei mattatoi italiani, mattatoi inevitabilmente numerosi sul territorio nazionale, in quanto deteniamo il per nulla inebriante  primato del maggiore consumo pro capite di carne di cavallo in Europa. Sì, perchè le particolari proprietà nutritive che taluni dietologi esaltano la rendono irrinunciabile per i   mai appagati appetiti di una popolazione che, per quanto satolla, pare sempre in crisi di astinenza alimentare.

Ecco: il cavallo riassume in sé tanti aspetti della relazione umano-nonumano, in cui l’assoluto antropocentrismo che ne è la base detta ogni regola. Non bastasse,  sono relazioni soggette ad improvvisi rovesciamenti di paradigma nell’esclusivo interesse umano.  E’ stato il caso per esempio delle nutrie, che, quando non sono state più considerate utili, sono divenute oggetto di una legge che, da un giorno all’altro, le ha trasformate da specie da tutelare a specie da eliminare, sorta di nemico pubblico da punire per la sua novella nocività, e la pena è stata pena di morte, senza appello e senza pietà. Oppure si può trattare del lupo, animale da tutelare in quanto in pericolo di estinzione, e noi umani vogliamo un contesto variegato e ricco intorno, perché così ci piace, ma quando si permette di nutrirsi con agnelli o pecore, che  avevamo stabilito essere prede di nostra sola competenza, ecco allora esplodere rabbiose e rancorose convinzioni sulla necessità di piani di abbattimento, però “selettivi”: a pallettoni ovviamente. In questo caso,  il passaggio all’atto è stato almeno per il momento scongiurato da una levata di scudi compatta che ha dato ai politici la misura di un feed back temibile a livello di consenso elettorale, vera matrice ossessiva di ogni loro pensiero.

Pure in questo discutibile contesto, il cavallo è anomalo in quanto occupa posizioni bivalenti, in virtù delle quali non necessita neppure di un’evoluzione del proprio stato per essere oggetto di trattamenti inconciliabili: lui nello stesso momento può essere compagno di vita, da amare e difendere, seppure in modi altamente discutibili, oppure carne da macello, a seconda delle necessità. Come si diceva, basta una dichiarazione, l’etichetta di DPA oppure di non DPA e  in lui verrà visto ciò che ognuno considererà opportuno vedere. Dimostrazione inconfutabile di come sia la cornice cognitiva in cui poniamo l’altro a determinarne il valore, il senso, e quindi il destino. Lo facciamo regolarmente con tutti i nonumani, che consideriamo inferiori a noi, autoposizionatici in quel centro dell’universo, in cui si accentrano diritti e privilegi, che sono di fatto squisita espressione del diritto del più forte. Lo facciamo per altro, in modo solo lievemente meno esplicito, anche con gli umani, detentori del diritto al rispetto e all’attenzione in funzione della loro provenienza, della loro (presunta)razza, del loro genere, del loro reddito.

Con i cavalli raggiungiamo l’apice dell’illogicità, che rendiamo sostenibile non a suon di ragionamenti, che non sarebbe possibile, ma a suon di leggi che affossano, oltre alla logica, il senso di giustizia.

