venerdì 15 dicembre 2017

UOMINI E ANIMALI VISIONARI E RIBELLI






   Drapetomania  è un termine che pochi conoscono e poco male che si sia perso, insieme a ciò che letteralmente designava.
 Vale però la pena ripescarlo dalle nebbie in cui si è giustamente dileguato perchè troppo spesso succede che le radici di un passato che ci illudiamo superato sforino  il terreno, magari in un altrove lontano, e l’albero ricresca con il proprio florilegio di nefandezze. Riscopriamo allora che, nel corso del 1851, tale Samuel Cartwright (1793-1863), che di professione faceva il medico e di casa stava negli Stati Uniti, lo ideò per dare nome a  un disturbo mentale, caratterizzato dall’insano desiderio di fuga coltivato dagli afroamericani, schiavizzati sul Nuovo Continente (“…quella fastidiosa abitudine del fuggire, che hanno molti negri…” diceva). Il  tutto per non svolgere il compito a loro affidato che era appunto quello di fare gli schiavi, secondo i dettami biblici che prevedevano, a detta di  Cartwright, che al loro  padrone rimanessero sottomessi e quindi non desiderassero andarsene. Non solo i comportamenti, ma anche i desideri, lo sappiamo bene, sono peccaminosi….

“Se l’uomo bianco …. mantiene lo schiavo nella locazione che indicano le Sacre Scritture, ovvero la sottomissione, e se il suo padrone o sorvegliante è cortese con lui, ma senza condiscendenza, e allo stesso tempo soddisfa i suoi bisogni fisici e lo protegge dagli abusi, il negro rimarrà ammaliato e non fuggirà. » scriveva in un surreale articolo intitolato “Relazione sulle malattie e le peculiarità fisiche della razza nera” pubblicato sul New Orleans Medical and Surgical Journal, non proprio quindi sul giornalino parrocchiale.
Purtroppo non tutti i padroni erano dotati della necessaria sagacia: alcuni erano francamente un po’ troppo crudeli e non migliori si dimostravano altri, troppo familiari, troppo condiscendenti. Gli uni e gli altri diventavano  responsabili dell’insorgere della malattia, che poteva fortunatamente essere  scongiurata (quando segnali quali una certa rabbia e insoddisfazione  ne avessero denunciato i prodromi)  con una violenta dose di frustate preventive, o, con intervento più radicale, con la rimozione degli alluci, atta a  risolvere definitivamente il problema rendendo impossibile la corsa allo schiavo visionario.
Una teoria del genere, per quanto delirante oggi ci appaia, non viene generata da una mente semplicemente malata, ma si sviluppa su una visione del mondo ad hoc: quella dell’illustre medico si era costruita su  una rappresentazione dei “neri”, dei quali rimarcava, rispetto ai “bianchi”, non solo differenze nel colore della pelle, ma anche altre di tipo anatomico e fisiologico, nel cervello, nella bile, nel sangue. Differenze alla base della loro diversità e della loro condizione naturale di sottomissione , che, se debitamente accettata, poteva mantenere l’ordine naturale delle cose; se respinta, li portava a sentirsi imbronciati e insoddisfatti (!!!), stati d’animo che fortunatamente l’uomo bianco poteva contrastare alle prime avvisaglie dell’insano progetto, come già detto, facendo letteralmente uscire il malumore dal corpo dell’aspirante fuggitivo con adeguata fustigazione
La teoria, contrastata da buona parte della psichiatria ufficiale, fu ampiamente diffusa attraverso la stampa dell’articolo nel sud degli Stati Uniti, dove la guerra civile (1861-1865) sarebbe scoppiata alcuni anni più tardi e il XIII emendamento, che aboliva la schiavitù, sarebbe stato ratificato solo il 6 dicembre 1865: il brodo di cultura in cui il concetto di drapetomania ebbe modo di esprimersi era quindi quello di una società razzista e schiavista. Pleonastico sottolineare che  il termine non abbia da molto tempo diritto di cittadinanza nella comunità scientifica, relegato nell’ambito del razzismo scientifico, che tanti abomini ha saputo produrre.
