domenica 20 marzo 2016

IL GRANDE AFFARE DELL’AVORIO E LA TRAGEDIA DEGLI ELEFANTI




   Il prossimo 31 marzo a Roma al Circo Massimo avrà luogo un Ivory Crush, evento straordinario, almeno per l’Italia: un grande rogo brucerà, dopo averli triturati,  quintali di avorio sequestrati a trafficanti e cacciatori nonché tutti quegli oggetti in avorio che turisti poco responsabili o pentiti si sono portati dai loro viaggi esotici o, molto più semplicemente, qualcuno ha comperato  in negozi, che tranquillamente ancora li vendono e che, ahimè, non mancano sul patrio suolo.
L’avorio è finalmente diventato politicamente scorretto e bruciarlo sulla pubblica piazza è un modo prima di tutto per impedirne definitivamente un ulteriore commercio, secondariamente per dare visibilità e risonanza ad una realtà, quella dello sterminio degli elefanti,  che colpevolmente tarda a entrare nella testa e nelle coscienze della gente: richiama altresì altre cerimonie analoghe in cui non ci si limitava a distruggere qualcosa (o qualcuno!),  ma si voleva distruggere  l’idea stessa, annientare, liberarsi anche dei miasmi postumi: per secoli si sono fatti roghi di streghe, e poi si sono bruciati libri pericolosi; ora finalmente è l’avorio, oggetto di precedenti Ivory Crush a partire dal 1989 in Kenia, a New York, in Mozambico….: ad imporre l’insolita cerimonia è  la tragedia che vede un numero enorme di elefanti uccisi ogni anno, in un balletto di cifre che si misura comunque in alcuni esemplari uccisi ogni ora (!!!) , e che ci parla del loro numero ridotto dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila con una previsione di estinzione nel giro di pochissimi decenni, forse anni: 2050? 2025?
Già nel 1989 era stato stabilito a livello internazionale un divieto di uccisione degli elefanti, con scarsa convinzione però, se è vero che solo otto anni dopo il divieto era stato ammorbidito e  trasformato in limitazione: in ogni caso non ha fermato la carneficina, che ha luogo  oggi in tutta l’Africa, con punte in paesi quali Tanzania, Camerun, Congo…, e vede in quello cinese il maggior mercato mondiale, indifferente  ad ogni richiamo ad una maggior senso di responsabilità. Non bastassero i danni impliciti, i proventi vanno ad alimentare  attività criminali di ogni tipo e  finanziano, a quanto risulta, il terrorismo internazionale, a cominciare dagli  al Shabaab somali, gruppi legati  ad Al Qaeda.
Insomma esistono ragioni ambientali, ecologiche, sociali, di politica internazionale che spingono vari governi a prendere posizione contro lo sterminio degli elefanti, incolpevoli proprietari con le loro zanne di una ricchezza di cui vengono costantemente espropriati. Ma loro, grandiose vittime dello sfacelo in atto, vengono trattati e nominati come fossero  poco centrali in tutta questa vicenda. Il che per altro non stupisce, perché è in linea con la visione del tutto antropocentrica che sempre ci guida: come sempre, il focus è tutto sulle ricadute sugli  umani, poco o nulla sulla  sorte degli animali, che non a caso vengono presi in considerazione solo per il numero astronomico di vittime, non certo per alcun dramma individuale; la trasformazione del divieto di caccia in limitazione ne è esempio eclatante: non ha la minima importanza la morte di singoli animali, purchè li si uccida nel rispetto di  una sorta di equilibrio naturale.
Ma l’equilibrio naturale della nostra umanità non può prescindere dalla constatazione che, invece,  ogni uccisione comporta una tragedia in termini di ingiustizia, di crudeltà e di sofferenza: la conferenza di Cambridge, a cui, nel 2012, parteciparono neuroscienziati di tutto il mondo, ha stabilito che  molti animali (mammiferi, uccelli e molti altri quali il polpo) non solo sono esseri senzienti, ma sono dotati di consapevolezza. Questa dichiarazione, passata pressochè inosservata presso un’opinione pubblica distratta di suo e  certamente non a caso disinformata da media tesi a mantenere lo status quo, avrebbe dovuto comportare enormi conseguenze, perché in grado di modificare lo stesso status degli animali, almeno di moltissimi di loro. Si è preferito farla passare pressochè sotto silenzio perché darle la rilevanza che le attiene avrebbe comportato uno tsunami etico: è possibile massacrare a nostro piacimento esseri capaci di sofferenza e, come noi umani, dotati di consapevolezza? La domanda è retorica.
Gli elefanti, in particolare,  sono tra gli animali a cui è riconosciuta dagli etologi anche la capacità di provare empatia: esperimentano il senso della morte, hanno fortissimi legami solidali con il gruppo di appartenenza, vivono una complicata rete di relazioni. Di queste informazioni i cacciatori fanno buon uso:  mirano spesso ai più piccoli, sapendo bene che questa è una trappola per gli altri, perché gli anziani metteranno a rischio la loro stessa vita per difenderli, rinunciando  ad un legittimo tentativo di fuga. Non basta ancora: la morte spesso non è istantanea, ma preceduta da un’agonia che può anche essere di lunghissima durata, perché i loro assassini, una volta che li hanno mutilati delle zanne, se ne disinteressano e  li abbandonano al loro destino. 
L’ignoranza non è lecita: è del 1995 il libro cult di Jeffrey M. Masson “Quando gli elefanti piangono”, sul tema della vita emotiva degli altri animali, con un titolo che è emblematico: perché le lacrime degli elefanti non sono pura secrezione fisiologica, non lo sono più di quanto non lo siano le nostre di lacrime. A loro,  esseri grandiosi e possenti, maestosi e solenni, siamo debitori di particolari creative crudeltà: sono tra coloro che i greci prima e i romani dopo  assoggettarono, incatenarono, piegarono alla loro volontà; sono quelli che, a scuola ce lo hanno insegnato, aiutarono Annibale ad oltrepassare le Alpi: ma mai quel racconto, a scuola, fu accompagnato da osservazioni sull’enorme ingiustizia in atto nel costringerli  ad attraversare montagne gelate e innevate, dove in tanti trovarono la morte, loro nati liberi e selvaggi in terra d’Africa.  E ancora oggi, nel nostro stesso paese sono costretti a vagare in carrozzoni maleodoranti per poi mostrare al pubblico inebetito dei circhi una nuova sottomissione all’uomo: gonnellino rosso e barrito di dolore, lì  a sedersi su uno sgabello, a innalzarsi sulle zampe posteriori, ma anche, sempre più difficile signore e signori, su quelle anteriori: perché frusta, uncini e piastre roventi, catene ai piedi, sono stati l’orrido imprinting che li ha terrorizzati ed ha spezzato la bellezza della natura selvaggia che è dentro di loro.  
Non di avorio allora si deve parlare, ma di elefanti: nessuno meglio di Liana Orfei, una vita spesa a spezzarne la volontà, ci può dire chi loro sono:
“Quella volta (era verso l’estate) piantammo il circo su una spiaggia delle Puglie e a Jennie vennero legate, come di consueto, una zampa anteriore ed una posteriore ai picchetti conficcati in terra. Ma appena Jennie vide il mare si ricordò, forse, la sua terra d’origine e sembrò impazzire di gioia: cominciò a barrire, strappò i picchetti come fossero fuscellini e, trascinando tutto con sé, andò sulla riva ed entrò nel mare. Si fermò dove l’acqua era alta poco più di un metro e non ci fu verso di farla uscire. Provammo a prenderla per fame e per sete: niente. Per due giorni rimase sprofondata in un mondo beato: giocava, si spruzzava, barriva; forse cantava la sua terra lontana. Esattamente quarantotto ore dopo, verso le tre del pomeriggio, Jennie uscì spontaneamente dal mare e, calma, andò a rimettersi al suo posto”.
Tutto da riconsiderare, come sempre, il significato di umano e di bestiale. 