Risulta esemplificativo il secondo degli episodi  a cui si faceva riferimento,  reso di pubblica conoscenza grazie a Edoardo Stoppa, entrato per conto di Striscia La Notizia (07.03.2017) in un centro di equitazione a Capalbio, provincia di Grosseto, a seguito di una segnalazione corredata da video: un giovane cavallo si rifiuta, spaventato, di saltare un ostacolo perché evidentemente non si sente in grado di farlo, oltrechè presumibilmente perché non ne capisce il senso: e come dargli torto? In risposta, la giovane fantina procede  a fustigarlo per un tempo che se a chi guarda sembra infinito (vengono contati l’uno dopo l’altro 13 colpi di frusta, inferti su muso e collo) a chi lo subisce deve risultare insostenibile. Ad incitarla è l’istruttrice con dei reiterati Giusto! Giusto! Giusto, che esprimono approvazione, ma anche una soddisfazione, che, frutto del male inferto, non merita di essere definita altro che sadica. I gesti e l’atteggiamento controllati testimoniano la sua dimestichezza con la dinamica in atto, dimestichezza di cui sono ulteriore prova provata le reazioni sue e del padre alla richiesta di spiegazioni del giornalista. Il padre si difende e attacca con un “E allora? Ha fatto bene!”, lei, dopo qualche maldestro tentativo di negare l’innegabile,  assicura che non è che lo fa quotidianamente. Davvero un sollievo: quindi, non proprio tutti i giorni? Qualche volta si astiene? E’ del tutto evidente che nè lei né tanto meno il padre ritengono il fustigare in quel modo il cavallo azione stigmatizzabile, indecente,  vergognosa: anzi. Fanno “scuola”, insegnano ad altri: in questo caso ad un’altra giovane donna, che impara ciò che l’autorità, che loro in quel contesto rappresentano, le insegna, impara bene e presto: e chi lo sa se qualcuno dei colpi che infligge ad un animale indifeso rimbomba almeno un po’ nelle sue corde. Chi lo sa se almeno un pensiero sulla crudeltà di  quello che sta facendo prende forma in lei. Certo, la ragazza ha delle scusanti, perché sta andando a scuola e agli insegnanti va concesso il pregiudizio positivo di “sapere”. Anche se, giova rifletterci,  la sua reazione obbediente non era scelta obbligata: il rischio connesso ad una condotta non compiacente, ad una possibile flebile insubordinazione alle esortazioni autorevoli poteva comportare, nella più estrema delle ipotesi, un’interruzione del suo percorso “formativo”: non una tragedia, insomma, anzi: alla luce dei fatti una benedizione. Esistono di certo adolescenti capaci di un giudizio critico in grado di bypassare il principio di autorità in nome  del primato  di emozioni e sentimenti di segno contrario,  di  una capacità critica coniugata con una evoluzione etica diversa, che in qualche caso sono alla radice di ben più radicali rivolte giovanili. Al suo posto, avrebbero detto NO, cosa che lei non ha fatto forse per diligenza, forse per debolezza, forse per un’abitudine già troppo consolidata al conformismo.

Ora se lo stesso cavallino (indifeso) fosse stato frustato nello stesso modo (pesantemente e ripetutamente) senza colpa alcuna (era terrorizzato) in un contesto pubblico, anzichè al riparo dell’autorità di una scuola di equitazione, i protagonisti non avrebbero esibito la stessa sicumera: è il contesto in cui agiscono che li rassicura perché consente di spacciare la crudeltà in atto per intervento educativo. La violenza viene così legittimata, organizzata, integrata nel sistema, giustificata da uno scopo socialmente  accettato; viene attribuita al male in atto una giustificazione morale: il cavallino va educato. Ennesima applicazione della teoria del fine che giustifica i mezzi, in nome della quale storicamente i peggiori crimini sono stati commessi, e della consuetudine per cui, quando le persone fanno del male, lo fanno in nome del bene. Della grande schizofrenia in atto paga il prezzo l’unico innocente sulla scena del delitto, il giovane cavallo: per lui l’ingiustizia è dolore, lo spaesamento per una violenza selvaggia ne doma la vitalità, le ferite sulla pelle bruciano davvero. Così impara! Impara la legge del più forte, che è sempre l’umano, anche nella sua versione femminile, graziosa, bene educata e controllata, che non si scompone nell’impartire ordini crudeli. Tanto non occorre forza fisica,: l’unica imprescindibile condizione è l’assenza di empatia, di quella risorsa, cioè, in grado di arricchire l’essere umano con la risonanza dell’eco dolorosa del  dolore altrui, schermo e barriera all’infliggerlo quel male. Lei non ce l’ha. E per quanto ridondante rispetto alla imprescindibile condanna, un’altra considerazione richiama alle ripercussioni di tutto questo, sulle onde lunghe con cui si propaga: chi frusta o incita a frustare violentemente, ripetutamente, a freddo, senza compassione un animale indifeso perché vuole domarlo di certo è in grado di riproporre la stessa dinamica in altra situazione: magari alla luce di altre motivazioni, che dilagano da quelle pseudoeducative, ad un semplice desiderio di potere o magari rispondono all’urgenza di sfogare una rabbia che preme. Quando i gesti entrano a comporre come elementi costitutivi il nostro patrimonio comportamentale, finiscono per appartenerci; se l’empatia è assente o zittita, se la filosofia di base giustifica i mezzi pur di perseguire un fine, è reale il rischio che un altro fine, giudicato buono perché funzionale al proprio interesse, apra la strada a comportamenti altrettanto crudeli, risvegliati da nuovi scopi, dall’inclinazione del momento, da una motivazione propulsiva. Insomma il discorso va a toccare il grosso link che congiunge la violenza legale a tutte le altre forme di violenza, link mai abbastanza preso in seria considerazione.