Ma ci sono elementi degni di riflessione, che debordano dai confini razzisti per entrare in altri a volte meno stagliati: in sintesi si sta parlando di assoggettamento, reclusione e terribile sfruttamento di esseri viventi, dell’incontenibile spinta di alcuni di loro a sottrarvisi a qualunque costo, di repressione violenta, punitiva e feroce di tale anelito e, dulcis in fundo, del suo ingabbiamento  in una categoria patologica, da definire anche nosograficamente grazie ad  un termine che abbia la pretesa di spiegare tutto, evitando che venga dato  spazio a riflessione, approfondimento, o magari anche ammirazione, stupore, empatia, o qualsivoglia altro rispecchiamento. Per altro la storia della psichiatria attesta di quanto questa scienza abbia a volte assunto connotazione non curativa, ma repressiva, prestandosi tranquillamente, per esempio, a rinchiudere in quelle prigioni che erano i manicomi, matti, delinquenti e prostitute, tutti insieme, uniti dal comune denominatore della pericolosità sociale. Luoghi, i manicomi, dove soprattutto isolare il dissenso con l’aggravante di delegittimare dal punto di vista intellettivo ed etico i portatori di istanze non allineate al sistema.  
La drapetomania, quale etichetta diagnostica con cui svilire e al tempo stesso reprimere dissenso e  anelito di libertà, si insinua oggi, non come termine obsoleto e pressochè sconosciuto, ma nel significato di cui è portatrice, in tanti aspetti della vita umana e soprattutto in modo incontestabile  nella vita dei nonumani, quelli a cui in tanti modi diversificati viene tolto ogni spazio di libertà, quelli che vengono sottoposti a sfruttamento e umiliazioni di intollerabile ferocia, a cui viene negata ogni espressione di una vita di relazione gratificante e autodeterminata: schiavi quindi a tutti gli effetti. I luoghi dove questo genere di crimini è  consumato sono eterogenei: a partire da quegli spazi di perdizione che sono gli allevamenti intensivi, passando da circhi e zoo, attraversando i laboratori di vivisezione, i maneggi, e altro ancora, tutte situazioni di detenzione per animali, destinati a un  fine pena mai.
In moltissime di queste situazioni i nonumani, esattamente come gli schiavi, sono costretti ad una acquiescenza dettata dall’impossibilità fisica della ribellione o da una paura che è terrore, che immobilizza e pietrifica ogni azione, che annienta il movimento in virtù dell’inconscia spinta a scomparire, a non esserci per non subire. Ma da sempre esiste un fenomeno, che un tempo non veniva rilevato, ma che oggi, grazie ad un nuovo interesse dedicato ai nonumani, viene sempre più spesso posto sotto i riflettori.
E’ quello degli animali che si ribellano, che trasformano oltraggi e mortificazioni in disobbedienza e rivolta. Nessun animale ne è escluso, come dimostra una ricca cronaca al riguardo. Numerosissimi quelli che fuggono da circhi: il giovane giraffotto che galoppa da solo per qualche ora di libertà tra le strade di  Imola alla larga dal circo Orfei, inseguito, braccato e poi ucciso da una dose eccessiva di anestetico, che dovrebbe placare la sua irruenza e invece ferma il suo cuore (settembre 2012).  La tigre bianca che preferisce la passeggiata felpata su una pericolosissima circonvallazione palermitana alle sbarre del circo Svezia, dove viene costretta a rientrare dopo la cattura (gennaio 2017); la sua conspecifica che vaga per ore nei dintorni di Parigi finchè il proprietario del circo, uno di quelli che amano i propri animali tanto da domarne ogni  istinto o almeno illudersi di essere in grado di farlo, la avvista lungo i binari e le spara, così la questione è risolta (novembre 2017). In questi casi l’opinione pubblica, tra  sospiri di sollievo per il pericolo scampato e  malcelata soddisfazione per un avventura vissuta di sponda, a basso prezzo e sulla pelle altrui, esprime anche una solidarietà crescente per i fuggitivi: non è un caso, perché la reazione si innesta su un crescente cambiamento di prospettiva, che giudica intollerabile, crudele, primitiva la reclusione di animali esotici nelle strutture circensi: in un panorama culturale in evoluzione tanto da essere recepito persino a livello legislativo (!!!), nella fuga dai circhi si riconosce l’espressione di una rivolta sacrosanta alla quotidiana negazione dei propri diritti, regolarmente calpestati.