(articolo pubblicato su l'Indro)


2 commenti:

  1. Cara Annamaria, non si parla di Elefanti...e purtroppo non si parla quasi mai degli altri Animali. E' triste e forse opportunista discutere solo di Cani e Gatti, soli o abbandonati e sicuramente non meritevoli di tante crudeltà come spesso avviene intorno a noi, e peggio in altri zone del mondo dove addirittura li mangiano o li uccidono selvaggiamente per farne pellicce e polsini! Di Elefanti e del loro triste destino non si sa nulla, e sinceramente apprendo solo ora dello sterminio in atto da poco più di un secolo: "...dai 27 milioni del 19° secolo agli attuali 350mila...! E' davvero tragico e disarmante!
    Non è difficile capire (almeno da parte Nostra) che tutto ciò è come sempre determinato da una ricerca infinita di profitto, ricavato arbitrariamente dalle risorse naturali presenti e viventi. L'avorio, come altro appartenente agli Animali e quindi al pianeta, viene depredato con crudeltà ed egoismo senza nessuna logica etica (semmai esistesse davvero un sincero e giusto motivo) e prevedendo dunque, a questi ritmi così veloci ed atroci, un estinzione plausibile ed immediata. E' terribile quello che sta accadendo, nell'indifferenza generale e quanto mai profonda! Parlare di tragedie Umane è certamente doveroso...ma come è possibile ricercare una pace assoluta se ogni anno vengono trucidati centinaia di miliardi di Animali solo per un fine di profitto apparente?!

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    1. Caro Roberto, lo so che siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Il grande problema è l'estensione della consapevolezza di quello che va succedendo, consapevolezza che cozza sempre contro l'interesse personale e lì si ferma. L'unica soddisfazione è che il cambiamento è comunque in corso, anche se siamo lontani mille miglia da quello che vorremmo. Ti auguro una buonissima giornata. Annamaria

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