Sullo sfondo di questa vicenda, c’è l’urgenza di un interrogativo, che ci coinvolge tutti: davvero è lecito ignorare la realtà dell’ippica in generale, delle scuole id equitazione e di tutto quello che concerne l’addestramento dei cavalli? Qualche cosa la sappiamo tutti, per esempio che l’equipaggiamento minimale di ogni allievo, l’armamentario di ordinanza prevede frusta e speroni. Strumenti pacifici?! E che dire dei  morsi da mettere in bocca al cavallo, delle briglie, dei paraocchi, degli zoccoli, delle selle se non che sono mezzi di contenzione, di sopruso, di imprigionamento, di limitazione della libertà di movimento e di esplorazione? Un mondo che ama celebrare la retorica dell’amicizia tra l’uomo e il cavallo rimuove il significato di doma, che è precondizione all’instaurarsi di una relazione che definire amicale è davvero mistificatorio: domare, to break the spirit dicono gli anglosassoni, rompere lo spirito, eliminare lo slancio vitale, cancellare l’afflato verso la libertà, è fondamentale per “addestrare” il cavallo a comportamenti estranei alla sua natura.  E’ singolare come nella rappresentazione di questo animale, nell’immaginario che lo definisce, si celebrino forza, vitalità,  prorompenza, e come la relazione con lui venga edificata sulla metodica regolare soppressione di tutto questo, sulla negazione dei suoi bisogni e desideri: insomma “Quella vita che fu tenuta a freno” nelle suggestioni di Emily Dickinson.

Alcune associazioni animaliste hanno dichiarato che sporgeranno denuncia per maltrattamento animale contro i protagonisti di questa brutta storia: l’auspicio è che sia l’occasione per alzare il velo sulle tantissime realtà che riguardano la vita (e la morte) dei cavalli, quei “figli del vento” indomiti e coraggiosi, ogni giorno resi schiavi da quel  bisogno di dominare la natura, che pare essere paradigma costitutivo del pensiero moderno.
Già pubblicato su www.lindro.com 14.03.2017

sabato 18 febbraio 2017

IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE




     
Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle.

La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà).

giovedì 22 dicembre 2016

Non fare l'asino, regalalo! Il natale della Caritas: solidale, ma non con tutti



Viene giudicata originale, persino un  po’ impertinente la trovata della Caritas altoatesina di  promuovere quest’anno un modo alternativo di festeggiare un natale che sia solidale anziché consumistico: sì, perché  non pensa solo agli alimenti per le persone bisognose dell’Alto Adige, alla legna per gli anziani della Serbia, alle scarpe per i bambini boliviani, agli  alberi da frutta per l’Etiopia, alle sementi per Haiti o a un pozzo per una comunità del Kenia, ma si compiace del proprio anticonformismo nel proporre come regalo a comunità bisognose un asino o una capra, che vanno ad arricchire il parco-animali delle ormai usuali mucche, offerte come dono da altre associazioni umanitarie.
Le battute si sprecano: e quindi l’asinello impacchettato  con tanto di  fiocco sopra è  pretesto per immancabili spiritosaggini sullo stereotipo della presunta stupidità della sua specie: non fare l’asino! Oltre all’uso, anche lo scherno, tanto alla luce di cause  nobili tutto si può sdoganare.

sabato 19 novembre 2016

IL CANE ANGELO, randagio  di Calabria


    
Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio:  da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto.

La storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e  messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purchè gli altri  guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:  e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando.  

sabato 22 ottobre 2016

PRODOTTI ANIMALI NELLA PUBBLICITA’? SE LI RICONOSCI, MAGARI LI EVITI


   Ogni adulto, che sia in grado di pensare, che non sia  sottoposto a costrizioni, e che abbia libero accesso ai mezzi di informazione è di fatto responsabile delle proprie azioni. Anche l’essere o non essere vegani, quindi, non è categoria dell’essere, ma scelta libera e consapevole, somma di comportamenti che dovremmo controllare. Dovremmo, per l’appunto, ma troppo spesso non lo facciamo: perchè non fluttuiamo in uno spazio vuoto in assenza di gravità, ma siamo impastati nella cultura che ci plasma, ci intride e ci condiziona, attraverso meccanismi a cui tendiamo troppo spesso a  soggiacere passivamente, senza riconoscerli, lasciandoci cullare nell’inerzia dell’irresponsabilità. Cultura che tendiamo a scambiare per assoluto, ogni volta che siamo incapaci di coglierne la relatività.
Affiancare al termine cultura quello di  pubblicità può sembrare un azzardo, un ossimoro, ma,  al netto di snobismi, la sua influenza, forte di una presenza pervasiva e ossessiva, è enorme nel  modellare i costumi di quelli che ne sono gli utenti, cioè inevitabilmente tutti noi,  talvolta fruitori attenti e convinti, molto più spesso ascoltatori distratti, ma anche in questo caso inconsapevolmente permeabili ai messaggi.