Meno solidali, più stupite, talvolta divertite le reazioni ad animali che fuggono dagli allevamenti intensivi o dai macelli: in provincia di Padova  una mucca si rifiuta di rientrare nella stalla dopo un normale taglio delle unghie: infuriata,  divenuta ingovernabile e minacciosa verso chiunque si avvicini, viene reputata pericolosa e, tutti d’accordo, proprietari e veterinari Asl, viene abbattuta (2 novembre 2017; il Gazzettino di Padova). Poca solidarietà perché se si continuano  a considerare   i bovini e gli altri come “animali da carne”, quindi nati, vissuti e uccisi per l’unico scopo di farsi mangiare da noi, è complicato essere dalla loro parte quando si ribellano. Incredibilmente anche nel fatto di cronaca la gente continua a non vedere  quello che non vuole vedere; per esempio che la mucca è un essere capace di emozioni visto che è invasa dalla rabbia  e dall’insofferenza verso il suo stato di carcerazione, in grado di autodeterminarsi visto che si rifiuta di rientrare e incombe sugli altri con intenzioni definite: a dispetto di ogni evidenza, si continua a non riconoscerle lo stato di essere senziente e dotato di consapevolezza (per altro sancito anche a livello scientifico nella dichiarazione di Cambridge del 2012), ma solo quello di “animale da carne” .
Se non le va bene, se va fuori di testa, se ammattisce, va tolta di mezzo, anzi abbattuta, per usare il gergo riservato a quelli come lei. Un interessante link si potrebbe aprire sui meccanismi alla base della conoscenza, dove il bias di conferma la fa da padrone: pregiudizio, errore di pensiero diffuso, per cui risulta raro avvicinarsi ai fatti in modo neutro, con la capacità di accoglierli nella loro significatività; più facile selezionare inconsciamente tra i dati a disposizione quelli che confermano le nostre convinzioni, sottolineandone alcuni e ignorandone altri, così che sia possibile giungere alle conclusioni che da sempre sosteniamo, che appartengono al nostro pensiero. Nello specifico, tutte le informazioni sugli stati d’animo, i desideri, le motivazioni della mucca riottosa vengono ignorati ad esclusivo vantaggio della necessità di ristabilire lo status quo, che lei arbitrariamente mette in discussione.
Ricorrenti le fughe dei tori: una per tutte, da manuale, vede un maestoso toro bianco che si imbizzarrisce e si inferocisce mentre viene condotto al macello e fugge nelle strade di Lecce: finale già scritto ad opera della forza pubblica che gli spara: si, perché il servizio veterinario non era attrezzato per questi casi, non li contemplava proprio, il che qualche interrogativo sulla conoscenza che i veterinari hanno di alcuni animali, corpo e psiche, non carne da macello, lo fa sorgere. La carcassa viene poi prelevata con una motopala (maggio 2016) . Anche in questo caso le emozioni di un toro terrorizzato, che pure vengono usate per descrivere la situazione, non vengono riconosciute come espressione di un mondo psichico che sarebbe invece obbligatorio ammettere e rispettare. Carcassa e motopala testimoniano poi spregio linguistico  e reificazione dell’animale.
Meritoria eccezione la cronaca di un fatto analogo sul Corriere Salentino (27.04.2016) : del toro che fugge si dice “quando ha capito che era destinato al macello”, la sua fuga è descritta come disperata e di lui si parla come di “povero animale”: insomma una sorta di empatia che al disgraziato toro non ha potuto certo portare sollievo, ma che ha il pregio di provare a sollecitare nell’opinione pubblica il riconoscimento dell’intelligenza, dello stato d’animo, della determinata impulsività di un essere vivente che con tutte le sue forze si oppone ad un trattamento feroce.
Altri nonumani, quelli acquatici non sono da meno; i  delfini, quando sono costretti in quelle prigioni destinate al divertimento umano che sono i delfinari, soffrono la   ristrettezza dell’angusto spazio in cui sono detenuti,  così estraneo al loro habitat che è il mare grande e profondo, e a volte mettono in atto una aggressività auto o eterodiretta, facendo del male a se stessi o agli altri. Jacques Cousteau, famoso oceanografo, descrive il comportamento di uno di loro, morto picchiando il cranio contro i bordi della vasca in cui era costretto, parlando di suicidio, come fa anche il figlio Jean Michel, che riconosce, purtroppo tardivamente, l’indifferenza e il maltrattamento, appendici dei delfinari stessi, quali generatori della disperazione misconosciuta degli animali rinchiusi. Dello stesso tenore i commenti di O’Barry, istruttore dei cinque delfini della serie Tv degli anni ’60 Flipper, il quale descrive un altro suicidio, quello della delfinetta Kathy, che smise letteralmente di respirare, infliggendosi così una morte atroce. Se il suicidio è un’evenienza assolutamente drammatica quando coinvolge un umano, perché testimonia di una vita talmente insopportabile da rinnegare se stessa, quando messo in atto da un animale annichilisce: perché loro, anche più di noi, appaiono immersi nella propria natura corporea, indifesi come bambini, laddove noi adulti possiamo avere a disposizione meccanismi complessi di difesa e sublimazione del dolore.
Impossibile non ricordare Tornasol la cavalla che, nell’estate 2017, si è rifiutata di correre sulla mitica piazza del palio di Siena: per 90 interminabili minuti  ha risposto con sgroppate e sbuffi al fantino che le imponeva la corsa agitando il suo nerbo, evidentemente carico di un richiamo minaccioso ad un uso, conosciuto ma prudentemente non  riproposto, vista la diretta televisiva: Tornasol ha disobbedito, ha con il suo atteggiamento detto NO al trattamento oppressivo e ingiusto, che le stavano imponendo, lo ha fatto con determinazione decisa e vincente, incurante delle conseguenze che dal primo momento ha dovuto subire. E’ stato facile, vista la sua bellezza fiera nel contesto estivo di folla e colori, esserne ammaliati e  farne un’eroina della disobbedienza civile in forma equina, sola contro tutti come solo gli eroi sanno fare: è stato facile essere dalla sua parte e sperare che avesse la meglio su quegli omuncoli tutti presi, nerbo in mano, dal loro chiassoso protagonismo.  La diagnosi di “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico” che i veterinari presenti si sono affrettati a formulare riattualizza  puntualmente quella di drapetomania, connotando e svilendo a patologia  quella che è invece, a livello umano e nonumano, l’espressione coraggiosa, indomita, insolente, della propria identità.
Altri ribelli si trovano nelle storie di maiali, di pecore, di rettili e di altre specie, uniti da una tensione che accomuna umani e nonumani. Tra gli uni e gli altri solo una parte infinitesimale arriva ad esprimere prepotentemente l’impulso ad una vita libera e autodeterminata: quasi sempre sbarre, muri, catene, materiali o metafisiche, lo impediscono. Si tratta di quelli dotati della forza, del coraggio, della determinazione, dello spregio delle conseguenze che la ribellione comporta. Si tratta, tra gli umani, di quella grandezza morale, tanto profondamente impersonata nell’immagine indelebile di un piccolo uomo, inerme e solo, davanti ai  carri armati sulla piazza di Tiennamen, che diventa icona e, forse, possibile modello per altri. Tra i nonumani l’esempio di uno non potrà mai essere conosciuto dagli altri, se non da quelli lì vicino, ma anche per questo dovrebbe diventare dimostrazione e  monito, consegnato ai responsabili umani della disperazione che li anima.
Si apre un enorme capitolo, quello che la zooantropologia da anni sta mettendo a fuoco: vale a dire che nell’occuparsi di animali, gli umani non possono limitarsi a tenere presente il soddisfacimento dei bisogni primari, puntati alla sopravvivenza e alla salute fisica, ma è tutto il loro mondo di passioni,  desideri, bisogni a dover essere conosciuto e rispettato.
E un file enorme si apre allora anche rispetto a tanti contesti mai messi in discussione quale per esempio tutto il mondo dell’ippica, dove i cavalli, anche quando non esposti a pericoli di vita e magari ben nutriti, strigliati e tirati a lucido, sono piegati da mezzi di costrizione e umiliati in tutti i loro istinti. Anche canili e gattili, in questa ottica, non possono che dover essere luoghi provvisori di passaggio, destinati alla messa in sicurezza di animali in pericolo, non luoghi di una pur dorata detenzione, ammesso e certo non concesso che dorata sia: ogni volta che un cancello, una porta, una gabbia si richiude dietro l’animale che è entrato, è tutto il suo mondo, fatto anche di abitudini, affetti, sogni ad essere chiuso fuori: in quel fuori che è delitto impedirgli per sempre.
Quanto mai attuale e comprensivo il monito di Tom Regan a che tutte le gabbie siano vuote: non un po’ più grandi o confortevoli: vuote. Se la libertà che noi umani invochiamo non è quella cristallizzata in  suggestione poetica o  bandiera da sventolare per la causa o il partito del momento, siamo tenuti a riconoscerla anche nei nonumani, come protesta nell’animo ribelle  di alcuni e come sogno in quello sedato e vinto di tutti gli altri. 