sabato 1 ottobre 2016

IL MIO CANE é VEGANO: FOLLIA o LOGICA STRINGENTE?




 
Il Corriere della Sera è sempre il Corriere della Sera: se l’inserto La Lettura, dedicato all’Animalità, coniugata in diverse forme e approcci, viene riproposto per un’intera settimana (4/11 settembre 2016), il tema è evidentemente di grande appeal, e l’impatto è forte: per la lettura che dà della realtà e per come con le sue tesi la  realtà è in grado di modellarla.

Dato atto della copresenza di articoli diversificati, quali quello più scientifico di Leonardo Caffo sull’addomesticazione, risulta quanto mai interessante capire quale sia l’ottica di osservazione di  uno degli interventi di prestigio: è fuori discussione che   Chiara Lalli, filosofa, saggista, giornalista, autrice dell’articolo titolato in forma di supplica, “Per favore lasciate che gli animali facciano gli animali”, sia indispettita nei confronti dell’atteggiamento almeno di parte degli umani nei confronti di almeno di parte degli animali: nello specifico di quegli umani troppo coinvolti nella cura di alcuni non umani. La sua cultura  è tale per cui non si può certo ipotizzare che parli senza cognizione di causa: ma di certo esprime  una posizione smaccatamente di parte, che si limita a sfiorare l’enorme questione animale riferendosi a pochi episodi connotati da stupidità trattandoli da  indicatori di una sorta di deriva morale. Nel suo articolo, tanto per capirci, cita e ricita il circo, non per stigmatizzare l’ignominia della prigionia e dell’asservimento di animali nati liberi per essere liberi, ma solo per ricordare che alcuni di loro, nello specifico uno struzzo e un ippopotamo, una volta “salvati” da quel contesto,  sono poi stati investiti e uccisi e si pone  conseguentemente la domanda, che vorrebbe essere retorica, se possa essere considerato immorale usare gli animali nei circhi a fronte della perfetta ammissibilità del loro uso quali pet: immoralità di cui lei non pare scorgere traccia. Non si può controbattere alle argomentazioni della Lalli in poche righe, perché è tutta la questione animale a gridare vendetta davanti alla sua riduzione al ridicolo (ridicolo “consumato fino a farlo scomparire”, nelle parole che lei stessa usa) in nome di alcuni comportamenti da sfaccendati, smaccatamente ricchi e annoiati, i quali fanno clonare il proprio pet a suon di migliaia di dollari o acquistano accessori che neppure Dolce & Gabbana nei momenti di loro massimo splendore potrebbero ideare. Nelle sue parole non manca un pensiero reverente anche alla sperimentazione, in mancanza della quale, ammonisce, si farebbe un danno anche agli animali stessi a causa del mancato progresso della scienza veterinaria: preoccupazione di chiaro stampo altruista che pare non scorgere, come epicentro della vivisezione,   la sperimentazione di qualsivoglia ennesimo nuovo farmaco ad uso squisitamente umano, che si serve nella quotidianità di esperimenti , fonte di indicibile sofferenza , e spesso esitano in  una morte che finisce per essere unica via di salvezza all’orrore .

giovedì 15 settembre 2016

I CANI: NELLA BUONA E NELLA CATTIVA SORTE




Non è un caso che tanto di loro si sia parlato e siano apparsi in struggenti fotografie: a fronte di tutti gli altri animali coinvolti, che, ad eccezione dei gatti, sono stati riuniti nell’unica distorta espressione di “animali da allevamento” e valutati esclusivamente in termini di danno economico per i “proprietari”, loro appartengono alla specie  tra le più amate in assoluto nel mondo occidentale e di conseguenza siamo pronti ad accoglierli nel nostro paradiso di santi e di eroi e nel nostro inferno di dolore.