venerdì 21 luglio 2017

VIETATO FRUSTARE I CAVALLI



 

  VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia.
La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno,  perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno  quando e quanto forte,  punisce un peccato non commesso.

mercoledì 21 giugno 2017

BENESSERE ANIMALE CHE NUOCE AGLI ANIMALI




     “The times they are a-changin’”: finiva il 1963 quando Bob Dylan la cantò per la prima volta dando voce all’urgenza e alla fascinazione di un cambiamento che sembrava destinato a  travolgere il mondo; ideali di rinnovamento, giustizia, pace, sollecitati dalla forza esplosiva di un’intera generazione di giovani, pronti a rivoltare il mondo, che così come era fatto non si poteva proprio sopportare. Da allora è risuonata in mille contesti dove la rivolta contro l’ingiustizia faceva sventolare la bandiera di ogni speranza; nella rimozione autoprotettiva che quei versi erano risuonati per la prima volta giusto quando John Kennedy veniva assassinato: dettaglio non trascurabile mentre il sogno veniva spacciato per previsione.
Potenza delle parole e potenza dei sogni. Così anche oggi la tentazione di ripeterle è grande davanti al dilagante movimento contro la sopraffazione  dei nonumani, che si manifesta nelle forme indecenti, irracontabili, variegate, ciniche, sadiche che sa assumere. L’ingiustizia sembra tale da dovere per forza implodere e nel giro di pochi decenni, ma essenzialmente negli ultimi anni, davvero tantissime cose sembrano essere cambiate: si denunciano le atrocità compiute nei macelli, nei laboratori di vivisezione, nel dietro-le-quinte dell’addestramento degli animali esotici nei circhi, si guardano con disprezzo attività quali caccia e pesca, sagre e zoo, per legittimate che siano. Persino nel campo dell’alimentazione, quella connessa alla pochezza della nostra (in)capacità di agire sugli irrinunciabili piaceri della gola, tante cose si muovono: un termine quale vegano, incomprensibile ai più fino all’altro ieri, è ora sdoganato in tanti bar e ristoranti; vengono pubblicati persino libri il cui titolo, “No vegan”,  sta a metà strada tra la supplica di chi non ne può più (“Basta, vi prego”) e l’appello di chi, seriamente  preoccupato,  passa al contrattacco (“Tutte storie”); maltrattamenti di animali d’affezione raramente hanno luogo in  pubblico e, quando succede, le conseguenze mediatiche sui responsabili sono dilaganti. Pur nella consapevolezza trattarsi di gocce nel mare, la tentazione di farsi invadere da una vaga soddisfazione, che attutisca il tormento sperimentato da tutti coloro che sentono nelle loro corde l’inferno quotidiano dei nonumani, è davvero grande.

sabato 18 marzo 2017

CAVALLI: QUELLA VITA CHE FU TENUTA A FRENO



Uno frustato nel maneggio di Capalbio, uno abbattuto nella corsa sul ghiaccio a St Moritz

In questi ultimi giorni i cavalli sono divenuti protagonisti di almeno un paio di situazioni di interesse mediatico: e, visto il trattamento che devono subire, davvero ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Una notizia, riportata su alcuni media stranieri, ma non risulta su quelli italiani, riguarda la corsa ippica (27.02.2017) del White Turf di St Moritz, interrotta in seguito alla caduta rovinosa di un cavallo, Boomerang Bob: secondo consolidata norma, il fantino ferito è stato trasportato in elicottero in ospedale, il cavallo più sbrigativamente è stato soppresso. Stava correndo al galoppo sul ghiaccio, perché questo è il White Turf. Si potrebbe disquisire a lungo sul senso del costringere cavalli a correre  su un tale genere di “terreno”l e ancora di più sull’abitudine di risolvere le immancabili tragiche cadute con un colpo di pistola, che sembra spazzare via ogni responsabilità, poco cambia se ad essere teatro delle sconsiderate corse sono le nobili curve di Siena, i ghiacci elitari di St Moritz o le strade di una malfamata Catania.  Senza entrare ulteriormente nel merito, l’episodio è utile a sottolineare che questa è la norma per i cavalli fortunati, quelli cioè non destinati alla macellazione.

sabato 18 febbraio 2017

IL MILAN, MONTELLA E LE FAVOLE VEGANE




     
Difficile ignorare, anche se del tutto insensibili all’argomento, che il Milan in un paio di settimane è riuscito a inanellare la bellezza di ben  quattro sconfitte, in campionato e fuori: gran brutta esperienza, meritevole di approfondimenti su un numero impressionante di canali televisivi, impossibili da dribblare (sic!) se solo si fa un po’ di zapping. Farlo è comunque interessante perchè inaspettatamente immette nel vivo di animate discussioni sul veganismo, che deve essere diventato un fenomeno davvero inquietante se riesce ad invadere anche questo genere di spazi. E se ne scoprono allora della belle.

La faccenda è ormai risaputa: nell’ottobre scorso l’allenatore Vincenzo Montella stabilisce per la sua squadra un nuovo regime alimentare, con l’ausilio del preparatore atletico Emanuele Marra e sotto la guida della naturopata Michela Valentina Benaglia. Si comincia a parlare di dieta vegana, ma un po’ a bassa voce, con un interesse tutto sommato molto contenuto. Che resta tale fino ai giorni scorsi, quando le performances non proprio entusiasmanti dei  rossoneri hanno scatenato la caccia all’untore: individuato appunto nel veganesimo, rinato dalle ceneri dell’indifferenza per finire  lì sul banco degli imputati: sarebbe riuscito ad indebolire gli atleti, nel fisico certamente, ma anche nel morale, nella psiche. Un giocatore, coraggiosamente trincerato dietro un anonimato  forse degno di più temibili minacce, avrebbe confidato al giornalista “…mi alleno meglio con la carne rossa” (Pianeta Milan, 03.02.2017): il giornalista, comprensivo, afferma a commento che “l’istinto carnivoro comincia a farsi sentire”, sostenuto nella sua visione delle cose da un suo collega di Repubblica, Enrico Currò, il quale, umilmente, attribuisce valore scientifico alle proprie convinzioni quando afferma che “…la carne rossa…tra l’altro è parte importante della dieta da calciatori”. Si, sì: proprio quella inserita nell’elenco degli alimenti “probabilmente cancerogeni” dall’OMS (Lancet Oncology, 26.10.2015). All’ a.d. Galliani non resta che giocare sulla difensiva (sic!) e rassicurare che quella imposta non è una dieta vegana, ma vegetariana (Corriere dello Sport, 5 febbraio)! Così magari i tifosi si tranquillizzano nel sentire che i loro eroi sono sì sottoposti a sacrifici, ma non estremi.  Di sacrifici e rinunce non si astiene dal parlare lo stesso Montella, severo sì, ma consapevole che la dura scelta è il prezzo da pagare sulla via della gloria (che magari arriverà).

giovedì 22 dicembre 2016

Non fare l'asino, regalalo! Il natale della Caritas: solidale, ma non con tutti



Viene giudicata originale, persino un  po’ impertinente la trovata della Caritas altoatesina di  promuovere quest’anno un modo alternativo di festeggiare un natale che sia solidale anziché consumistico: sì, perché  non pensa solo agli alimenti per le persone bisognose dell’Alto Adige, alla legna per gli anziani della Serbia, alle scarpe per i bambini boliviani, agli  alberi da frutta per l’Etiopia, alle sementi per Haiti o a un pozzo per una comunità del Kenia, ma si compiace del proprio anticonformismo nel proporre come regalo a comunità bisognose un asino o una capra, che vanno ad arricchire il parco-animali delle ormai usuali mucche, offerte come dono da altre associazioni umanitarie.
Le battute si sprecano: e quindi l’asinello impacchettato  con tanto di  fiocco sopra è  pretesto per immancabili spiritosaggini sullo stereotipo della presunta stupidità della sua specie: non fare l’asino! Oltre all’uso, anche lo scherno, tanto alla luce di cause  nobili tutto si può sdoganare.

sabato 19 novembre 2016

IL CANE ANGELO, randagio  di Calabria


    
Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio:  da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto.

La storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e  messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purchè gli altri  guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione:  e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando.